L’eccezione non può essere la regola

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

La Fiducia (nella mitologia era una dea più vecchia di Zeus) è un sentimento dal quale nessuno può prescindere. Anche tutti quelli che di fiducia non ne hanno più nei confronti dell’altro da sé, delle istituzioni e della scienza. La fiducia è un riconoscimento dell’affidabilità dell’ ”altro” intrinseca all’interno degli ordinamenti giuridici, già dai tempi dei Romani. In quest’ottica sono certamente rappresentativi l’istituto della fiducia “cum amico” e quello della fiducia “cum creditore”. Volgendo l’attenzione sul primo istituto menzionato, si è dinanzi ad un trasferimento patrimoniale nei confronti di un terzo che, dopo aver ottenuto la proprietà “ex iure Quiritium”, si obbliga a ritrasferire la res al fiduciante. Questo istituto è la “cartina tornasole” dell’importanza che ha contraddistinto la fiducia nel mondo antico.
Il patto non detto ma implicito, nella tecnologia che governa i computer, i treni ad alta velocità, il volo degli aeroplani nelle sue fasi critiche, è imprescindibile per ciascuno di noi e ci consente di continuare a vivere secondo le necessità del nostro tempo.
A volte però succedono fatti tragici, si pensi alla caduta della funivia del Mottarone e al crollo del Ponte Morandi, dovuti – da quanto risulta allo stato degli atti – alla faciloneria di chi doveva controllare, presidiare, proteggere, decidere, agire.
Siamo in un momento patologico di una diffusa sfiducia nelle istituzioni, nella scienza.
Questo sentimento deve essere combattuto e vinto dalla consapevolezza che le istituzioni, nonostante qualche caduta e qualche inciampo (si pensi alla crisi della magistratura), ci sono e costituiscono il nostro baluardo e punto di riferimento.
Eventi tragici come la caduta della funivia del Mottarone o del ponte Morandi ancorché siano il segno di una sempre più frequente e generalizzata superficialità nel nostro paese, non devono infrangere la fiducia nelle istituzioni fondamentali della nostra Repubblica, cui al contrario dobbiamo rivolgerci per chiedere ed ottenere.
Dobbiamo tutti avere la convinzione che questi eventi, le anomalie che abbiamo visto nella gestione della cosa pubblica o nell’attività della Magistratura, sono tutti fatti patologici e che il funzionamento fisiologico è sano ed immune da storture che costituiscono – e devono costituire – fatti eccezionali.
Il nostro imperativo categorico è che mai avvenga che l’eccezione diventi la regola.

La fiducia va conquistata e meritata

La fiducia… la fiducia non è fede incondizionata.
Essa va conquistata e meritata, con duro lavoro, coerenza, fatica. È un sentimento talmente difficile da provare che per infonderla è necessario sradicare ritrosie, esperienze negative, delusioni costanti inflitte da coloro in cui riponevamo la nostra speranza.
La fiducia, inoltre, non è per sempre. Per quanto faticosamente conquistata, è connotata da una congenita precarietà che la rende incerta, instabile, fragile. La fiducia è proiettata sul futuro, ma, per raggiungerlo, deve attraversare il presente. Il che non è mai facile.
Per assurdo, tempo fa, ai tempi d’oro, le storture del sistema erano un’eccezione.
Ora forse stanno diventando la regola.
Ed è in questi momenti che dall’astratto bisogna tornare al concreto. Dagli ideali (troppo spesso ormai smarriti) bisogna tornare alla forza delle idee.
Solo con l’esempio costante, coraggioso, sincero, se necessario anticonformista, potranno “le Istituzioni” rappresentare quel punto di riferimento di cui abbiamo tutti bisogno.
È drammatico il punto di partenza… preoccupante la strada da fare… pressoché impossibile la risalita nel cuore delle persone…
Eppure siamo ancora qui, a guardarci intorno, per cercare l’uomo giusto al posto giusto, per sentirci rassicurati e “fiduciosi” che riceveremo l’esempio giusto, seguiremo la giusta guida, e con difficoltà e grandi sacrifici miglioreremo il mondo dei nostri figli.
Stiamo cercando l’eccezione, le persone eccezionali, quelle che ormai non ci aspettiamo più di incontrare…
E dobbiamo cercarle a tutti i livelli, partendo dall’alto per arrivare ad ogni settore della nostra vita.
Perché queste persone ci sono, e sono tante, e la loro eccezionalità può e deve diventare la regola.

Dott. Gustavo Cioppa

Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: http://www.ilticino.it/2021/06/01/leccezione-non-puo-essere-la-regola/

Intelligenza artificiale nelle nostre vite? “Adelante…con juicio”

