La radura dimenticata. Breve viaggio nella violenza

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

“Qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano,

nonostante tutta l’esperienza dei crimini compiuti,

sofferti e osservati, si aspetta invincibilmente

che gli venga fatto del bene e non del male.

È questo, anzitutto, che è sacro in ogni essere umano.”

Simone Weil, “La persona e il sacro”

Non è tanto l’intensità della violenza – è sempre esistita, dalla comparsa del primo uomo sulla Terra – quanto l’assuefazione ad essa, ad allarmare chi ancora si inquieta;  per cui è lecito dire che siamo davanti a una recrudescenza, a un aumento della violenza (nei giovani soprattutto), a un’era di rinnovata barbarie.

All’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, Pasolini registrava l’assuefazione a una mentalità criminale e criminaloide, lucidamente descritta e analizzata in quei lungimiranti saggi che gli hanno valso l’epiteto di profeta, raccolti negli “Scritti corsari” e nelle “Lettere luterane”.

A monte della violenza vi sono la “forza paralizzata”, “il gesto privo di moto” (T. S. Eliot, “Gli uomini vuoti”), la mancanza di comunicazione autentica, la non condivisione dei sentimenti: chiari sintomi di quella malattia morale che consiste nella debolezza della volontà, che si potrebbe chiamare “morte del cuore”. L’atteggiamento dell’assuefatto è quello dell’accidioso. Passare per ‘normali’ comportamenti criminali che avvengono ogni giorno con frequenza impressionante è fare un uso improprio dell’aggettivo ‘normale’. Passare per normalitario un atteggiamento patologico significa alterarlo, e significa, anche, favorire certe sottili modificazioni percettive. Per fortuna non siamo tutti uguali, a ciascuno la propria sensibilità che, si sa, se molto intensa l’impatto col mondo fa male.

La violenza non è ancora il male

La violenza è nel DNA dell’uomo, a ben guardare ogni creatura è violenta. E la Vita lo è naturalmente, oltre che crudele. Per Antonin  Artaud crudeltà non è altro che “appetito di vita, rigore cosmico, necessità implacabile, nel significato gnostico di turbine di vita che squarcia le tenebre, nel senso di quel dolore senza la cui ineluttabile necessità la vita non potrebbe sussistere.”

Ma la violenza non è ancora il male. Male è mancanza di speranza: ignavia.

La tecnologia, che nasce in ambito bellico, è sicuramente alleata della violenza, e contribuisce ad aumentarla. Non occorre l’aggiunta di un microchip sottocutaneo per aumentare il coefficiente di violenza nel DNA umano.

Per Eliot, avere il cuore morto, non avere cuore, constatare la ‘morte nell’anima’ è peggio che essere delle anime violente.  Così è nella poesia del 1925 “The Hollow Men”, il cui titolo nella traduzione italiana è “Gli uomini vuoti”. Ecco, Kurtz  (il turpe personaggio del mercante di avorio in “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad), che compare in epigrafe alla poesia, è un’anima violenta, ma gli ‘indifferenti’ di ieri e di oggi (tra cui i negazionisti della realtà dei lager) sono peggio.

Al di qua della Ragione (quanti crimini sono stati commessi in suo nome…) c’è la coscienza e lì deve rimanere. Chiedono non solo giustizia, ma anche di essere ricordati e amati da tutti, coloro che hanno patito ‘troppa realtà’, tra cui, recentemente, il nostro ambasciatore Luca Attanasio, trucidato  lo scorso 24 febbraio in Congo. E ‘l’agnello’ Jim, il giovane reporter statunitense laureato in storia dell’arte, decapitato dai terroristi islamici nell’agosto del 2014. Chi non possiede solo una memoria a breve termine se lo ricorderà di certo. Era un torrido week end d’inizio agosto, le spiagge affollate, il giornale spiegato sulle ginocchia dei bagnati sotto gli ombrelloni, a caratteri cubitali le notizie atroci in prima pagina. Lo stesso cielo azzurro, smagliante, indifferente, in altro luogo, il deserto caro ai Padri del deserto, e ‘l’agnello’ Jim, e quella luce fantastica, solenne, accecante, poi il riverbero della lama, ‘rumor di metallo’.

Lo spazio obbligato del relativismo è un recinto che si restringe sempre più fino a divenire una trappola per topi. E si è coscienti, oh, sì,… ma coscienti di nulla. Ci siamo ritrovati in una selva oscura e vuota, pozzo senza fondo, e nulla vi è all’infuori di questa selva. Eppure una radura in cui stare al sicuro dovrà pure esserci. Ma non si scorge assolutamente nulla e non giunge alcun rintocco di campana che possa recare sollievo. Errare nella selva è anche attraversare la linea (interminabile) del nichilismo. Non ne siamo affatto usciti. E il clima del paese del relativismo è irrespirabile, asfissiante, spaventoso. Sono queste “le magnifiche sorti e progressive”? Essere esistenze prive di sentimento e considerare nulla la vita altrui?

L’articolo di Pasolini sul “Corriere della Sera”

Sarebbe utile rileggere, per alcuni si tratta di leggere, l’articolo di Pasolini uscito il primo marzo 1975 sul “Corriere della Sera”, intitolato “Non avere paura di avere un cuore” (ora in “Scritti corsari”), che potremmo considerare l’antefatto di questo breve excursus nel pianeta della violenza. In esso Pasolini, da acuto osservatore della natura umana (come lo è ogni scrittore), registrava la mutazione antropologica e denunciava come la violenza sui corpi fosse diventata il dato più macroscopico della nuova epoca umana, che di umano, purtroppo, ha ben poco. Come ben si adatta alla realtà di oggi quell’analisi dolorosa e appassionata. Ma Pasolini non è profeta, poiché la realtà descritta non riguardava un futuro distopico, bensì il presente di allora: gli anni del ‘boom’ che vedevano Pasolini impegnato dalla poesia al romanzo, alla saggistica, al cinema; vero intellettuale a 360 gradi.

In questo pozzo senza fondo, raspiamo come fa il topo, per afferrare brandelli di luce, autentiche pepite d’oro in grado d’infondere speranza.

Basterebbe che un piccolo spazio sfuggisse al controllo, e da lì ripartire. Basterebbe l’integrità per non soggiacere alla violenza psicologica della nuova forma di potere, violentemente totalizzante. Basterebbe l’integrità per non sacrificare la propria energia morale e intellettuale. Chiudere gli occhi davanti ai soprusi è sempre acconsentire. Essere anime sordide o anime morte, questo il problema. Ma forse, adesso, coincidono entrambe le situazioni esistenziali. Credo che questa sia la più violenta fra tutte le epoche.

L’indifferenza verso gli altri, il mondo e se stessi è espressa compiutamente nel personaggio di Stavrogin (Fedor Dostoevskij, “I demoni”) che afferma: “Non conosco e non sento dentro di me né il male né il bene, non solo ho perso il senso, ma so che il male e il bene in realtà non esistono nemmeno (e ciò mi fa piacere), e non sono altro che pregiudizi.”

Ciò che è reale non sempre è razionale. L’esperienza smentisce quasi sempre la fredda astrazione hegeliana. Fino a che punto possa spingersi la Ragione non frenata dal cuore, spinta all’estremo, oltre l’estremo? Questo ha indagato Pasolini nell’ultimo suo film, “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. È a quel punto che il male si mostra nella sua banalità, ordinarietà, sobrietà.

Ma per giungere a una simile modificazione antropologica occorre togliere di mezzo, o indebolire, l’intelligenza emotiva, cosa che riesce assai bene alla tecnologia, dispiegata nel linguaggio dei social, dei video-games e, perché no, di qualsiasi oggetto transitante nei media, sia anche un semplice esercizio sotto forma di test da somministrare agli studenti della ‘buona scuola’. Per inculcare nuovi stili di vita e abiti mentali, al passo coi tempi, occorre mettere fuori campo il sentimento d’empatia, che sostanzia l’arte (ogni arte) e la poesia, dichiarate inutili da ogni ideologia totalitaria.