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

“Technè ad libitum si”? Oppure “Technè ad libitum no”? La risposta è certo affermativa, ma non libera da plurimi problemi di vario genere. Anzitutto la tecnologia può essere usata a totale beneficio dell’uomo, ma anche in “malam partem”. È nondimeno innegabile che tutta la storia dell’umanità sia stata scandita dal progresso della tecnologia che ha fornito una complementarità straordinaria all’uomo per la sua crescita di civiltà. È fin troppo agevole richiamare dai remoti confini del tempo l’avvento dell’aratro, della ruota e così via fino ai tempi nostri. E tuttavia, in special modo nei tempi a noi più vicini, si assiste ad un fenomeno che dovrebbe far riflettere: l’utilizzo delle macchine e di tutto ciò che è tecnologia rischia di prendere il sopravvento nell’economia delle attività umane. Nessuno ardirebbe negare che tutto l’apporto che ci viene dalla tecnica sia fondamentale per lo sviluppo delle attività umane. E di secolo in secolo, fino al nostro, si potrebbe definire stupefacente quello che le scoperte scientifiche e tecniche hanno arrecato alla storia dell’umanità.
La questione che si intende portare all’attenzione e che dovrebbe essere oggetto di riflessione consiste nel fatto che, con una velocità impressionante e con ingenti risultati in tutti i settori, la tecnologia si sta approssimando al lavoro degli uomini in guisa tale da far pensare a non pochi che giungerà il momento in cui essa potrà quasi totalmente sostituire l’uomo. Orbene è pensabile razionalmente una cosa simile? Si può davvero arrivare ad un mondo in cui l’uomo sia complementare rispetto alla macchina?
Ben si intende che sarebbe una rivoluzione ben più che copernicana, sarebbe uno capovolgimento rispetto al quale l’esistenza ed il mondo subirebbero un micidiale stravolgimento.
Varrà la pena, per una ricognizione pur breve dell’argomento, pensare, a mo’ d’esempio, alla vita attuale caratterizzata dall’uso sistematico di automobili sempre più sofisticate, delle macchine che caratterizzano la domotica familiare e le apparecchiature biomediche (specie quelle salva-vita), per rendersi conto che una mancanza di tali strumenti proietterebbe l’umanità indietro di diversi secoli Si deve, dunque, concludere che il progresso ha potuto supportarci in maniera formidabile in tutte le nostre attività; ne consegue che una visione, anche soltanto parziale, negativa sarebbe fuori luogo ed insostenibile.
Bisogna prendere atto che la volontà di migliorarsi e progredire è connaturata all’uomo, che proverà sempre ad evolversi anche sulla strada della creazione di apparati tecnici sempre più funzionali. E allora quale è il problema di fondo che si pone? Il governo del progresso in capo all’uomo.
Va ribadito che l’intelligenza artificiale ha rappresentato una delle maggiori conquiste degli ultimi tempi: una tecnologia con caratteristiche peculiari fra cui la possibilità di individuare alcune scelte. La tecnologia – ovvero il robot più raffinato – può arrivare a sostituire l’uomo? È difficile ipotizzare che i settori fondamentali dell’esistenza umana non possano non rimanere nel suo esclusivo potere decisionale. Un esempio, già accennato, è il settore sanitario in cui il pur straordinario supporto delle macchine non può alfine sostituire il giudizio dell’uomo, anche, per così dire, sotto il profilo etico, che è una caratteristica peculiare dell’essere umano, con una infinità di variabili e di soluzioni.
Ad esempio, con riguardo all’esperienza lavorativa dello scrivente, capita spesso di riflettere sulla possibilità di sostituire la figura del giudice con un programma capace di dirimere le controversie. E questo non è in alcun modo possibile, perché l’uomo ha una capacità di giudizio unica ed insostituibile. In altri termini è lo spirito umano che non può essere, tout court, sostituito dalla tecnologia, costituendo un ‘quid’ non replicabile.
In definitiva il progresso – fenomeno insito all’evoluzione umana – non può essere arrestato poiché, come ci insegna la storia del movimento luddista in Inghilterra, la macchina non deve essere considerata uno strumento da distruggere; il progresso, al contrario, dovrebbe essere il mezzo per consentire a tutti di vivere in modo dignitoso. Siffatta prospettiva ha come diretto corrispettivo la condanna di qualsiasi idea che si basi sulla sostituibilità dell’uomo. Quello che ci serve è una tecnologia che supporti e migliori la nostra capacità di prendere decisioni, senza mai che la macchina decida al posto nostro.
I robot dotati di intelligenza artificiale non potranno mai avere il requisito tipico dell’essere umano: i sentimenti. In conclusione nel futuro si potranno creare macchine perfette dal punto di visto tecnologico, mai si potrà donare loro un’anima, una spiritualità che resterà peculiare ed esclusiva caratteristica dell’agire umano. Riallacciandosi all’incipit di questa serie di riflessioni si può concludere con la nota metafora manzoniana “Adelante, Pedro, si puedes”.

Dott. Gustavo Cioppa,

Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: http://www.ilticino.it/2021/05/17/intelligenza-artificiale-nelle-nostre-vite-adelante-con-juicio/

Rien ne va plus

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

“Il gioco d’azzardo è il miglior modo per ottenere nulla da qualcosa”
W. Mizner

Con questa breve ma incisiva espressione il drammaturgo Mizner riesce a farci capire che il gioco d’azzardo è il nulla. Certo, almeno di primo acchito, il lettore potrà pensare che questa linea di pensiero sia eccessivamente severa. È necessario avere una visione chiara e completa del fenomeno, analizzando le conseguenze negative che il gioco d’azzardo causa all’interno della società ed evidenziando le motivazioni del crescente interesse delle associazioni criminali.
Prima di procedere con la trattazione, è necessario volgere lo sguardo all’esperienza storica dell’uomo, connotata da tempo immemore dai giochi che si basano sul rischio di ogni genere: rischiare la vita, la borsa, perché è elettrizzante il rischio, intriga. Su questo fronte basti pensare al mondo greco in cui si conosceva il gioco dei dadi, oppure alla società dell’antica Roma, in cui era usuale scommettere sui combattimenti dei gladiatori. Si capisce, quindi, che l’aleatorietà legata al gioco è una caratteristica che – almeno per certi versi – è connaturata all’animo umano. Difatti, a riprova di quanto si sta asserendo, è assai rilevante che le pratiche legate a questo tipo di gioco siano riuscite a sopravvivere fino ai nostri giorni.
Attualmente, il gioco d’azzardo è regolamentato dalla normativa nazionale che distingue le strutture più ampie, rappresentate dalle case da gioco, e le cosiddette “slot machine”. Queste ultime, come si può notare, sono presenti in tantissime attività commerciali, le quali per poterle disporre devono ricevere un’apposita autorizzazione. Il problema non indifferente della diffusione endemica delle “slot machine” è che sempre più persone iniziano ad usarle e, quindi, nasce in loro la necessità di giocare sempre più spesso; in altri termini i giocatori diventano dipendenti. È necessario sottolineare, in un’ottica chiarificatrice, che la dipendenza dal gioco d’azzardo deve essere paragonata a tutti gli effetti a quella delle sostanze stupefacenti perché causa delle conseguenze particolarmente gravi alla mente di coloro che affligge. Si tratta di una malattia che le neuroscienze hanno classificato sotto il nome di “ludopatia”.
 

La condizione del ludopatico

Il ludopatico è colui che è assuefatto al gioco d’azzardo e, di conseguenza, non può fare a meno di giocare. Questo porta i giocatori ad utilizzare ingenti quantità di danaro, poiché è lapalissiano che per continuare a scommettere nelle case da gioco, per giocare alle “slot machine” e attraverso i cosiddetti “video-poker”, il giocatore è costretto ad usare danaro. Molto spesso quanto stiamo descrivendo conduce il soggetto dipendente ad usufruire di prestiti con tassi usurai, oppure lo induce a depauperare il patrimonio della propria famiglia tanto da condurla alla povertà assoluta. A prima vista questo comportamento sembrerà ingiustificato e, quindi, in ogni caso da condannare; ma si deve, come già sottolineato in premessa, cercare di avere una visione globale di questa problematica. In questo senso ci viene in aiuto una recente linea di tendenza che si sta diffondendo all’interno delle aule dei tribunali, in forza della quale si ritiene che il soggetto affetto da ludopatia – certificata clinicamente –  che compie un illecito legato alla sua condizione – basti pensare ad un semplice delitto di furto per reperire i proventi per continuare a giocare – non sia dotato di “suitas” e, quindi, non gli sia attribuibile la responsabilità penale. Le corti si stanno assestando sull’orientamento per il quale il “ludopatico” compia il reato senza la volontarietà, poiché è afflitto da una malattia che non gli consente di avere una piena coscienza della realtà fattuale. In altre parole si tratta di persone che non sono più “sui compos”.
 

Il ruolo dello Stato

Attestato che il gioco crea una pericolosa assuefazione, lo Stato ha dovuto costituire delle strutture che si dedicano alla cura ed al recupero dei soggetti affetti da ludopatia. Se da una parte queste cure sono sacrosante, perché coronano in modo effettivo il diritto alla salute del singolo individuo; dall’altra parte è innegabile che rappresentino un gravame non indifferente rispetto al bilancio della sanità pubblica. Con ciò non si vuole intendere che queste iniziative di recupero debbano essere eliminate, ma si incorre in una necessaria riflessione perché da un lato lo Stato usa come fonte di “entrata” i proventi derivanti dal gioco d’azzardo autorizzato; dall’altra, però, spende una somma cospicua nelle strutture di riabilitazione. Si tratta, a tutti gli effetti, di una criticità del sistema pubblico che non viene messa in evidenza, ma è uno spunto di riflessione che ci conduce a condannare qualsiasi norma che voglia estendere sul nostro territorio gli spazi dedicati al gioco d’azzardo.
Affianco a questo scenario sociale particolarmente drammatico vi è un fenomeno criminale latente, che si approfitta del disagio delle persone per ottenere maggiori profitti illeciti. Intanto, si deve comprendere che le attività che organizzano giochi d’azzardo clandestini sono maggiormente appetibili per il giocatore per due ragioni principali: garantiscono una vincita maggiore rispetto al gioco lecito e tutelano l’anonimato di colui che consegue la vincita. Queste due caratteristiche, all’apparenza senza significato, hanno determinato il proliferare di organizzazioni criminali – comprese quelle di tipo mafioso – che si dedicano abitualmente allo sviluppo di attività parallele che lucrano sulla debolezza dei soggetti affetti da ludopatia. Si noti, inoltre, che queste sale da gioco clandestine – spesso nel gergo giornalistico le troviamo con il nome di “bische” – sono una delle fonti migliori per riciclare il danaro proveniente dalle altre attività illecite svolte dalle associazioni criminali.
 

Una problematica con gravi ripercussioni sociali

A questo punto si è in grado di giungere ad alcune considerazioni. La prima è quella per cui attualmente il gioco d’azzardo rappresenta una problematica che ha gravi ripercussioni sociali e pertanto è necessario che lo Stato non permetta l’espansione delle strutture che svolgono l’attività del gioco. Seppure, come ci dimostra l’esperienza del proibizionismo americano, non si risolverebbe il problema ponendo un divieto assoluto al gioco d’azzardo, perché si agevolerebbero le associazioni criminali che diverrebbero, a questo punto, le monopoliste dell’attività. La seconda considerazione è quella per cui lo Stato deve ricercare la radice del problema all’interno del sistema educativo e, conseguentemente, deve promuovere in modo effettivo dei modelli culturali che rendano cosciente la popolazione delle conseguenze negative dell’assuefazione al gioco d’azzardo. La terza, ed ultima, considerazione è che il nostro Legislatore dovrebbe inasprire le pene per quanto riguarda coloro che esercitano illegalmente un’attività legata al gioco d’azzardo, in modo tale che la collettività – considerata la particolare gravità della sanzione – sia dissuasa dal compiere tale illecito.

Dott. Gustavo Cioppa

Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: http://www.ilticino.it/2021/04/24/rien-ne-va-plus/

Il rispetto dell’ambiente e delle leggi passa attraverso un riciclo virtuoso dei rifiuti

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

“La spazzatura è una grande risorsa nel posto sbagliato a cui manca l’immaginazione di qualcuno perché venga riciclata a beneficio di tutti”

M.V. Hansen

Il rifiuto come risorsa è un’affermazione che forse la maggior parte delle persone percepirà come una stranezza, ma il riciclo è l’unico modo per garantire la preservazione e la duratura conservazione dell’ambiente che ci circonda. È proprio per questa ragione che con questo articolo si proverà a riflettere sulla fenomenologia criminale – e in alcuni casi finanche mafiosa – che interessa il “business” dei rifiuti. Su questo fronte si metteranno in luce le problematiche legate alla transnazionalità delle pratiche nocive di smaltimento, il danno che conseguentemente si provoca alla natura, nonché le prospettive di contrasto che, come si dirà in seguito, devono necessariamente interessare tutta la Comunità internazionale.
L’ambiente è un bene giuridico che la nostra Costituzione tutela e salvaguarda all’articolo 9, in seno ai suoi principi fondamentali. Si tratta di una norma generalissima e programmatica, in base alla quale si consacra tutto l’apparato di tutele – penalistiche e non – che riguardano la protezione delle risorse ambientali e, più in generale, di tutto l’ecosistema. In questo contesto si innesta lo smaltimento del rifiuto che ha la necessità di essere reintegrato – laddove possibile – con l’ambiente, in modo tale da non lasciare dei residui dannosi che possano successivamente avere delle ripercussioni negative sull’ambiente stesso. Le procedure industriali che permettono di attuare quanto appena detto sono assai gravose e costose; difatti proprio per questa ragione la criminalità – organizzata e non – si è interessata allo smaltimento dei rifiuti, proponendo delle pratiche di eliminazione a basso costo e ad alto rischio ambientale. A questo si aggiunga anche che le possibilità di essere condannati per i reati legati all’ambiente sono abbastanza infrequenti non solo in Italia, ma in tutta l’Unione europea, perché i vari Stati membri hanno delle legislazioni differenti, che reprimono in modo disomogeneo i detti reati.
Procedendo per gradi e cercando di avere un’idea globale del fenomeno dello smaltimento illecito, si può notare che è di particolare rilievo – anche per la sua dannosità – il traffico dei rifiuti pericolosi. Si tratta di tutti quei rifiuti – fra i quali ricordiamo le scorie nucleari – che sono particolarmente difficili da eliminare perché rappresentano un rischio concreto per la natura. In questo senso si è sviluppato un fenomeno criminale capillare ed endemico che ha interessato il nostro Paese. Basti ricordare gli atti criminali della camorra che, a fronte di cospicui guadagni, ha sotterrato ingenti quantità di rifiuti pericolosi nella cosiddetta Terra dei fuochi. Le conseguenze sono state di inaudita gravità perché è stata danneggiata la popolazione che abita nei territori circostanti. A riprova di quanto appena detto è significativa la ricerca del Progetto Veritas, coordinata dall’oncologo Antonio Giordano, che ha determinato una correlazione fra i danni ambientali e l’aumento dei casi di tumori che hanno afflitto la popolazione del casertano e del napoletano. Questa può essere considerata la cartina al tornasole dei danni che può potenzialmente causare uno smaltimento illecito, che non segue i protocolli dettati dalla legge.
Parlare, però, solamente di problematica nazionale è assai riduttivo perché ci si focalizzerebbe unicamente su una parte – forse fin troppo esigua – di un fenomeno che, come si è già detto, coinvolge la criminalità internazionale. Si è riscontrato, in quest’ottica, che stanno aumentando le associazioni criminali che si occupano di trasportare i rifiuti dai paesi europei a quelli in cui vi è una legislazione che punisce in modo lieve i reati ambientali. Si considerino, in questo senso, i paesi in via di sviluppo che non hanno delle norme che tutelano adeguatamente l’ambiente. Ma lo sguardo si può volgere anche all’interno dell’Unione europea; infatti ancora oggi non si è riusciti a costruire un sistema preventivo/repressivo adeguato ed uniforme in tutti gli Stati membri. In aggiunta si consideri che anche i Paesi con legislazioni avanzate, come ad esempio la Spagna, prevedono delle sanzioni così lievi che è difficile ravvedere il carattere afflittivo delle stesse; sempre su questo fronte, un altro esempio è la normativa francese che, a differenza di quella italiana, non conosce una fattispecie “ad hoc” per il traffico organizzato di rifiuti.
Il quadro fin qui delineato permette di avanzare alcune considerazioni. La prima è che la legislazione italiana – seppure necessiti di alcuni miglioramenti – configura svariate fattispecie legate alla protezione dell’ambiente ed in particolare al traffico illecito dei rifiuti pericolosi. La seconda considerazione è più generale e riguarda la possibilità di sfruttare le potenzialità dello smaltimento dei rifiuti come volano per l’economia. Non si deve dimenticare che l’aumento delle attività legate al riciclo dei rifiuti – con pratiche lecite – permetterebbe di poter impiegare svariati lavoratori, nonché di accedere alle nuove risorse economiche legate al “Recovery Fund” ed in particolare al cosiddetto “Green Deal”. La terza ed ultima considerazione è legata alla repressione del traffico transnazionale dei rifiuti e in special modo la necessità di uniformare le legislazioni dei Paesi, in modo tale che le organizzazioni criminali non possano usufruire di legislazioni più miti a seconda di dove smaltiscono irregolarmente il rifiuto.
In definitiva occorre prendere coscienza dell’imprescindibile realtà: l’economia deve necessariamente sottostare alle leggi della natura.
Deve sottostare, tuttavia, anche alle leggi economiche: è sufficiente, al riguardo, constatare la corrispondenza tra l’andamento del Pil e quello del ciclo dei rifiuti: ad una economia in salute, corrisponde un sistema di smaltimento legale efficace e sicuro. In periodi di crisi, invece, il ricorso a forme illegali di stoccaggio e occultamento dei residui industriali, quelli pericolosi in particolare, prende il sopravvento. In altri termini, la vera garanzia di rispetto dell’ambiente sta nella spinta anche politica ad un ciclo virtuoso che, a conti fatti, si rivela utile per l’ecosistema e anche per le popolazioni nel cui territorio vengono smaltiti i rifiuti.