E se un giorno funesto l’uomo non fosse più in grado di sentirlo – il cuore – di commuoversi? Che cosa resterebbe dell’uomo? Temo sia l’ignavia a rimanere, il deserto del nulla. Se quel giorno funesto dovesse arrivare, quale salvezza potrebbe il genere umano auspicarsi?

“Basta!…” esclama qualcuno. “Via, via, via, disse l’uccello: il genere umano / Non può sopportare troppa realtà.” (T. S. Eliot,

“Burt Norton, Quattro quartetti”).

Il sempreverde della vicinanza e dell’amore

Qualcuno vorrebbe ritornare a casa. Ma ‘dove’ ritornare, se è il mondo ad essersene andato? Quasi nulla più è famigliare qui. “E gli astuti animali certo si accorgono / che non diamo affidamento, non siamo di casa, / nel mondo interpretato.” (R. M. Rilke, “Prima Elegia”). Se l’affettività e la tenerezza paiono azzerate nel deserto in cui viviamo, unici depositari di questi beni, che una volta furono anche dell’uomo, sono gli animali. Ecco la radura dimenticata, un tempo abitata dall’uomo. È lì che ancora fiorisce il sempreverde della partecipazione, della vicinanza, solidarietà, fratellanza, amore. Fuori della radura il delfino salva l’uomo – è nella sua natura e sempre lo farà – ma l’uomo per ringraziamento lo pugnala. È accaduto, ahimè, qualche anno fa, non nei nostri mari, bensì lontano, ma qualcuno l’ha fatto. Gli animali ancora si fiutano e si riconoscono. Uniche figure di vitalità possibile, di tenerezza: il gatto che insegna a volare al cucciolo di gabbiano – nella meravigliosa favola di Sepulveda – la lupa che alleva il cucciolo non suo cui il cacciatore ha ucciso la madre. Ecco la Compassione, la Fratellanza in cui sperare.

Dott. Gustavo Cioppa

Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: http://www.ilticino.it/2021/03/10/la-radura-dimenticata-breve-viaggio-nella-violenza/

Esiste davvero la giustizia? – 30 aprile 2026 – Il Ticino

https://ilticino.it/2026/04/30/esiste-davvero-la-giustizia

di Alessandro Repossi30 Aprile 2026

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Di Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

La domanda in apertura sembra scontata, ma non lo è: si può davvero predicare l’attributo della giustizia rispetto alla vita e al mondo delle cose fisiche? Da un punto di vista strettamente naturalistico, il latino Lucrezio, nel “De rerum natura” dubitava dell’assunto, ponendo in manifesta evidenza come la natura non sia stata equa nei confronti degli esseri umani, poiché, mentre le belve feroci possiedono artigli e zanne per difendersi e procacciarsi cibo o folte pelliccie per sopportare i climi freddi, all’essere umano tutto ciò è stato negato. Nella letteratura, sin dal celebre “Prometeo incatenato” di Eschilo, sono tuttavia stati posti in risalto due tratti caratteriali e intellettivi dell’essere umano: il coraggio e la ragione, tale ultima intesa siccome intelligenza orientata al perseguimento del bene pubblico (S. Tommaso D’Aquino). Con coraggio e amore, solidarietà e in tal senso ragione, verso la propria comunità, l’essere umano (simboleggiato da Prometeo) ruba il fuoco agli dei. Il fuoco appunto, simbolo del coraggio (in greco “thumos”), ma anche dell’intelligenza che dal primo scaturisce, quella propria di Ulisse, ma anche quella teorica e speculativa, dalla quale si originarono i vari ordinamenti giuridici, economici e sociali (in greco “pshyke”). A seguito vuoi di questo furto del fuoco o della fine dell’era dell’oro (Esiodo), nella versione greca vuoi per la commissione del peccato originale, nella tesi cristiana, si è venuta a determinare in capo agli esseri umani una vita imperfetta, manchevole sempre di qualche cosa e ove può bene essere messa in discussione l’esistenza di una reale giustizia. Quanto all vita, infatti, si può riflettere su quanto essa possa essere ingiusta, perché non fornisce a persone che vorrebbero svolgere determinate mansioni quelle specifiche caratteristiche o perché non consente con determinate lauree, come quelle in filosofia o in lettere classiche, di consentire adeguati e numerosi sbocchi lavorativi. Certamente la vita è ingiusta inoltre nel momento in cui fa nascere una certa persona in condizioni particolarmente svantaggiate: quante possibilità ha infatti un bambino che nasce in Africa di diventare notaio? Perché i bambini che vivono a Gaza o in Ucraina o in altre parti del mondo dove c’è la guerra sono costretti ad atroci sofferenze, mentre i bimbi occidentali possono essere viziati con videogiochi e con le carte dei pokemon? Qui c’è una riflessione da fare: il denaro è male distribuito, come pure lo è il correlativo potere. Non è infatti giusto che persone di buon cuore la cui sola sfortuna è di nascere in paesi del terzo mondo e non a New York abbiano un destino già in parte segnato. Non è nemmeno giusto che una persona che nasce in contesti di socialità svantaggiata possa essere costretto per necessità a delinquere, per mancanza di denaro o per coatta adesione a un clan malavitoso – ricordo in particolare una volta in cui un figlio di un boss mafioso disse a un giudice che non avrebbe voluto delinquere, ma che è stato costretto a farlo per il contesto in cui viveva, mentre se fosse nato a Londra sarebbe potuto diventare un ottimo avvocato -. Con riferimento a tali situazioni, il Taine perentoreamente, in modo matematico e senza lasciare scampo, affermò che il destino di ciascuno di noi è determinato da tre elementi, ” le_ moment”,  “le milieu” e  “la race”. Questa affermazione però non solo è ingiusta, ma anche discriminatoria: è un arrendersi di fronte all’ingiustizia della vita, ingiustizia che si rivela tale anche in una distribuzione delle ricchezze non equa e spesso non meritocratica (A. Sen, L’idea di giustizia). Di qui le figure “eroiche” della letteratura postmoderna, i ” self made man “, come il “Grande Gatsby”. Ci sono stati poi esempi eroici che hanno saputo sconfiggere l’ ingiustizia naturale: pensiamo a Leopardi, giovane dal grande talento e al tempo stesso sofferente sul piano fisico, nato in un paesino della provincia…che però conoscendo Mario Giordani è arrivato a Roma…pensiamo anche a Papa Francesco o, nel calcio, a Pele, persone che non solo sono riuscite a emergere da contesti di grande criticità, ma anche che hanno voluto aiutare chi ancora si trova in quelle situazioni di profonda ingiustizia. Pensiamo anche a Maria Teresa di Calcutta, a Papa Woytyla e ai loro messaggi comunicativi, come ad esempio quello di Woytyla, che va a parlare con chi, Ali Agca, aveva provato a ucciderlo, per capire da dove poteva derivare quell oscurità e perché taluni scelgano la via criminale. Di qui allora il compito di combattere l’ ingiustizia: il più bello e nobile compito della storia umana, come ricordano affermazioni celebri, come quella di Cicerone, secondo cui il retore (e più in generale ognuno di noi) deve in primo luogo essere una persona moralmente retta, o come quella, secoli dopo, di Alfieri, che vedeva come motivo di vita la lotta intellettuale contro la tirannide. Ancora, pensiamo a quanto Kant sosteneva, sul fatto che la norma giuridica non è solo quella a noi esterna, ma deriva in primo luogo da quella interiore, la “legge morale”. Il Novecento, purtroppo, si è distinto in negativo per un indebolimento di questa dialettica. Così, il pensiero debole, sintomatico di una fragilità morale, ontologica ed esistenziale, si fa bene sentire in un’affermazione di un celebre romanzo di Sartre, “L’essere e il nulla”, in cui il filosofo afferma che “non vi è poi molta differenza tra chi conduce popoli in guerra e chi si ubriaca in solitudine”. Questa affermazione, equivalente a una dichiarazione di sconfitta intellettuale e riproposizione del biblico “vanitas vanitatum”, non può certo essere accettata. E infatti, il Novecento, pur nel suo grigiore, si è caratterizzato per una grande voglia di rivincita sulla vita e sulle ingiustizie che spesso sperimentiamo nel corso della medesima. Proprio in tal senso devono leggersi la “social catena” leopardiana (La Ginestra) e lo stesso combattivismo di pensatori come Feurbach e Nietzsche, decisi a non accettare le sofferenze e le ingiustizie che la vita ci cagiona. Ma qui sta il segno profondo di questa lotta, collettiva e individuale, che non va combattuta con violenza o rancore, ma con amore (il Vangelo), con solidarietà (art. 2 Cost.), con equilibrio (il buddhismo), con saggezza (Socrate) e sapienza (Aristotele), unitamente al coraggio, solo elemento capace di farci superare le nostre paure e di consentirci di metterci realmente al servizio della comunità, come ci insegna l’esempio magistrale ed eroico dei Magistrati Falcone e Borsellino.