Dott. Gustavo Cioppa

Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: http://www.ilticino.it/2021/04/11/il-rispetto-dellambiente-e-delle-leggi-passa-attraverso-un-riciclo-virtuoso-dei-rifiuti/

In piedi Signori, davanti a una Donna

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

“Per tutte le violenze consumate su di Lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che le avete tagliato, per tutto questo: in piedi Signori, davanti a una Donna”.

William Shakespeare

Mulieres solutae, mulieres nuptae, puellae, single, coniugata, fanciulla, non c’è distinzione. Dietro l’angolo è in agguato l’orrore della violenza contro le donne, il cui volto più feroce è il femminicidio. Non che nel corso della storia sia mai tragicamente mancato. È, tuttavia, difficilmente contestabile che attualmente il fenomeno sia molto ricorrente ed in continua crescita: una vera e propria piaga. E scrivo il fenomeno pour cause. È, infatti, un vero e proprio fenomeno criminale, come quello mafioso, il narcotraffico, la tratta degli esseri umani e così via. Per comprenderne genesi e natura – ubi consistat, in una parola – occorre considerare che l’uccisione di un uomo è detta omicidio e muliericidio, quella di una donna. E il femminicidio? È un semplice sinonimo? Tutt’altro, la definizione vale a comprendere, intus et in cute, la differenza fattuale e ontologica del reato  di femminicidio. Se in una sparatoria in un supermercato rimane uccisa una commessa si parlerà dell’assassinio di una donna, di un muliericidio. Perché non di femminicidio? Perché il femminicidio è aliud. È la soppressione violenta di una donna da parte di un uomo con cui la vittima ha un legame. Una moglie, una convivente, un’amante, una fidanzata, che decide di porre fine al rapporto, può scatenare una rabbia feroce che provoca una reazione letale. E qual è il meccanismo alla base di siffatta reazione? È la non accettazione della decisione della donna, che l’uomo considera “res sua” e non intende esserne spossessato. Ecco allora l’in sé del reato di femminicidio, che è delitto contro la persona e, al contempo, contro la società, contro l’assetto sociale. E questo ultimo profilo appare chiaro quando il delitto diventa così numeroso da costituire un fenomeno criminale. Chiuso il cerchio del ragionamento, in juridicis ac sociologicis, resta da vedere quale sia la politica criminologica da adottare contro un simile delitto tanto ingravescente.
Il reato di femminicidio non pone, generalmente, problemi di particolari indagini. Il colpevole è, quasi sempre, noto e reperibile. Le questioni cominciano quando si inquadra il contesto e la condotta della vittima, che magari ha denunciato – e non una sola volta – le violenze e i maltrattamenti posti in essere dal partner. E quali difese sono state approntate per la sua tutela? Spesso nessuna, per cui, dopo aver sporto denuncia, la donna torna a casa, dove ritrova il denunciato. È pur vero che, quando il fenomeno s’è fatto allarmante, si sono attivati gruppi di volontariato e non solo e si sono, in taluni casi, apprestati alloggi provvisori, per allontanare la vittima. Tuttavia non può sottacersi che si è ben lontani da una effettiva presa in carico ad opera delle istituzioni (è un problema sociale) per prevenire efficacemente il femminicidio, ponendo mano ad un sistema organico di protezione (magari con uno sguardo alle famiglie dei pentiti per mafia). Se la potenziale vittima di femminicidio non riceve una adeguata tutela che faccia da baluardo efficace nei confronti del partner, il problema non si risolverà e nessuno sarà legittimato a lamentare che le donne non denuncino e non siano esortate a denunciare: voci fuor d’opera e dissonanti, voci che sovente recano l’eco, insistente, di un maschilismo mai definitivamente superato.