https://ilticino.it/2026/04/30/esiste-davvero-la-giustizia

Competizione o cooperazione? – 9 marzo 2026 – Affari Italiani

Competizione o cooperazione? Il significato umano della convivenza civile è suscettibile di svilupparsi secondo due fondamentali linee ermeneutiche. Che forse non sono così contrapposte come molti pensano. Ed anzi dalla loro tensione il confronto civile si fortifica

Competizione o cooperazione?

Gustavo Cioppa

Seguici su Google Discover

competizionecooperazioneGiustiziagustavo cioppa

Pubblichiamo un contributo del magistrato Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia, con delega alla legalità, alla trasparenza e alla lotta alla corruzionesul tema dei rapporti tra competizione e cooperazione

Il significato umano della convivenza civile è suscettibile di svilupparsi secondo due fondamentali linee ermeneutiche: o la competizione o la cooperazione. A ben vedere, però, esse sono due facce della stessa medaglia, ove la cooperazione racchiude in sé la competizione, siccome il fisico umano ricomprende al proprio interno muscoli agonisti e antagonisti. La competizione la sperimentiamo sin dai primi anni di scuola, quando siamo spinti a primeggiare per il voto più elevato, ma questa, in parte legittima, “volontà di potenza”, non deve far dimenticare che in ogni impero e in ogni regno vi sono sempre state delle leggi, unitamente a principi scritti e non scritti, che hanno regolato la convivenza civile.

Ecco dunque il nesso funzionale che dimostra la natura illusoria e apparente della competizione: che essa deve sempre essere accompagnata da norme di comportamento universale – il “neminem laedere“, la buona fede, la correttezza, la fiducia, la leale collaborazione-, poiché altrimenti non si avrebbe più a chi rivolgere i nostri traguardi, i nostri successi e, anche a voler aderire alla più egoistica delle interpretazioni psicologiche ed etiche, ogni traguardo è bello solo se condiviso con qualcuno, come ogni sovrano necessita di un popolo, di collaboratori, di organi che consentano allo Stato di funzionare. Viceversa, ci si troverebbe a regnare sul deserto. La storia ci insegna dunque come, accanto agli agoni sportivi, vi fosse sempre un momento di doveroso confronto e scambio di reciproca stima con l’avversario (giammai “nemico”). Ciò perché, avendo consapevolezza di essere mortali, siamo tutti consapevoli di necessitare dell’aiuto o della cooperazione di qualcuno, prima o poi.

Di qui, da questa consapevolezza di omerica memoria, è nata la civiltà, e due suoi istituti giuridici simbolici, trattati copiosamente da ogni manuale di diritto privato: l’obbligazione e il contratto. Tanto la nozione più generale (l’obbligazione) quanto quella più specifica (il contratto) necessitano infatti di almeno due parti (principio di dualità dell’obbligazione). E infatti, l’obbligazione presuppone sempre un rapporto relazionale, poiché non è concepibile un diritto o un dovere se non in relazione a qualcun altro. Così, anche nell’obbligazione da fatto illecito, a ben vedere, un vincolo obbligatorio scaturisce tra il danneggiante e il danneggiato e addirittura nella violazione del diritto comunitario si stringe un nesso tra lo Stato inadempiente, i propri cittadini e l’Unione Europea (cfr sentenza “Frankovich”).

È così allora che è nato il commercio, di qui le origini della moderna economia: dallo scambio, ossia dal confronto, dalla relazione. Anche i contratti associativi e di società derivano da una cooperazione, da un dialogo tra presidente, soci, sindaci e amministratori e possono agevolmente essere visti come aggregati di contratti commutativi, ossia come sintesi di contratti di lavoro, di appalto, di somministrazione, ecc. Ecco dunque che gli esseri umani hanno compreso il valore della società, in particolare della società cooperativa, ricordata anche nell’articolo 45 della nostra Costituzione. La società cooperativa, ove non rileva la quota di capitale sociale posseduto, quanto piuttosto il principio del voto capitario, è espressione in uno proprio di questa logica di cooperazione (da cui il nome) e della valorizzazione del momento funzionale e principio formativo dell’umanità. La società di diritto privato, peraltro, possiede la stessa etimologia della “società” intesa come “società civile”. Un caso? Non credo.

E infatti, come i rapporti tra soci devono essere improntati al rispetto, alla buona fede e alla correttezza e come costante diritto soggettivo dei soci sia quello della consultazione dei libri sociali e delle deliberazioni assembleari, così anche i rapporti tra i membri della società civile devono parimenti essere improntati al rispetto, alla correttezza, alla buona fede, alla fiducia. Proprio da questi principi nasce la cooperazione, nella quale rinviene il proprio significato la stessa competizione, come ribadito in secoli più recenti da alcuni pensatori che, pur partendo da una prospettiva che poneva l’individuo al centro, hanno necessariamente dovuto elaborare figure teoriche di solidarietà e di provvidenza, come la smithiana “mano invisibile“, che sole possono giustificare la genesi della società civile, la quale non a caso deriva dalla stipula…del contratto sociale originario (Rousseau, Telesio, Spinoza, Locke, Hobbes). Per una forma di eterogenesi dei fini, dunque, ciò che è competizione si risolve necessariamente in un’ottica cooperativa, poiché solo in tale prospettiva è possibile il funzionamento della società civile, siccome solo dalla collaborazione tra muscoli agonisti e antagonisti è possibile il funzionamento del corpo umano

https://www.affaritaliani.it/milano/competizione-o-cooperazione.html

Milano. Il respiro lungo dell’ombra: dalla mala di Turatello alle baby gang del nuovo millennio – Il Ticino – 08 febbraio 2026

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Di Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Milano non appartiene a se stessa, ma al mondo, perché non già mera “urbe”, ma espressione di valori intramontabili, che uniscono tradizione e innovazione, tenendo per caro un passato illustre e, al contempo, con uno sguardo rivolto al futuro e a grandi sfide, come l’intelligenza artificiale. Milano è una città senza patria, e proprio per questo più universale di ogni altra, al pari di come chi ama viaggiare non possiede alcuna patria, se non il mondo stesso. L’identità di Milano è un intreccio di luci e ombre, di costruzione e contraddizione, come se ogni atto di bellezza dovesse necessariamente generare la propria controparte oscura. Da secoli, il suo Duomo sembra ricordarlo con un silenzio assordante: il capolavoro non si compie mai, perché ogni perfezione è, in fondo, un inganno e, in fondo, le città hanno qualcosa delle persone e, al pari di queste, non sono né bianche né nere, ma chiaroscure. Tra le architetture del Duomo si respira la tensione permanente tra la grandezza e il rischio della caduta. Dai cortili dei Navigli alle guglie della Cattedrale, dalle sale di Brera ai riflessi del Quadrilatero della moda, la città si mostra al mondo come una sintesi dell’intelligenza italiana. Ma ogni capitale di creatività, dove si produce e si amministra ricchezza, attira con sé anche la sua negazione: la fame del potere illecito, l’appetito della violenza, la tentazione del dominio. Non è un’anomalia, ma una legge antica. Là dove si creano valore e influenza, nascono inevitabilmente le mire di chi vuole impadronirsene. È la stessa logica che, a ben vedere, trasforma ogni metropoli nella copia inquieta di se stessa. Negli anni Settanta e Ottanta, Milano fu laboratorio di tutto ciò. Erano tempi di crescita febbrile, di contrasti acuti, di una vitalità che traboccava persino nel disordine. La città era motore economico, capitale morale, luogo di convergenza di ogni ambizione nazionale. In quegli stessi anni, tuttavia, divenne anche il teatro di un’altra “epopea”, quella della “mala milanese”, che seppe costruire il proprio “mito” tra rapine, sparatorie e locali notturni. Francis Turatello, detto Faccia d’angelo, ne fu il simbolo. La sua figura, insieme spietata e raffinata, dominò per anni il sottobosco criminale della città. Proveniente da un mondo che univa l’astuzia del ladro d’altri tempi al cinismo del “gangster” moderno, Turatello incarnò il lato oscuro del miracolo economico: il bandito che comprende la logica del denaro e la usa contro il sistema che lo produce. La sua parabola si intrecciò con quella di Renato Vallanzasca, il “bel René”, personaggio che l’opinione pubblica rese, suo malgrado, quasi “romantico”. Dietro la leggenda dei rapinatori gentiluomini, tuttavia, c’era una verità più profonda: Milano era diventata il crocevia di un nuovo tipo di criminalità, che si nutriva di immagine, che cercava rispetto tanto quanto denaro, che trasformava la cronaca in spettacolo. La città viveva una metamorfosi silente: la violenza non era più confinata ai sobborghi, ma entrava nei salotti, si intrecciava con la finanza, con la politica, con le relazioni internazionali, siccome la mafia contemporanea si caratterizza proprio per questo: il voler penetrare con decisione e disinvoltura nelle attività economiche lecite. L’omicidio di Turatello nel 1981, avvenuto nel carcere di Nuoro per mano di affiliati della Banda della Magliana, segnò simbolicamente la fine di un’epoca. Da quel momento, la criminalità milanese cominciò a cambiare volto. L’epoca della “mala” spettacolare lasciò spazio all’entrata insidiosa delle organizzazioni mafiose tradizionali: ’Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra. Non più sparatorie in strada, ma strategie finanziarie, appalti, società di comodo, riciclaggio. Mentre il mondo dell’economia legale cercava di cavalcare il benessere degli anni Ottanta, quello illegale imparava a infiltrarsi nel cuore dei processi produttivi. Non fu un caso se proprio in quegli anni Milano divenne anche il fulcro delle grandi trame finanziarie che scossero l’Italia: Michele Sindona e Roberto Calvi, due banchieri legati a poteri occulti e reti massoniche, mostrarono al mondo il volto più ambiguo della città. I loro crolli, culminati in morti misteriose, non furono semplici tragedie individuali ma eventi simbolici. Dietro le loro vicende si muovevano forze che avevano fatto di Milano il crocevia dell’economia segreta del Paese: logge deviate, fondazioni, capitali neri, un sistema parallelo che faceva del profitto il suo solo credo. La città, che nel frattempo alimentava il mito della modernità, diventava anche il laboratorio del crimine finanziario, la frontiera dove il denaro e il potere si confondevano fino a non riconoscersi più. Poi, come in un contrappasso, arrivarono gli anni Novanta. “Tangentopoli” fu la resa dei conti di un’epoca intera. “Mani Pulite” non solo smascherò un sistema di corruzione diffusa, ma ne rivelò una verità più profonda: Milano non era soltanto vittima o carnefice, ma il cuore stesso del meccanismo. Molti vi ruotavano intorno e il suo nome divenne, nel bene e nel male, sinonimo di potere. La città reagì con la consueta energia, ma il prezzo fu alto: la fiducia nelle Istituzioni, nelle regole, nella linearità del merito, si incrinò. In quello stesso periodo la criminalità organizzata trovò nuovi spazi. La ’Ndrangheta, forte di una struttura familiare solida e discreta, seppe sfruttare l’instabilità per insinuarsi nei gangli dell’economia. Milano non fu più solo la città delle rapine, ma quella dei cantieri e dei capitali sporchi. L’edilizia, i trasporti, la ristorazione, la logistica: ogni settore divenne un possibile canale di riciclaggio. Le mafie impararono a comportarsi come imprese e, paradossalmente, a contribuire al sistema che avrebbero dovuto distruggere. Il crimine non era più visibile perché non aveva bisogno di esserlo. Si muoveva con discrezione, mimetizzato nella quotidianità. Con l’inizio del nuovo millennio, la città, eternamente cosmopolita, riprese in ogni caso la sua corsa verso il futuro. L’Expo 2015 rappresentò il culmine di una visione globale, un progetto di rinascita architettonica e culturale che ridisegnò i quartieri, elevò le torri e riscrisse la mappa simbolica della città. E pur tuttavia, ogni progresso produce, quasi per attrito, nuove marginalità. Le periferie, da Baggio a Quarto Oggiaro, da Corvetto a Gratosoglio, continuarono a rappresentare l’altra faccia del benessere. Zone dove la speranza ha smesso di crescere e dove la povertà non è solo materiale ma soprattutto relazionale. È in questi spazi che, lentamente, si è sviluppato il fenomeno delle “baby gang”: giovani e giovanissimi che non si sentono parte del tessuto civile, che cercano visibilità attraverso la violenza, che vivono il disordine come forma di espressione. Non si tratta, come spesso si semplifica, di ragazzi “senza valori”. Al contrario, essi incarnano un sistema di valori distorto, ma coerente, fondato sul rispetto guadagnato con la forza, sulla fratellanza interna e sulla sfida all’autorità. Le “baby gang” sono, in un certo senso, il prodotto culturale di un’epoca che ha smarrito la comunità. Dove la famiglia non riesce più a educare, la scuola non riesce più a trattenere e la società non offre riconoscimento, la banda diventa identità, linguaggio, famiglia alternativa. I loro atti di violenza sono gesti di visibilità. Nati nell’era dei social, “questi gruppi esistono davvero solo se qualcuno li guarda”. Le aggressioni vengono filmate, le risse messe in rete, le minacce pubblicate come trofei. È un teatro della crudeltà che cerca attenzione, un grido che chiede di essere ascoltato da un mondo che non sa più comunicare. Il Procuratore Generale Pier Luigi Dell’Osso, già anni fa, aveva colto la pericolosità del fenomeno paragonandolo alle “pandillas” latinoamericane: aggregazioni nate nei vuoti dello Stato, capaci di trasformare il disagio in appartenenza. Milano, città metropolitana per eccellenza, con le sue disuguaglianze e le sue zone d’ombra, offre il terreno ideale perché queste dinamiche si radichino. La risposta istituzionale, tuttavia, non può essere solo repressiva. La storia dimostra che la forza, da sola, non corregge il disagio ma lo amplifica. Il carcere minorile, quando non accompagnato da percorsi educativi e di reinserimento, diventa spesso una palestra di criminalità. Serve una cultura della prevenzione diffusa, una visione che metta insieme scuola, lavoro, sport e formazione civica. È necessario restituire ai giovani la percezione di un futuro possibile, perché dove non c’è prospettiva, la legge perde significato. In questo senso, la giustizia riparativa rappresenta un orizzonte etico e pragmatico: educare al senso della responsabilità, alla comprensione del danno, alla restituzione simbolica verso la comunità. Il male non si combatte solo con la punizione, ma con la conoscenza. E qui torna il senso profondo della città: Milano è da sempre laboratorio di cultura e di rigore, luogo dove la mente e l’etica hanno imparato a convivere. Il suo destino, oggi come ieri, dipende dalla capacità di riconoscere i propri limiti e di trasformarli in risorsa. Le “baby gang” non sono un corpo estraneo: sono il sintomo di un sistema che ha perso la capacità di includere. Martin Luther King scrisse che ciò che spaventa non è la violenza dei cattivi, ma l’indifferenza dei buoni. È una frase che sembra descrivere perfettamente il cuore della questione. L’indifferenza è la più pericolosa forma di complicità, perché cancella il senso della responsabilità collettiva. Milano, città che produce e amministra, rischia di diventare vittima della propria efficienza, se dimentica di ascoltare il rumore sommesso delle proprie periferie. Eppure, questa città, metropoli culturale ed economica, possiede una virtù rara: quella di rinascere dalle proprie ferite. Dopo ogni stagione di scandali, Milano ha sempre reagito, reinventandosi. Lo ha fatto con la cultura, con la legalità, con la sua capacità di progettare e di creare bellezza. La sua forza non è nella purezza, ma nella resilienza. È come il suo Duomo, che continua a costruirsi senza mai concludersi, consapevole che l’incompiutezza è la sola forma di eternità concessa all’uomo. Dalla mala di Turatello alle “baby gang” dei nostri giorni, la parabola è chiara: ogni epoca ha la propria forma di devianza, ma anche la propria occasione di riscatto. Il compito di Milano, oggi, è quello di non dimenticare questa lezione. Solo riconoscendo le proprie ombre potrà continuare a essere ciò che è sempre stata: una città che insegna al mondo come si può cadere, rialzarsi e ricominciare a costruire. Così, Milano fa ciò che le riesce meglio: assorbire ogni colpo, riorganizzarsi, tornare a mostrarsi. Lo fa con la consueta professionalità, con quella capacità tutta sua di attraversare le crisi senza mai fermarsi davvero, dopo essersi immersa fino in fondo nelle proprie contraddizioni. In questo senso, le Olimpiadi Invernali Milano–Cortina 2026 non sono soltanto un evento sportivo, ma un atto simbolico, aggregante e di portata universale, con un messaggio comunicativo estremamente importante: che lo sport può unire, sempre, anche in un’epoca storica dalle molteplici criticità. Ancora una volta la città si offre allo sguardo del mondo, pronta a esibire efficienza, modernità e visione, mentre sotto la superficie continuano a muoversi, silenziose, le sue linee di frattura. Gli occhi delle genti, delle Istituzioni, dei governi, dei cittadini di novantatré nazioni e persino dei dissidenti tornano a posarsi qui, su questa città che non smette mai di rappresentare se stessa e una certa idea d’Italia imprenditrice. Milano si conferma per ciò che è sempre stata: un luogo capace di entusiasmare, commuovere e inquietare allo stesso tempo, di promettere, e talvolta concedere, futuro mentre convive con le proprie complessità. Ed è proprio in questa tensione mai davvero risolta che risiede la sua vera identità e, perché no, anche la sua bellezza più autentica.