Dott. Gustavo Cioppa

Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: http://www.ilticino.it/2021/04/03/in-piedi-signori-davanti-a-una-donna/

Il 98° anniversario dell’Aeronautica Militare

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa (già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Oggi, domenica 28 marzo, l’Aeronautica Militare festeggia il 98° anniversario della propria fondazione; dal 1923 si impegna strenuamente nella difesa dei cieli e  dei confini nazionali. Lo spirito di abnegazione degli uomini e delle donne dell’Aeronautica non è mancato: dai due conflitti mondiali – basti ricordare fra tutte le operazioni della 70ma Squadriglia Caccia durante la Prima Guerra mondiale – fino all’attuale emergenza sanitaria che affligge il nostro Paese. Proprio su quest’ultimo  fronte è necessario rimarcare che l’Istituzione si sta prodigando per trasportare i vaccini  lungo la Penisola, per garantire il ritorno in Patria dei connazionali che si trovavano in condizioni precarie, nonché per costruire gli ospedali da campo e per il trasporto di personale in biocontenimento, capacità posseduta da pochissime aeronautiche.
L’Aeronautica italiana è un’eccellenza che tiene alto il prestigio dell’Italia nel mondo. Ha un ruolo determinante sia nella Difesa eurounitaria sia nel contesto dell’Alleanza Atlantica. La posizione di prestigio è stata conquistata nel corso delle missioni all’estero condotte con finalità di “peacekeeping” e di “pacebuilding”. Al di là dei doveri istituzionali, come dimenticare il corpo acrobatico delle Frecce Tricolori che, con le loro straordinarie esibizioni, costituiscono un’eccellenza per il Nostro Paese in tutto il mondo.
Lo straordinario livello tecnico dell’Aeronautica militare è stato raggiunto grazie alle donne e agli uomini che portano con fedeltà e orgoglio la divisa della Forza Armata. Sono Loro che, grazie ad un impareggiabile spirito di servizio, fanno apprezzare l’Aeronautica militare nel mondo e la rendono una magnifica ed impareggiabile realtà. Va sempre ricordato lo spirito solidaristico dei suoi appartenenti che ha permesso di rendere “flessibile” l’operato dell’Aeronautica, consentendo il celere trasporto dei vaccini per rendere operativo in tempi rapidi il piano predisposto dal governo, facendo sentire ai cittadini la vicinanza degli Uomini e delle Donne dell’Istituzione.
Emerge, a questo punto, una doverosa conclusione che porta ad affermare con certezza ed altrettanta fierezza che l’Aeronautica, dal giorno della sua fondazione ad oggi, è riuscita a onorare e attuare il proprio motto:”Virtute siderum tenus”. Il coraggio, l’abnegazione e lo spirito di servizio sono le doti che ispirano e caratterizzano gli appartenenti all’Aeronautica militare e permettono all’istituzione di volare “con valore verso le stelle” e obiettivi sempre più alti nell’interesse esclusivo dell’Italia.

Dott. Gustavo Cioppa

(già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Fonte: http://www.ilticino.it/2021/03/28/il-98-anniversario-dellaeronautica-militare/

La radura dimenticata. Breve viaggio nella violenza

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

“Qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano,

nonostante tutta l’esperienza dei crimini compiuti,

sofferti e osservati, si aspetta invincibilmente

che gli venga fatto del bene e non del male.

È questo, anzitutto, che è sacro in ogni essere umano.”

Simone Weil, “La persona e il sacro”

Non è tanto l’intensità della violenza – è sempre esistita, dalla comparsa del primo uomo sulla Terra – quanto l’assuefazione ad essa, ad allarmare chi ancora si inquieta;  per cui è lecito dire che siamo davanti a una recrudescenza, a un aumento della violenza (nei giovani soprattutto), a un’era di rinnovata barbarie.

All’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, Pasolini registrava l’assuefazione a una mentalità criminale e criminaloide, lucidamente descritta e analizzata in quei lungimiranti saggi che gli hanno valso l’epiteto di profeta, raccolti negli “Scritti corsari” e nelle “Lettere luterane”.

A monte della violenza vi sono la “forza paralizzata”, “il gesto privo di moto” (T. S. Eliot, “Gli uomini vuoti”), la mancanza di comunicazione autentica, la non condivisione dei sentimenti: chiari sintomi di quella malattia morale che consiste nella debolezza della volontà, che si potrebbe chiamare “morte del cuore”. L’atteggiamento dell’assuefatto è quello dell’accidioso. Passare per ‘normali’ comportamenti criminali che avvengono ogni giorno con frequenza impressionante è fare un uso improprio dell’aggettivo ‘normale’. Passare per normalitario un atteggiamento patologico significa alterarlo, e significa, anche, favorire certe sottili modificazioni percettive. Per fortuna non siamo tutti uguali, a ciascuno la propria sensibilità che, si sa, se molto intensa l’impatto col mondo fa male.

La violenza non è ancora il male

La violenza è nel DNA dell’uomo, a ben guardare ogni creatura è violenta. E la Vita lo è naturalmente, oltre che crudele. Per Antonin  Artaud crudeltà non è altro che “appetito di vita, rigore cosmico, necessità implacabile, nel significato gnostico di turbine di vita che squarcia le tenebre, nel senso di quel dolore senza la cui ineluttabile necessità la vita non potrebbe sussistere.”

Ma la violenza non è ancora il male. Male è mancanza di speranza: ignavia.

La tecnologia, che nasce in ambito bellico, è sicuramente alleata della violenza, e contribuisce ad aumentarla. Non occorre l’aggiunta di un microchip sottocutaneo per aumentare il coefficiente di violenza nel DNA umano.

Per Eliot, avere il cuore morto, non avere cuore, constatare la ‘morte nell’anima’ è peggio che essere delle anime violente.  Così è nella poesia del 1925 “The Hollow Men”, il cui titolo nella traduzione italiana è “Gli uomini vuoti”. Ecco, Kurtz  (il turpe personaggio del mercante di avorio in “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad), che compare in epigrafe alla poesia, è un’anima violenta, ma gli ‘indifferenti’ di ieri e di oggi (tra cui i negazionisti della realtà dei lager) sono peggio.

Al di qua della Ragione (quanti crimini sono stati commessi in suo nome…) c’è la coscienza e lì deve rimanere. Chiedono non solo giustizia, ma anche di essere ricordati e amati da tutti, coloro che hanno patito ‘troppa realtà’, tra cui, recentemente, il nostro ambasciatore Luca Attanasio, trucidato  lo scorso 24 febbraio in Congo. E ‘l’agnello’ Jim, il giovane reporter statunitense laureato in storia dell’arte, decapitato dai terroristi islamici nell’agosto del 2014. Chi non possiede solo una memoria a breve termine se lo ricorderà di certo. Era un torrido week end d’inizio agosto, le spiagge affollate, il giornale spiegato sulle ginocchia dei bagnati sotto gli ombrelloni, a caratteri cubitali le notizie atroci in prima pagina. Lo stesso cielo azzurro, smagliante, indifferente, in altro luogo, il deserto caro ai Padri del deserto, e ‘l’agnello’ Jim, e quella luce fantastica, solenne, accecante, poi il riverbero della lama, ‘rumor di metallo’.

Lo spazio obbligato del relativismo è un recinto che si restringe sempre più fino a divenire una trappola per topi. E si è coscienti, oh, sì,… ma coscienti di nulla. Ci siamo ritrovati in una selva oscura e vuota, pozzo senza fondo, e nulla vi è all’infuori di questa selva. Eppure una radura in cui stare al sicuro dovrà pure esserci. Ma non si scorge assolutamente nulla e non giunge alcun rintocco di campana che possa recare sollievo. Errare nella selva è anche attraversare la linea (interminabile) del nichilismo. Non ne siamo affatto usciti. E il clima del paese del relativismo è irrespirabile, asfissiante, spaventoso. Sono queste “le magnifiche sorti e progressive”? Essere esistenze prive di sentimento e considerare nulla la vita altrui?