Quando il valore resta nascosto: la storia di Egidio Marco Cioppa – Betapress – 14 settembre 2025

Un articolo, per me particolarmente significativo, che ha raggiunto più di 35.000 visualizzazioni e quasi 700 commenti, su Linkedin, che racconta non solo la storia di mio padre, Egidio Marco Cioppa, ma anche e soprattutto la storia dei molti eroi “silenziosi” che hanno contribuito a edificare la storia della società civile. Un messaggio particolare importante che a mio avviso deve essere tramandato e “consegnato” ai giovani e alle nuove generazioni è proprio questo: che i valori etici, morali e giuridici dello spirito di servizio e di sacrificio, di strenuo impegno, di coraggio e di eroismo, devono sempre improntare le condotte e umane e le vite dei singoli e quella della collettività.

Ci sono uomini il cui valore è così evidente da sembrare naturale, eppure destinato a scivolare nell’oblio.

Egidio Marco Cioppa è uno di questi. Ammiraglio di squadra, padre di sette figli, protagonista silenzioso di guerre, battaglie e delicatissimi negoziati internazionali, ha costruito sicurezza e stabilità per l’Italia e per l’Europa.

Eppure oggi il suo nome sopravvive a malapena in qualche trafiletto enciclopedico, come se la grandezza, per non disturbare, dovesse restare in disparte.

Nato il 16 gennaio 1910, apparteneva a quella generazione temprata dalle privazioni e educata al rigore.

La Sciabola d’onore, prestigiosa distinzione riservata agli allievi che terminano sempre al primo posto, gli fu conferita fin da giovane.

Non era semplice talento, ma disciplina e costanza, qualità che oggi, nell’era dell’apparire, sembrano rare e preziose.

L’Accademia lo formò alla disciplina, ma fu il mare a forgiare l’uomo: l’orizzonte sconfinato, il vento tagliente e le notti di tempesta mettevano alla prova il coraggio e la lucidità di chi sa che ogni decisione può essere questione di vita o di morte.

Per i giovani, questa immagine parla di resilienza e di confronto con i propri limiti; per gli adulti, è monito sul valore della perseveranza e della responsabilità.

La sua carriera si snodò tra guerra d’Etiopia, guerra civile spagnola, campagna di Cina e infine la Seconda guerra mondiale. Ogni teatro di guerra fu un banco di prova dove strategia e sangue si mescolavano, e dove Cioppa seppe distinguersi senza mai far rumore.

Centoventisette missioni in comando, senza una perdita: un risultato straordinario, che oggi appare quasi incredibile nella sua perfezione.

Ogni partenza era un rischio, ogni ritorno un trionfo discreto, costruito sul rigore, sulla capacità di comando e sul rispetto reciproco tra ufficiale e uomini.

Quattro medaglie al valor militare e tre encomi solenni raccontano più fatti concreti che parole retoriche.

Riflettere sulla sua carriera significa comprendere che l’eccellenza non si misura con i like, i titoli o l’attenzione dei media, ma con il peso delle responsabilità portate a termine, spesso in silenzio.

I giovani possono imparare da questo che il vero valore si costruisce con coerenza e disciplina; gli adulti possono ricordare che il ruolo di guida richiede dedizione e attenzione verso chi dipende dalle nostre scelte.

Dopo la guerra, quando l’Italia cercava di ricostruire non solo le città, ma anche la propria credibilità internazionale, Cioppa mise la sua esperienza al servizio della neonata NATO, presiedendo per sette anni il Comitato Armamenti Navali delle Marine Alleate, contribuendo a stabilire equilibri delicatissimi e standard destinati a durare decenni.

In quelle sale dove si decidevano equilibri di vita e morte, la sua voce era ascoltata con rispetto; in patria, invece, il suo nome restava relegato a poche righe.

Chiunque osservi questo contrasto può trarre una lezione: il valore autentico spesso non cerca conferme, e la discrezione è parte integrante della vera grandezza.

Grande Ufficiale della Repubblica Italiana, Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia, Cavaliere Mauriziano, padre di sette figli, Cioppa incarnava l’eroismo quotidiano: non solo quello misurabile in missioni e medaglie, ma quello silenzioso che tiene insieme famiglia, dovere e responsabilità.

Gustavo, Angelica, Carlotta, Caterina, Antonio, Assunta Stefania e Salvatore Marco furono la sua vera flotta, quella domestica, che richiedeva equilibrio tra affetto e disciplina.

Anche qui, il suo esempio è illuminante: educare significa guidare con coerenza e con amore, trasmettendo valori che rimangono vivi molto più delle parole.

Non ci sono commemorazioni ufficiali recenti, né eventi dedicati, se non il ricordo discreto di suo figlio Gustavo. Mentre altri eroi di carta riempiono anniversari e convegni, un uomo che ha garantito sicurezza, stabilità e onore resta in disparte.

Cioppa non cercò riflettori: parlava attraverso le missioni compiute, gli uomini salvati, i progetti portati a termine. La sua grandezza sta nella discrezione e nell’evidenza dei risultati.

Riscoprire Egidio Marco Cioppa significa comprendere che l’onore non è parola vuota, che comandare vuol dire responsabilità e cura, e che la vera vittoria non è farsi vedere, ma portare tutti a casa, missione dopo missione.

Per i giovani, il suo esempio è stimolo a coltivare disciplina, coraggio e coerenza; per gli adulti, monito a guidare con responsabilità, dedizione e attenzione verso chi dipende dalle nostre scelte.

Un Paese che dimentica i suoi eroi rischia di perdere non solo la memoria, ma se stesso.

Riscoprire Egidio Marco Cioppa significa ritrovare il senso del dovere, l’arte del comando, e la grandezza silenziosa che davvero cambia il mondo.

Sanità: diversi modelli organizzativi – 17/11/2025 – Wiki Milano

Il nuovo magazine cartaceo WikiMilano ospita un approfondimento del nostro editorialista Gustavo Cioppa sul modello sanitario lombardo.

È lo Stato che deve garantire la salute dei suoi cittadini o sono i cittadini stessi che devono rendere effettivo il loro diritto alla salute, versando contributi o sottoscrivendo assicurazioni sanitarie? Il quesito fa sorgere una serie di questioni e di problematiche. In primo luogo, occorre sgomberare il campo ermeneutico di indagine dal dubbio sulla qualificazione giuridica della salute come diritto fondamentale dell’essere umano o come mero interesse legittimo. Ciò non solo perché le grandi Carte Sovranazionali, tra cui la Cedu, hanno riconosciuto la portata universale e generale del diritto alla salute, ma anche perché disposizioni come l’art. 32 della Costituzione, secondo cui “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti” sono rintracciabili anche in altri ordinamenti. Così, l’art. 43 della Costituzione spagnola recita “è competenza dei poteri pubblici l’organizzazione e la tutela della salute pubblica con le misure preventive e con le prestazioni e i servizi che siano necessari”. Così, in Francia esiste una specifica legge, un po’ come la nostra legge di bilancio, con la quale, dal 1996, il Governo presenta ogni anno al Parlamento un progetto di legge per il finanziamento delle spese per la sicurezza sociale. In Gran Bretagna, la Constitution del National Health Service costituisce la Carta Fondamentale del sistema sanitario anglosassone, come pure l’Health Act adottato da Tony Blair nel 1999. Insomma, non è in discussione che la salute sia un primario e fondamentale diritto dell’individuo, quanto piuttosto diverso è il discorso su come attuarlo e quali politiche pubbliche adottare. Al riguardo, i modelli di riferimento sono essenzialmente due: il modello universale (come in Italia e Gran Bretagna), il modello assicurativo, ove è il cittadino che versando i contributi e sottoscrivendo un’assicurazione obbligatoria per legge garantisce il suo diritto alla salute (come in Germania o negli Stati Uniti) e modelli ibridi, che combinano elementi dell’uno e dell’altro modello (come Spagna, Francia, Olanda).

Venendo dunque ai modelli posti in essere da numerosi Stati, essi si distinguono tra: un modello a base universale, in cui lo Stato destina parte delle proprie risorse di bilancio alla spesa sanitaria, e un modello contributivo, in cui, a fronte della stipulazione di un’assicurazione, spesso obbligatoria per legge, il cittadino, versando contributi, si garantisce il diritto alla salute. Come meglio si dirà, non esiste in astratto un modello migliore, ma solo un modello migliore in concreto. Gli Stati che hanno optato per il primo modello, quello a carattere universale, come Italia e Gran Bretagna, hanno inteso prospettare il ruolo dello Stato come garante ex lege, mentre altri Paesi, come Germania e Stati Uniti, hanno preferito puntare sul concetto di autoresponsabilità del cittadino, spesso e volentieri temperando però questo severo criterio con quello dell’intervento statuale in caso di situazioni di indigenza economica e con forme di assicurazioni di copertura statuale (così Germania, Francia, Spagna e Olanda). La questione non è allora se lo Stato si conformi in astratto come contraente leale, riconoscendo le libertà fondamentali (Locke) o assumendosi l’impegno di attuare i diritti sociali (Rousseau) o se invece egli abbia la natura di un Leviatano (Hobbes). Il tema è piuttosto se gli esseri umani che dello Stato sono manifestazione si comportino in modo leale e corretto nel concreto. In tale prospettiva, imprescindibile è un riferimento alle scelte in tema di spendita di denaro pubblico, di investimenti o piuttosto di tagli alla sanità, nonché con riferimento a fondamentali questioni di politica economica e di etica pubblica, sotto il profilo di fenomeni corruttivi che, se replicati su larga scala, portano a un grave e notevole danno al bilancio dello Stato. E infatti la corruzione costa, al pari dell’evasione fiscale, e a farne le spese sono i cittadini, che si vedono sempre più privati di diritti essenziali. La sanità è infatti al tempo stesso un diritto fondamentale e un servizio. Ciò posto, per garantire servizi efficienti, l’economia deve essere pulita, pulita da intese collusive, da tangenti, da evasioni ed elusioni fiscali, da forme di azzardo morale e di distorsioni del sistema. Così, un’economia che funziona bene è lo specchio di un’etica pubblica che funziona bene. Come in astratto non vi è un modello di politica economica migliore di un altro tra quelli a disposizione per per uno Stato, cosi non vi sono scelte di politica sanitaria migliori di altre in astratto, ma solo in concreto, a seconda di come vengono attuate e declinate, a seconda, in definitiva, della virtù o del vizio nella coscienza collettiva. La coscienza collettiva…l’etica pubblica…sembra insomma che tutto riporti alla filosofia di Platone, di Kant e di Hegel. E non c’è da sorprendersi…perché la filosofia morale e la filosofia politica sono a fondamento e postulato delle scelte di politica economica e della stessa forma e sostanza dell’etica collettiva. Ecco allora il ruolo della riflessione collettiva, della coesione sociale, di uno spirito di squadra, di lealtà e di collaborazione che deve esserci in tutti i settori di tutte le attività umane. Premesse queste riflessioni sul piano generale, sono doverosi degli approfondimenti con riferimento al sistema sanitario lombardo, punta di eccellenza nazionale e sovranazionale. La sanità lombarda si conferma infatti, ancora una volta, un punto di riferimento a livello nazionale e internazionale. Strutture d’avanguardia, competenze professionali di altissimo livello e capacità di coniugare ricerca, innovazione e assistenza quotidiana fanno della Lombardia una delle regioni più avanzate d’Europa nel campo della salute pubblica e privata. Non è un caso che molti pazienti, anche da altre regioni italiane o dall’estero, scelgano di curarsi qui, attratti da un sistema che unisce efficienza organizzativa e qualità clinica. Ma se la Lombardia rappresenta l’eccellenza, non va dimenticato che l’intero sistema sanitario italiano conserva un tratto distintivo che lo rende unico: la sua vocazione all’accoglienza. L’Italia resta uno dei pochi Paesi in cui il diritto alla cura è garantito a tutti, senza distinzioni di provenienza, reddito o condizione sociale. È una sanità che, pur tra difficoltà e carenze strutturali, continua a mettere la persona al centro, mantenendo viva quella dimensione etica che considera la salute un bene comune, non un privilegio. Chiunque, di fronte a un incidente, a una malattia improvvisa o a una fragilità, può contare su un sistema che tende la mano. Non è soltanto un insieme di ospedali e reparti, ma un presidio civile, un luogo dove la solidarietà si traduce in professionalità, dove la competenza medica incontra il senso profondo della cura. La sanità italiana, con la Lombardia in prima linea, non è solo un modello di eccellenza tecnica, ma anche di umanità. Ed è proprio in questo equilibrio, tra efficienza e accoglienza, tra rigore e compassione, che si riconosce la vera forza del nostro sistema sanitario. Si pone certamente dunque il tema della “prova di resistenza” del principio di uguaglianza (art. 3 Cost.) e della assicurazione di un equanime trattamento del servizio (non solo “diritto”) “sanità” sul territorio nazionale. Purtroppo, è dato notorio che i servizi sanitari offerti nelle varie regioni d’Italia non sono allo stesso livello di efficienza (art. 1 l. 241/1990). Si verifica dunque una preoccupante disparità di trattamento, con violazione del principio di uguaglianza dei cittadini (art. 3 Cost.), contraria a istanze di giustizia. Tale disparità di trattamento non può essere tollerata in una società civile e deve fare parecchio riflettere. Deve fare riflettere soprattutto come, anche in un contesto di alta efficienza come quello lombardo, un gran numero di medici abbia dato forfeit, preferendo realtà estere, e come oltre 160.000 cittadini lombardi siano privi di un medico di base, oltre ai tempi dovuti alle liste di attesa. La sanità, traduzione in chiave più marcatamente amministrativistica del bene giuridico e primario diritto fondamentale della salute (art. 32 Cost.), deve essere efficiente ed efficace (art. 1 l. 241/1990), viceversa determinandosi una disfunzione del mercato. Al tema strutturale della gestione della sanità come servizio si aggiunge quello, di preliminare rilevanza costituzionale, della giustizia nella sanità, una giustizia che deve essere tangibile in concreto, che certamente è conseguenza di scelte nazionali in tema di politica economica, le quali tuttavia devono essere ragionevoli e rispettose dei diritti fondamentali della Costituzione, secondo logiche di gerarchia dei beni giuridici, siccome stabilite dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale. La materia sanitaria, di competenza statale ma al tempo stesso concorrente tra Stato e Regioni, si presenta dunque come fondamentale nel funzionamento dello Stato-comunità, essa primario bene giuridico fondamentale per ciascuno di noi, nonché per l’intera collettività. La sanità si fa un tutt’uno con il principio di sussidiarietà orizzontale (art. 118 ultimo comma Cost.) e di solidarietà (art. 2 Cost.), dovendo l’azione collettiva a fini sociali e la solidarietà fungere da contrasto a forme di disparità di trattamento.