L’articolo di Pasolini sul “Corriere della Sera”

Sarebbe utile rileggere, per alcuni si tratta di leggere, l’articolo di Pasolini uscito il primo marzo 1975 sul “Corriere della Sera”, intitolato “Non avere paura di avere un cuore” (ora in “Scritti corsari”), che potremmo considerare l’antefatto di questo breve excursus nel pianeta della violenza. In esso Pasolini, da acuto osservatore della natura umana (come lo è ogni scrittore), registrava la mutazione antropologica e denunciava come la violenza sui corpi fosse diventata il dato più macroscopico della nuova epoca umana, che di umano, purtroppo, ha ben poco. Come ben si adatta alla realtà di oggi quell’analisi dolorosa e appassionata. Ma Pasolini non è profeta, poiché la realtà descritta non riguardava un futuro distopico, bensì il presente di allora: gli anni del ‘boom’ che vedevano Pasolini impegnato dalla poesia al romanzo, alla saggistica, al cinema; vero intellettuale a 360 gradi.

In questo pozzo senza fondo, raspiamo come fa il topo, per afferrare brandelli di luce, autentiche pepite d’oro in grado d’infondere speranza.

Basterebbe che un piccolo spazio sfuggisse al controllo, e da lì ripartire. Basterebbe l’integrità per non soggiacere alla violenza psicologica della nuova forma di potere, violentemente totalizzante. Basterebbe l’integrità per non sacrificare la propria energia morale e intellettuale. Chiudere gli occhi davanti ai soprusi è sempre acconsentire. Essere anime sordide o anime morte, questo il problema. Ma forse, adesso, coincidono entrambe le situazioni esistenziali. Credo che questa sia la più violenta fra tutte le epoche.

L’indifferenza verso gli altri, il mondo e se stessi è espressa compiutamente nel personaggio di Stavrogin (Fedor Dostoevskij, “I demoni”) che afferma: “Non conosco e non sento dentro di me né il male né il bene, non solo ho perso il senso, ma so che il male e il bene in realtà non esistono nemmeno (e ciò mi fa piacere), e non sono altro che pregiudizi.”

Ciò che è reale non sempre è razionale. L’esperienza smentisce quasi sempre la fredda astrazione hegeliana. Fino a che punto possa spingersi la Ragione non frenata dal cuore, spinta all’estremo, oltre l’estremo? Questo ha indagato Pasolini nell’ultimo suo film, “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. È a quel punto che il male si mostra nella sua banalità, ordinarietà, sobrietà.

Ma per giungere a una simile modificazione antropologica occorre togliere di mezzo, o indebolire, l’intelligenza emotiva, cosa che riesce assai bene alla tecnologia, dispiegata nel linguaggio dei social, dei video-games e, perché no, di qualsiasi oggetto transitante nei media, sia anche un semplice esercizio sotto forma di test da somministrare agli studenti della ‘buona scuola’. Per inculcare nuovi stili di vita e abiti mentali, al passo coi tempi, occorre mettere fuori campo il sentimento d’empatia, che sostanzia l’arte (ogni arte) e la poesia, dichiarate inutili da ogni ideologia totalitaria.

E se un giorno funesto l’uomo non fosse più in grado di sentirlo – il cuore – di commuoversi? Che cosa resterebbe dell’uomo? Temo sia l’ignavia a rimanere, il deserto del nulla. Se quel giorno funesto dovesse arrivare, quale salvezza potrebbe il genere umano auspicarsi?

“Basta!…” esclama qualcuno. “Via, via, via, disse l’uccello: il genere umano / Non può sopportare troppa realtà.” (T. S. Eliot,

“Burt Norton, Quattro quartetti”).

Il sempreverde della vicinanza e dell’amore

Qualcuno vorrebbe ritornare a casa. Ma ‘dove’ ritornare, se è il mondo ad essersene andato? Quasi nulla più è famigliare qui. “E gli astuti animali certo si accorgono / che non diamo affidamento, non siamo di casa, / nel mondo interpretato.” (R. M. Rilke, “Prima Elegia”). Se l’affettività e la tenerezza paiono azzerate nel deserto in cui viviamo, unici depositari di questi beni, che una volta furono anche dell’uomo, sono gli animali. Ecco la radura dimenticata, un tempo abitata dall’uomo. È lì che ancora fiorisce il sempreverde della partecipazione, della vicinanza, solidarietà, fratellanza, amore. Fuori della radura il delfino salva l’uomo – è nella sua natura e sempre lo farà – ma l’uomo per ringraziamento lo pugnala. È accaduto, ahimè, qualche anno fa, non nei nostri mari, bensì lontano, ma qualcuno l’ha fatto. Gli animali ancora si fiutano e si riconoscono. Uniche figure di vitalità possibile, di tenerezza: il gatto che insegna a volare al cucciolo di gabbiano – nella meravigliosa favola di Sepulveda – la lupa che alleva il cucciolo non suo cui il cacciatore ha ucciso la madre. Ecco la Compassione, la Fratellanza in cui sperare.

Dott. Gustavo Cioppa

Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: http://www.ilticino.it/2021/03/10/la-radura-dimenticata-breve-viaggio-nella-violenza/

La difesa dell’ambiente e la minaccia dei rifiuti nucleari

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario di Regione Lombardia

“Cambiò il mondo. Cambiò il nemico. La morte ebbe facce nuove che non conoscevamo ancora. Non si vedeva, la morte, non si toccava, non aveva odore. Mancavano persino le parole, per raccontare della gente che aveva paura dell’acqua, della terra, dei fiori, degli alberi. Perché niente di simile era mai accaduto, prima. Le cose erano le stesse – i fiori avevano la solita forma, il solito odore eppure potevano uccidere. Il mondo era il solito e non era più lo stesso”.

Da “Preghiera per Chernobyl”, Svetlana Aleksievič

E’ inevitabile, nel rileggere le parole del premio Nobel Svetlana Aleksievič, sentirle quanto mai attuali e trasfonderle nel nostro presente più prossimo, segnato da una devastazione che non si tocca, non ha volto, non ha odore.
La portata travolgente di questa pandemia ha in sé il potere di totalizzare il nostro “sentire”.
E così tendiamo a ricondurre ogni nostro gesto, sensazione, pensiero e progetto alla necessità di sopravvivere oggi per rinascere domani dalle ceneri lasciate dal virus.
In effetti la battaglia è ardua, ci ha colti del tutto impreparati e ci ha imposto di erigere una soglia di allerta che ci ha costretti a rivisitare ogni nostro processo vitale – corporeo e mentale – al punto che ciò per cui eravamo in serio allarme un anno fa sembra oggi meno urgente o preoccupante.
Purtroppo non è così. Purtroppo dobbiamo sforzarci di combattere su più fronti poiché i pericoli e le minacce di catastrofe non si mettono in pausa.
E tra i mille temi che non consentono dilazioni, proprio il pericolo delle scorie nucleari ci spinge con prepotenza a fare qualcosa.