Punire anzichè educare: è la sconfitta della giustizia? – 17/11/2025 – Il Ticino

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Di Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

L’imputabilità rappresenta un paradigma universale. Non solo in campo giuridico, ma anche filosofico, psicologico e sociologico. In effetti, se non ci fosse imputabilità, non si sarebbe responsabilità e un mondo in cui nessuno paga per i propri errori non sarebbe né giusto né auspicabile. Ecco dunque che bene si spiega perché le esenzioni da responsabilità, ossia i casi in cui la legge individua a priori categorie di soggetti non imputabili, sono da considerarsi tassativi e tassativi sono considerati dalla giurisprudenza. La proposta di legge, avanzata nel 2019 in sede parlamentare e su cui ancora deve essere presa una posizione, di abbassare l’età imputabile da quattordici a dodici anni, desta forti perplessità. Se infatti è vero che la criminalità giovanile è in forte aumento, come testimoniato dal diffondersi nei contesti urbani delle baby gang e più in generale dal proliferare di episodi di accoltellamenti e risse tra giovanissimi, è tuttavia da considerare che a monte sta un preliminare problema educativo e culturale, la cui disamina si pone a presupposto concettuale, prima di trattare il tema della coscienza di intendere e di volere di chi ha commesso il fatto. Certamente ogni fatto di reato va punito, a patto però che esso manifesti una reale e consapevole adesione psicologica dell’agente. Il punto non è solo giuridico, ma anche sociale. Se infatti la carenza di educazione e di formazione etica e morale non scusa, essendo irrilevanti ai fini della scusabilità gli stati d’animo secondo la legge penale (art. 90 c.p.), ciò nonostante, come è stato detto da attenta dottrina in tema di recidiva, l’ambiente carcerario può portare a un aggravamento dell’isolamento sociale del detenuto, che dunque, una volta rimesso in libertà, costituirà nuovamente un pericolo sociale. La prospettiva non può dunque essere solo quella punitiva e dell’incarcerazione, ma deve partire dai fondamentali luoghi, materiali e simbolici, della scuola e della famiglia: solo infatti un’educazione consapevole, approfondita e sentita dai giovani, potrà portare ad un’adeguata maturazione psicologica e morale, tale da prevenire il pericolo della commissione di reati. Non è attraverso l’inasprimento sanzionatorio che si ottiene il risultato voluto, nonostante i buoni propositi, come già spiegava attentamente il Beccaria. La pena deve infatti costituire l’extrema ratio, come conferma il senso logico del principio di precisione del precetto penale e del rigore assoluto con il quale il giudice deve accertare il nesso causale ai fini della condanna. La scuola e la famiglia appunto, come detto, ma anche e non da ultimo l’amore per il bello, un bello autentico, non quello dei social, e per il buono: l’amore cioè per la giustizia, la quale non è certo da ridursi a mero insieme di disposizioni di legge, quanto piuttosto da intendersi quale il laborioso e intenso impegno etico dell’essere umano, per creare un’opera perfetta, destinata a durare nel tempo. Proprio in tale ultimo assunto sta il significato autentico dei due caratteri propri della legge, ripetuti con insistenza in tutti i manuali giuridici: la generalità e l’astrattezza della norma. Una norma può infatti essere giusta se non discrimina, cioè se è generale, e se riguarda ogni ipotesi concreta suscettibile di essere ricompresa entro quella astratta. Di qui il carattere dell’astrattezza. Per fare questo lavoro occorre un’energia intellettuale notevole ed è questa quell’energia che i giovani devono scoprire e apprezzare, non già quella della forza bruta, che, proprio perché “bruta”, è “brutta”, ed è brutta perché insensata, illogica e lesiva in primo luogo per chi la pone in essere, poiché lo vedrà doversi giustificare avanti a un giudice, al cospetto della collettività. La chiave di lettura della vita sta proprio in questo: nell’amore verso il rispetto, l’educazione, la cultura, ossia verso gli altri, verso il prossimo, verso la comunità e verso la legalità. Si tratta di una forma di amore, comune al pensiero ateo e a quello credente, che non si impara attraverso l’esperienza del carcere, ma solo mediante una sentita riflessione con noi stessi. Di qui la centralità dell’autoriflessione e dell’autocritica (Socrate). In quel “conosci te stesso”, massima scolpita sul frontone del tempio di Delfi, sta tutta la più nobile sapienza umana.

Lo sport e la guerra

Lo sport e la guerra costituiscono due forze in stretta dialettica, ma mentre il primo è “energia”, per definizione sempre positiva, la seconda è “forza” in senso negativo, è “brutalità”, è “violenza”. Molteplici sono le somiglianze, ma molte di più le differenze. Un conto è competere per un traguardo sportivo, ove, spesso peraltro in team, si realizza il bene di una comunità. Altro discorso è distruggere e cagionare atroci sofferenze ad altri esseri umani. Pensiamo ai tempi in cui viviamo…ove lo scenario internazionale è dominato dalle nefandezze della guerra, più che dai traguardi sportivi e dai valori etici di cui lo sport è intriso. Voglio pensare questo: che possano tornare presto la pace, la coesione, lo spirito di squadra e il sole, nei cieli ora dominati da caccia e da droni. Lo sport è sempre una vittoria. La guerra è sempre una sconfitta.

Lo sport esalta la persona – 24/09/2025

La guerra la disconosce e ne calpesta la dignità

(Pubblichiamo anche online l’editoriale del magistrato Gustavo Cioppa, estratto dall’edizione Estate 2025 del magazine cartaceo WikiMilano – per l’intera rivista: magazine.wikimilano.it)