Rifiuti nucleari: che cosa ne faremo?

Premesso che il metodo utilizzato per la individuazione delle aree nelle quali ricoverare le scorie nucleari è molto discutibile, e, a ragione, viene assoggettato a critiche – condivisibile quella del Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, ma anche quelle dei molti amministratori locali e delle popolazioni -, dobbiamo tenere presente che i  rifiuti ci sono comunque e non svaniscono soltanto perché non sono graditi e rappresentano un pericolo. Dunque, il problema non può essere eluso e, a questo punto, neppure rinviato.
La questione, piuttosto, è se i rifiuti pericolosi, quelli radioattivi in particolare, possano essere smaltiti in sicurezza e nel rispetto dell’ambiente in cui sono collocati. La prima esigenza è proteggere la popolazione e distribuire equamente sul territorio e non concentrare tutto in alcune aree. Ma non dobbiamo farne una questione di campanilismo: la salute e l’ambiente riguardano tutti. Anzi: l’ambiente incide sulla salute di ciascuno di noi. Altrettanto ineludibile è la questione dei costi: quelli economici, che devono essere sopportati da tutti, e quelli sociali, che incidono più direttamente sulle comunità interessate.
Ovviamente occorre riconoscere a queste ultime compensazioni ambientali non solo economiche. Ma, se mi è permesso, tutto questo è realizzabile e, se fatto nel rispetto della legge, può rappresentare una occasione irripetibile per recuperare risorse e territori, da restituirsi alla loro naturale destinazione.
L’alternativa è favorire le organizzazioni criminali, che ogni anno (secondo Legambiente) occultano clandestinamente circa 4 milioni di tonnellate di rifiuti, in gran parte molto pericolosi,  o non fare nulla, il che è peggio ancora perché, come ho detto, i rifiuti esistono già e non possono non essere smaltiti.
Quanto ai rischi, che devono comunque essere scongiurati, occorre essere realisti.
Le centrali nucleari francesi, alcune delle quali (Bugey, St-Alban, Cruas, Tricastin) più vicine a noi che a Parigi, sono molto più pericolose: le radiazioni non si curano dei confini politici tra regioni o  tra le nazioni. Il problema, dunque, è di tutti, che ci piaccia o no.
Insomma, il primo passo verso una nuova coscienza ambientale è la guarigione dalla sindrome Nimby, seguita dalla constatazione che esiste un solo giardino e che le sue condizioni riguardano ciascuno di noi.

Dott. Gustavo Cioppa

(Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Fonte: http://www.ilticino.it/2021/02/20/la-difesa-dellambiente-e-la-minaccia-dei-rifiuti-nucleari/

Il positivo nel negativo

La riflessione di Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

“L’unica cosa che ci appartiene

è il tempo.”

Seneca

Ma cosa è il negativo di cui parliamo ora? Questa chiusura forzata?  Spesso, come per lo ying e lo yang, dentro un positivo vi è un negativo e viceversa. E’ reale che questo cambiamento, soprattutto nei rapporti con il prossimo, nella socializzazione, non solo come svago, ma anche lavorativamente o famigliarmente, ci ha donato uno scossone, riportandoci ad una dimensione sconosciuta ad oggi; ma quale grande opportunità per scrutare.L’attuale situazione ci offre su un piatto d’argento il bene  più prezioso: “il tempo”, il tempo per pensare, a noi, a chi siamo, a chi vorremmo essere realmente, al di là degli stereotipi e dei condizionamenti della fretta. Svegliarsi la mattina, avere il tempo di guardare dalla finestra osservando dettagli con la nostra tazza di caffè prima di cominciare il nostro smart working, il vivere la propria famiglia in maniera completamente diversa, guardare i propri figli, notare novità all’interno delle nostre mura che non sono nuove, ma che non abbiamo mai avuto tempo di osservare. Questo periodo è un dono, temporaneo, che va vissuto con la massima consapevolezza, racchiude in sé momenti, se sapremo guardarci nell’intimo, che probabilmente rimpiangeremo quando ritorneremo a correre “senza tempo”.
Pensare a sé, alle nostre vere aspirazioni che magari si riveleranno non quelle materiali, ma di poter godere dei piaceri semplici, di sguardi e parole in famiglia, di natura, di silenzi ed armonia. Questo è il vantaggio del presente, quello che ci mostra un bicchiere non mezzo vuoto, ma al contrario mezzo pieno.
Spersi, nell’affannoso tentativo di difenderci da questo maledetto imprevisto; agitati, annaspando per trovare il minor male e ridurre il disastro che ormai è palese anche a chi nega; spiazzati dalla tristezza che il cambiamento impone alla vita di tutti; arrabbiati, impotenti, depressi, immobili, inquieti…
Tante e diverse le emozioni che ci possiedono…
Forse solo pochi, coraggiosi, umili, ma liberi pensatori, sapranno scegliere di fermarsi e soffermarsi ora, cogliendo una delle poche e rare occasioni che la vita ci ha dato.
Solo pochi coraggiosi, insomma, sapranno cogliere questa irripetibile opportunità e rendersi conto che, per la prima volta nella vita, si trovano ad essere non più schiavi, ma padroni del tempo: una inversione dei rapporti di forza, che ridefinisce posizioni mai mutate e restituisce valore anche alle piccole cose, troppo spesso trascurate. Solo pochi vorranno dare un valore a questa sfida e farne tesoro, per crescere.
Fermiamoci a riflettere. Guardiamo con occhi nuovi, allora forse non vedremo il deserto che sono diventate le città del Bel Paese. Quegli spazi vuoti sono abitati dall’aria, che forse adesso è più pulita, dalla natura che persiste ostinata, nonostante il virus, dai monumenti artistici che testimoniano l’avvicendarsi delle epoche. Colui che ha il privilegio di abitarle non se ne dimentichi, anche se, adesso, gli pare che non vi sia più differenza tra città e campagna. Le belle piazze d’Italia sono ancora più belle, senza la frenesia delle folle che le percorrevano in tutte le angolazioni come in un game movie; sagome affaccendate, volti talvolta truci, sempre distratti. Le belle piazze italiane ed europee appaiono forse, grazie al virus, come le avevano concepite gli antichi artefici, che inseguivano la Bellezza per farne dono all’umanità.
C’è più tempo? Desidero pensare così, che vi sia più tempo, anche se molti obietteranno. Mi piace immaginare che possa esserci più tempo per tutti. Che ci si dimentichi una buona volta della frenesia, la malattia dei paesi occidentali, succubi delle logiche spietate del capitalismo avanzato, i più colpiti ora dalla calamità del Covid. Proviamo a immaginare, come fa Eduardo Galeano,  un mondo in cui si lavori per vivere e non si viva per lavorare (Eduardo Galeano, Diritto al delirio). Fermiamoci ad assaporare l’istante, senza sciuparlo pensando a quello successivo. Ogni attimo è irripetibile. Osserviamo, ascoltiamo, viviamo, amiamo ogni attimo. Ascoltiamo il battito del nostro cuore. Siamo ancora vivi. Cerchiamo di accorgercene. Ma un conto è essere vivi, un altro è sentirsi vivi. Non si tratta solamente di esistere. E se il tempo per permettersi il lusso di pensare è ancora poco, non lasciamo che ce lo sottraggano certe mode, stereotipi, abiti mentali. Può esistere una pianta, giammai un essere umano. Gli esseri umani hanno il diritto di vivere. Ogni persona non dovrebbe solo esistere, sarebbe un’esistenza insipida; ogni persona dovrebbe vivere e sentirsi vivere. E il quid che fa la differenza tra esistenza e Vita ha a che fare col Tempo. Spendiamolo bene il nostro tempo, potremmo rimpiangerlo. E se un giorno troveremo il tempo (o il coraggio) di voltarci a guardare il passato, speriamo di non diventare una statua di sale, come accadde alla moglie di Lot nel racconto biblico. Noi che abbiamo polverizzato le aspirazioni, i sogni, schiavi di qualcosa – forse della frenesia – potremmo stringere fra le mani un pugno di polvere, noi stessi un monumento di povere, così statici, vuoti, morti.
Abitanti dell’opulento (una volta) Occidente abbiamo finalizzato le nostre esistenze al lavoro, credendo di dare alla brama una sfumatura morale, ma la brama rimane quel che è: un vizio (capitale). Guardiamo invece da un’altra prospettiva. Affidiamoci alle parole di Melville e facciamole nostre: “Parlano della dignità del lavoro. Sciocchezze. La verità è che il lavoro è la necessità della condizione terrena di questa povera umanità. La dignità è nel tempo libero.” (Herman Milville)

Dott. Gustavo Cioppa

(Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Fonte: http://www.ilticino.it/2021/02/07/il-positivo-nel-negativo/

Siate custodi della Memoria perenne

La riflessione sulla “Giornata della Memoria” del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

“Non possiamo capirlo; ma possiamo e dobbiamo capire

di dove nasce e stare in guardia. Se comprendere è

impossibile, conoscere è necessario, perché ciò

che è accaduto può ritornare, le coscienze possono

nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le   nostre”.

Primo Levi “Se questo è un uomo”

Come costruire una nuova forza interiore dopo essere stati all’inferno? Come ritrovare la consapevolezza di andare avanti e provare ancora gioia, dopo lo sterminio della propria famiglia, l’abbruttimento, la perdita dei valori? La fiamma usciva dai camini dei crematori, i convogli arrivavano ogni momento, il fumo nero copriva la volta celeste. Il Male era dentro Auschwitz e fuori, oltre il filo spinato, si estendeva fino all’orizzonte, e nemmeno sarebbe bastato alzare gli occhi al cielo per trovare un rifugio parziale. Tutto era oscurato, le coscienze, ogni cosa.


Ricordo le parole di Goti Bauer, sopravvissuta ai campi di sterminio, che durante un’intervista disse di non aver provato odio verso i propri aguzzini ma disprezzo. Per Goti nell’animo dei sopravvissuti si agitavano mille sentimenti, innanzitutto il dispiacere di non aver saputo soccorrere chi aveva bisogno. E Liliana Segre nel momento cruciale, la resa dei conti, all’indomani di quella marcia estenuante per la vita, iniziata al momento della Liberazione di Auschwitz e narrata magistralmente da Primo Levi ne “La Tregua”, quando Liliana si trovò davanti al nazista che gettò la pistola a terra. Avrebbe potuto raccoglierla e sparargli, ma non lo fece. No, lei non avrebbe potuto mai essere come loro, non scelse l’odio, ma la pace. L’odio avvelena la vita, non fa andare avanti di un passo, e si doveva invece marciare su e giù per mezza Europa, stremati dal freddo, dalla fatica, dalla fame, come il giorno prima quando si era ancora nell’inferno del Lager. L’odio avvelena la vita, sempre. Se perdonare è impossibile, disprezzare è lecito. Fanno male e bruciano quelle ferite. Non passano. Continuano a bruciare. Il dovere morale di ogni persona di buona volontà sta nel non dimenticare il mare di dolore dell’universo concentrazionario.


I soldati dell’Armata Rossa quel lontano 27 gennaio nei Lager di Auschwitz avevano impresso nei volti e negli sguardi un senso di pietà misto a vergogna. “La vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista” scrive Primo Levi in quello che è uno dei più importanti libri di tutta la letteratura del Novecento, “I sommersi e i salvati”. Ne “L’évasion”, testo fondamentale di Emmanuel Lévinas, il filosofo francese scrive: “ciò che la vergogna scopre è l’essere che si scopre”. Ma la vergogna, o senso di colpa, da dove viene? Dall’essere stato testimone a un oltraggio o dall’averlo subito. Alla riacquistata libertà dal Lager coincide il senso di colpa o vergogna. Quelle ferite – aver assistito a un oltraggio o averlo subito – non passano. Se la Liberazione di Auschwitz significò una seconda Nascita per i “salvati” “questa Nascita fu / una dura e amara agonia per noi, come / la morte, la nostra morte”. Questi versi di T. S. Eliot, da “Journej of the Magi”, una poesia del 1927, paiono profetizzare ciò che sentirono all’unisono i prigionieri dei Lager al momento in cui l’inferno era finito. Ma alcuni, molti, non ressero e si suicidarono al momento del ritorno alla ‘vita di prima’. “Ma non più a nostro agio qui, coi vecchi / ordinamenti, / tra un popolo straniero aggrappato ai / propri dèi. / Sarei lieto di un’altra morte”. Così si conclude la poesia di T. S. Eliot. Lo sguardo dei poeti è profetico. Di quel “riparo parziale” – il “partial shelter” di Eliot  – non godettero i “salvati”. Essi videro tutto il male di cui è capace l’uomo nella realtà, quel male totale il cui riparo parziale è concesso solo nell’utopia. I “sommersi” ne morirono e non poterono testimoniarlo, i “salvati” ebbero la ‘grazia’ della vita al fine di testimoniarlo. Per coloro che videro tutto quel male – e “il genere umano / non può sopportare troppa realtà.” (T. S. Eliot, Burnt Norton, Quattro quartetti, 1943) – per coloro cui toccò in sorte di sopportare subire patire la troppa realtà di Auschwitz, per i sommersi e i salvati di ogni Lager pesa quella che Primo Levi chiama “la vergogna del mondo”. Per evitarla occorre ricordare e testimoniare perpetuamente. Se non si desse agio alla memoria perenne di accadere, a salvaguardia di Libertà Uguaglianza e Fratellanza, si darebbe spago ai negatori della verità, i negazionisti di ieri e di oggi.

Dott. Gustavo Cioppa

(Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Fonte: http://www.ilticino.it/2021/01/25/siate-custodi-della-memoria-perenne/