Nell’articolo 33 della Costituzione è stata di recente introdotta una specifica norma sullo sport, che sancisce che “La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico in tutte le sue forme”. Del pari, anche sul piano delle grandi convenzioni sovranazionali, viene unanimemente riconosciuto il diritto allo sport come presupposto per il benessere psico-fisico dell’individuo, anche in forma di salute collettiva (arg. ex art. 32 Cost.). Lo sport è condivisione, è confronto, è impegno, dedizione, passione ed è indispensabile per la formazione dello spirito di squadra e del senso di gruppo, di appartenenza a una comunità. Lo sport è anche agonismo, certo, ma agonismo nel rispetto delle regole. Come la vita è in un certo senso, consciamente o inconsciamente, una gara, una sfida, una competizione, questa sfida viene sempre e comunque giocata nel rispetto delle regole, in primis quelle, principi generali dell’ordinamento, di correttezza e buona fede, principi universali cui devono ispirarsi tutte le condotte umane. Lo sport è allora competizione, ma competizione sempre leale. Il rispetto delle regole appunto: proprio tale aspetto consente di comprendere agevolmente la distinzione tra sport e guerra. Infatti, nella guerra vi è una mera distruzione che prescinde dal rispetto delle regole di comportamento che vi sono in tutte le relazioni umane, comprese le competizioni sportive. Così, mentre l’attività sportiva è quasi sempre attività lecita, la guerra è sempre attività illecita e mai giustificabile. Lo sport è creazione, la guerra è distruzione, come rivela l’origine greca di questa parola: “polemos”. Ecco allora che rileva il profilo causale, come determinante: una causa lecita (lo sport) a fronte di una causa illecita (la guerra). Più in particolare, anche la giurisprudenza, con orientamento consolidato, concorda su questo: che un’attività sportiva, anche se in sé violenta, ma condotta nel rispetto delle norme che la disciplinano, non costituisce mai un illecito, il quale si verifica invece nel momento in cui il gesto agonistico trasmoda la regola di comportamento, finendo per farsi illecito, per costituire un’infrazione. La guerra è proprio questo: infrazione, violazione di regole. Lo sport, a differenza, è disciplina, è insieme di regole di comportamento. Lo sport poi non è solo una prestazione di risultato. È invece soprattutto un’obbligazione di mezzi, che presuppone, quali indefettibili postulati, il comportarsi correttamente, secondo buona fede, lealtà e autoresponsabilita. Tutto ciò nella guerra non vi è. Mentre infatti nello sport si punta a dare il meglio di sé, senza tuttavia danneggiare gli altri, la guerra è un danno in re ipsa. Confrontare lo sport e la guerra è allora un po’ come contrapporre il bene e il benessere psico-fisico al male, al dolore e alla sofferenza. Lo sport è creazione, è inclusione. La guerra, al contrario, è distruzione, è esclusione. Lo sport può allora fungere da antidoto alla guerra, proprio perché capace di unire e creare. La fiaccola olimpica non è allora un proclama simbolico e privo di ricadute pratiche, traducendosi piuttosto in un simbolo di unione tra tutte le singole comunità, verso l’unica e grande comunità universale. Ecco allora che, specialmente in un contesto storico di conflitti bellici particolarmente cruenti, lo sport può fungere da momento concettuale di aggregazione, come lo era stato in passato, anche in un passato molto antico, come quello delle Olimpiadi nell’antica Grecia, ove le ostilità tra le singole “poleis” venivano temporaneamente accantonate, per fare spazio a un momento di confronto agonistico secondo le regole della lealtà e nel rispetto degli dei (spesso venerati in occasione delle antiche Olimpiadi). Ecco allora che è forse doveroso recuperare questo profondo universo di significati e ricondurre ermeneuticamente la nozione di sport a quella di pace, come quando gli antichi romani veneravano il dio Giano bifronte, proprio per celebrare la fine di ogni guerra.

La legge 114 ha abrogato l’abuso d’ufficio: un nuovo scenario normativo con cui fare i conti – 01/08/2025 – Affari Italiani

La l. 9 agosto 2024 n. 114 ha abrogato il reato di abuso d’ufficio: l’art. 323 del codice penale non esiste più. Questa notizia ha suscitato grande dibattito nell’opinione pubblica e non pochi Tribunali (Tribunale di Firenze, Tribunale di Busto Arsizio, G.U.P. di Locri, Tribunale di Bolzano, Tribunale di Teramo e Tribunale di Catania) hanno sollevato questione di legittimità costituzionale, oltre, di recente, alla rimessione alla Corte Costituzionale da parte della stessa Corte di Cassazione. In disparte al fatto che comunque alcuni tribunali, come quello di Reggio Emilia e la Corte d’appello di Cagliari, hanno invece ritenuto non fondato alcun preteso contrasto dell’abrogazione dell’art. 323 c.p. con la Costituzione, giova evidenziare che la scelta di abrogare una norma peraltro assai discussa e già sospettata di incostituzionalità come l’abuso d’ufficio, attiene alle scelte insindacabili del Legislatore. 

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 95/2025, si è peraltro pronunciata sulle ordinanze di rimessione fatte dai predetti molteplici tribunali, concludendo per l’inammissibilità delle questioni e comunque per la dichiarazione di piena legittimità della l. n. 114/2024, perché non in contrasto con le Convenzioni internazionali in tema di contrasto alla corruzione. 

Come non è sindacabile dibattere sul perché per un reato sia prevista una determinata pena o perché la legge abbia previsto un determinato istituto, così non dovrebbe essere sindacabile nemmeno la scelta legislativa di abrogare un reato, come nel caso in esame. Stante il principio di precisione nella descrizione del contenuto della norma penale, ai fini di un’esatta incriminazione, ne risulta come non sia auspicabile la genericità nella descrizione del medesimo precetto, siccome fatto dall’art. 323 c.p. -peraltro, sotto tale profilo, era stata sospettata la conformità alla Costituzione anche di altri reati, assai gravi, come l’incesto e lo stalking-. 

Ma non è tutto: l’abuso d’ufficio ha vissuto alterne vicende, che testimoniano l’estremo tentativo di salvarne il carattere generico nella propria formulazione-il riferimento è all’inciso, introdotto dalla riforma del 2020 (d.l. 16 luglio 2020 n.76, convertito, con modificazioni, nella l. 11 settembre 2020 n.120), relativo alla “violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità”, inciso volto a supplire il generico riferimento alla “violazione di norme di legge o di regolamento”, nella versione antecedente-.

È evidente però che norme che non racchiudano margini di discrezionalità e che impongano al tempo stesso determinati precetti al pubblico funzionario non esistono, sia perché una legge per definizione contiene sempre un residuo margine di discrezionalità sia perché le norme di diritto pubblico che regolano concorsi, assunzioni e procedure a evidenza pubblica contengono quasi sempre precetti generali. Così, all’obiezione secondo cui ora, con l’abrogazione dell’abuso d’ufficio si consentirebbe di favorire determinati candidati in un concorso pubblico senza il rischio di incorrere in sanzioni penali (il noto tema delle “raccomandazioni”), si può agevolmente far notare come già esistano norme, nell’ordinamento, che reprimono duramente tali fenomeni (il reato di corruzione in primis). 

Quanto poi al pericolo di una procedura di infrazione europea derivante dalla volontà dell’Unione di prevedere sanzioni penali contro l’abuso d’ufficio (il riferimento è all’art. 11 della proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sulla lotta contro la corruzione, che sostituisce la decisione quadro n. 2003/568/GAI del Consiglio), tale profilo di potenziale attrito giuridico è stato destituito di fondamento da parte della Corte Costituzionale, con la sentenza di cui sopra. È senza dubbio un dato lampante, ad ogni buon conto, che l’85 per cento dei processi per abuso d’ufficio già si arresta al momento delle indagini, concludendosi con l’archiviazione. Sono dati ufficiali quelli che raccontano di un reato che certamente meritava abrogazione: nel 2021 su 5.418 procedimenti definiti dall’ufficio Gip/Gup, le archiviazioni sono state 4.613, oltre appunto l’85 per cento, quota ben superiore al dato medio dei procedimenti penali (il 62 per cento). 

È evidente allora che il reato di abuso d’ufficio da un lato impegnava cospicue energie processuali, mettendo in moto la macchina giudiziaria, dall’altro che ciò si rivelava il più delle volte una perdita di energie (con conseguente dispendio di denaro pubblico nella ricerca dei mezzi di prova, in primis le intercettazioni) e con l’attribuzione, spesso ingiusta, della qualifica di “indagato”. Sarebbe più opportuno, invece, procedere con maggiore celerità con reati con maggiori possibilità in termini di imputazione che porti a una sentenza di condanna. L’ auspicio resta allora questo: che, nonostante le critiche, abbiano a celebrarsi meno processi destinati a rivelarsi infondati, che le energie della complessa macchina burocratica della giustizia abbiano a concentrarsi su ipotesi di reato davvero fondate e che a molte persone possa essere evitata l’infamia di subire indagini poi destinate all’archiviazione.

di Gustavo Cioppa
Magistrato, già Procuratore Capo a Pavia e già Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia