La radura dimenticata. Breve viaggio nella violenza

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

“Qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano,

nonostante tutta l’esperienza dei crimini compiuti,

sofferti e osservati, si aspetta invincibilmente

che gli venga fatto del bene e non del male.

È questo, anzitutto, che è sacro in ogni essere umano.”

Simone Weil, “La persona e il sacro”

Non è tanto l’intensità della violenza – è sempre esistita, dalla comparsa del primo uomo sulla Terra – quanto l’assuefazione ad essa, ad allarmare chi ancora si inquieta;  per cui è lecito dire che siamo davanti a una recrudescenza, a un aumento della violenza (nei giovani soprattutto), a un’era di rinnovata barbarie.

All’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, Pasolini registrava l’assuefazione a una mentalità criminale e criminaloide, lucidamente descritta e analizzata in quei lungimiranti saggi che gli hanno valso l’epiteto di profeta, raccolti negli “Scritti corsari” e nelle “Lettere luterane”.

A monte della violenza vi sono la “forza paralizzata”, “il gesto privo di moto” (T. S. Eliot, “Gli uomini vuoti”), la mancanza di comunicazione autentica, la non condivisione dei sentimenti: chiari sintomi di quella malattia morale che consiste nella debolezza della volontà, che si potrebbe chiamare “morte del cuore”. L’atteggiamento dell’assuefatto è quello dell’accidioso. Passare per ‘normali’ comportamenti criminali che avvengono ogni giorno con frequenza impressionante è fare un uso improprio dell’aggettivo ‘normale’. Passare per normalitario un atteggiamento patologico significa alterarlo, e significa, anche, favorire certe sottili modificazioni percettive. Per fortuna non siamo tutti uguali, a ciascuno la propria sensibilità che, si sa, se molto intensa l’impatto col mondo fa male.

La violenza non è ancora il male

La violenza è nel DNA dell’uomo, a ben guardare ogni creatura è violenta. E la Vita lo è naturalmente, oltre che crudele. Per Antonin  Artaud crudeltà non è altro che “appetito di vita, rigore cosmico, necessità implacabile, nel significato gnostico di turbine di vita che squarcia le tenebre, nel senso di quel dolore senza la cui ineluttabile necessità la vita non potrebbe sussistere.”

Ma la violenza non è ancora il male. Male è mancanza di speranza: ignavia.

La tecnologia, che nasce in ambito bellico, è sicuramente alleata della violenza, e contribuisce ad aumentarla. Non occorre l’aggiunta di un microchip sottocutaneo per aumentare il coefficiente di violenza nel DNA umano.

Per Eliot, avere il cuore morto, non avere cuore, constatare la ‘morte nell’anima’ è peggio che essere delle anime violente.  Così è nella poesia del 1925 “The Hollow Men”, il cui titolo nella traduzione italiana è “Gli uomini vuoti”. Ecco, Kurtz  (il turpe personaggio del mercante di avorio in “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad), che compare in epigrafe alla poesia, è un’anima violenta, ma gli ‘indifferenti’ di ieri e di oggi (tra cui i negazionisti della realtà dei lager) sono peggio.

Al di qua della Ragione (quanti crimini sono stati commessi in suo nome…) c’è la coscienza e lì deve rimanere. Chiedono non solo giustizia, ma anche di essere ricordati e amati da tutti, coloro che hanno patito ‘troppa realtà’, tra cui, recentemente, il nostro ambasciatore Luca Attanasio, trucidato  lo scorso 24 febbraio in Congo. E ‘l’agnello’ Jim, il giovane reporter statunitense laureato in storia dell’arte, decapitato dai terroristi islamici nell’agosto del 2014. Chi non possiede solo una memoria a breve termine se lo ricorderà di certo. Era un torrido week end d’inizio agosto, le spiagge affollate, il giornale spiegato sulle ginocchia dei bagnati sotto gli ombrelloni, a caratteri cubitali le notizie atroci in prima pagina. Lo stesso cielo azzurro, smagliante, indifferente, in altro luogo, il deserto caro ai Padri del deserto, e ‘l’agnello’ Jim, e quella luce fantastica, solenne, accecante, poi il riverbero della lama, ‘rumor di metallo’.

Lo spazio obbligato del relativismo è un recinto che si restringe sempre più fino a divenire una trappola per topi. E si è coscienti, oh, sì,… ma coscienti di nulla. Ci siamo ritrovati in una selva oscura e vuota, pozzo senza fondo, e nulla vi è all’infuori di questa selva. Eppure una radura in cui stare al sicuro dovrà pure esserci. Ma non si scorge assolutamente nulla e non giunge alcun rintocco di campana che possa recare sollievo. Errare nella selva è anche attraversare la linea (interminabile) del nichilismo. Non ne siamo affatto usciti. E il clima del paese del relativismo è irrespirabile, asfissiante, spaventoso. Sono queste “le magnifiche sorti e progressive”? Essere esistenze prive di sentimento e considerare nulla la vita altrui?

L’articolo di Pasolini sul “Corriere della Sera”

Sarebbe utile rileggere, per alcuni si tratta di leggere, l’articolo di Pasolini uscito il primo marzo 1975 sul “Corriere della Sera”, intitolato “Non avere paura di avere un cuore” (ora in “Scritti corsari”), che potremmo considerare l’antefatto di questo breve excursus nel pianeta della violenza. In esso Pasolini, da acuto osservatore della natura umana (come lo è ogni scrittore), registrava la mutazione antropologica e denunciava come la violenza sui corpi fosse diventata il dato più macroscopico della nuova epoca umana, che di umano, purtroppo, ha ben poco. Come ben si adatta alla realtà di oggi quell’analisi dolorosa e appassionata. Ma Pasolini non è profeta, poiché la realtà descritta non riguardava un futuro distopico, bensì il presente di allora: gli anni del ‘boom’ che vedevano Pasolini impegnato dalla poesia al romanzo, alla saggistica, al cinema; vero intellettuale a 360 gradi.

In questo pozzo senza fondo, raspiamo come fa il topo, per afferrare brandelli di luce, autentiche pepite d’oro in grado d’infondere speranza.

Basterebbe che un piccolo spazio sfuggisse al controllo, e da lì ripartire. Basterebbe l’integrità per non soggiacere alla violenza psicologica della nuova forma di potere, violentemente totalizzante. Basterebbe l’integrità per non sacrificare la propria energia morale e intellettuale. Chiudere gli occhi davanti ai soprusi è sempre acconsentire. Essere anime sordide o anime morte, questo il problema. Ma forse, adesso, coincidono entrambe le situazioni esistenziali. Credo che questa sia la più violenta fra tutte le epoche.

L’indifferenza verso gli altri, il mondo e se stessi è espressa compiutamente nel personaggio di Stavrogin (Fedor Dostoevskij, “I demoni”) che afferma: “Non conosco e non sento dentro di me né il male né il bene, non solo ho perso il senso, ma so che il male e il bene in realtà non esistono nemmeno (e ciò mi fa piacere), e non sono altro che pregiudizi.”

Ciò che è reale non sempre è razionale. L’esperienza smentisce quasi sempre la fredda astrazione hegeliana. Fino a che punto possa spingersi la Ragione non frenata dal cuore, spinta all’estremo, oltre l’estremo? Questo ha indagato Pasolini nell’ultimo suo film, “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. È a quel punto che il male si mostra nella sua banalità, ordinarietà, sobrietà.

Ma per giungere a una simile modificazione antropologica occorre togliere di mezzo, o indebolire, l’intelligenza emotiva, cosa che riesce assai bene alla tecnologia, dispiegata nel linguaggio dei social, dei video-games e, perché no, di qualsiasi oggetto transitante nei media, sia anche un semplice esercizio sotto forma di test da somministrare agli studenti della ‘buona scuola’. Per inculcare nuovi stili di vita e abiti mentali, al passo coi tempi, occorre mettere fuori campo il sentimento d’empatia, che sostanzia l’arte (ogni arte) e la poesia, dichiarate inutili da ogni ideologia totalitaria.

E se un giorno funesto l’uomo non fosse più in grado di sentirlo – il cuore – di commuoversi? Che cosa resterebbe dell’uomo? Temo sia l’ignavia a rimanere, il deserto del nulla. Se quel giorno funesto dovesse arrivare, quale salvezza potrebbe il genere umano auspicarsi?

“Basta!…” esclama qualcuno. “Via, via, via, disse l’uccello: il genere umano / Non può sopportare troppa realtà.” (T. S. Eliot,

“Burt Norton, Quattro quartetti”).

Il sempreverde della vicinanza e dell’amore

Qualcuno vorrebbe ritornare a casa. Ma ‘dove’ ritornare, se è il mondo ad essersene andato? Quasi nulla più è famigliare qui. “E gli astuti animali certo si accorgono / che non diamo affidamento, non siamo di casa, / nel mondo interpretato.” (R. M. Rilke, “Prima Elegia”). Se l’affettività e la tenerezza paiono azzerate nel deserto in cui viviamo, unici depositari di questi beni, che una volta furono anche dell’uomo, sono gli animali. Ecco la radura dimenticata, un tempo abitata dall’uomo. È lì che ancora fiorisce il sempreverde della partecipazione, della vicinanza, solidarietà, fratellanza, amore. Fuori della radura il delfino salva l’uomo – è nella sua natura e sempre lo farà – ma l’uomo per ringraziamento lo pugnala. È accaduto, ahimè, qualche anno fa, non nei nostri mari, bensì lontano, ma qualcuno l’ha fatto. Gli animali ancora si fiutano e si riconoscono. Uniche figure di vitalità possibile, di tenerezza: il gatto che insegna a volare al cucciolo di gabbiano – nella meravigliosa favola di Sepulveda – la lupa che alleva il cucciolo non suo cui il cacciatore ha ucciso la madre. Ecco la Compassione, la Fratellanza in cui sperare.

Dott. Gustavo Cioppa

Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: http://www.ilticino.it/2021/03/10/la-radura-dimenticata-breve-viaggio-nella-violenza/

Quale giustizia per i Minori?

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Minori e Giustizia penale: breve introduzione al tema

Le notizie di cronaca documentano l’aumento vertiginoso dei reati ai danni del minore. Spesso nei contesti ambientali più sicuri, ossia quelli familiari, si consumano delitti efferati ove il minore è sovente la vittima oppure il testimone oculare. Proprio per questa ragione bisogna analizzare che cosa significhi per un giovane entrare in contatto con un procedimento penale, in cui le parti – attraverso il contraddittorio – tentano di ricostruire quanto accaduto.

Quando si entra in contatto con il minore, ossia con un soggetto che per definizione ha una personalità “vulnerabile” e ancora in formazione, tutti coloro che compiono gli atti procedimentali devono tenere dei comportamenti corretti, in modo tale da evitare di influenzare i ricordi del ragazzo oppure di ledere la sua personalità mediante delle domande poste in modo erroneo o, talvolta, finanche inappropriato.

Proprio per questa ragione si può iniziare a svolgere una riflessione sul rapporto che deve intercorrere col giovane che si ritrova all’interno delle dinamiche della giustizia penale. Si tratta di un tema assai delicato, che necessita – fin d’ora – un approccio che esuli da qualsivoglia preconcetto culturale e, all’opposto, si soffermi unicamente sulla complessità della personalità ancora “in fieri” del minore.

La delicatezza degli argomenti da trattare in caso abuso o violenza sessuale emerge già in tutta la sua potenza nel caso di vittima maggiore di età, ma qualora la vittima sia un bambino o un ragazzo, la tutela del minore, del suo equilibrio, della sua stabilità emotiva deve essere prioritaria, almeno al pari della ricerca della verità.

La giovane età della presunta vittima incide indubbiamente sulla attendibilità delle sue risposte, sulla precisione del suo ricordo, sulla assenza di fenomeni di rimozione. Ma ancor più, un minore coinvolto in un processo tanto delicato, rischia di crollare sotto il “peso” delle domande. È dunque essenziale proteggerlo dall’interrogatorio, proteggerlo dal dolore che riemerge nel ricordare fatti tanto gravi, accompagnarlo  nel prendere coscienza della utilità e necessità di raccontare il fatto e rassicurarlo sulla bontà dell’obiettivo finale.

Ma, per quanto condivisibili, queste attenzioni impongono al piccolo di rivivere il trauma e, forse ancor più difficile, di raccontare ad alta voce l’abominevole esperienza vissuta.

 *L’ascolto del minore come rappresentazione teatrale*

L’ascolto del minore nell’ambito di un procedimento penale per reati in materia di violenze e abusi sessuali può essere paragonato ad una rappresentazione teatrale, in cui il ruolo di attore principale è affidato alla vittima, unica e vera protagonista sulla quale si concentra l’attenzione dei giudici, dei difensori, dei consulenti al fine di valutarne l’attendibilità.

Certo si tratta di una metafora forte, che forse vuole essere anche un po’ provocatoria, perché il tema di oggi e i quesiti che vi sono sottesi, in particolare quello relativo alla rilevanza della eziologia dell’ascolto e degli obiettivi dell’audizione del minore vittima di un abuso nell’ambito di un processo, implicano, notoriamente, il confronto con problematiche di particolare complessità, che vanno ben oltre la cornice del processo penale e richiedono l’intervento di diverse professionalità quali il Tribunale per i Minorenni, il giudice civile, il giudice tutelare e, ancora, assistenti sociali, educatori, medici, psicologi.

Questa tipologia di processi è caratterizzata quasi sempre da poche certezze e molti dubbi e che comportano per gli operatori che devono affrontarli, forze dell’ordine, giudici, avvocati, psicologi, anche un forte carico emotivo e psicologico, oltre a richiedere per la loro corretta gestione processuale e sostanziale, un’elevata e specifica professionalità.

Il mondo della giustizia in genere e, soprattutto, il processo penale, ma anche quello civile, sono caratterizzati da regole rigide, da meccanismi, tempi e procedure che se appaiono spesso incomprensibili e in alcuni casi anche frustranti per le aspettative di un adulto, possono diventare ostili e traumatiche per un bambino, la cui personalità fragile, fantasiosa, ma anche spontanea e sincera, può essere gravemente compromessa dall’esperienza con il giudice e con gli altri protagonisti del processo, soprattutto, in un contesto processuale così difficile e problematico come quello relativo all’accertamento dei reati di violenza sessuale.

Questo perché spesso agli occhi di chi assiste a un processo e, a maggior ragione, agli occhi di un minore, lo svolgimento dell’udienza sembra quasi una rappresentazione teatrale, in cui tutti i protagonisti, giudice, pubblico ministero, avvocati, imputati possono cambiare, come avviene per gli attori nella commedia dell’arte e si muovono seguendo soltanto un ‘canovaccio’ che può essere continuamente rifinito e modificato nel continuo divenire della storia per arrivare ad un finale, sempre diverso, la cui buona riuscita dipende in larghissima parte dall’esperienza e dalla professionalità apportata da ogni protagonista della rappresentazione.

Nell’ambito di questa metafora, tuttavia, la peculiarità del processo penale in cui è coinvolto un minore vittima di abuso, ma anche di altri reati, è costituita dal fatto che l’attore principale, il minore, diversamente dagli altri attori, è del tutto estraneo al palcoscenico del processo, non conosce le battute del suo ruolo, che può snodarsi compiutamente nel corso dei vari atti e delle varie scene della commedia rivelando al pubblico l’intera trama delle storia, ma può anche fermarsi molto prima del finale, estinguendosi dopo le prime battute per l’incapacità degli altri attori di capire e di modificare l’originario brogliaccio in base al racconto del protagonista.

 *L’ascolto del minore vittima di violenza sessuale in pubblica udienza*

La letteratura in materia e gli studi scientifici e psicologici ma, soprattutto, l’esperienza giudiziaria concreta, che è anche la mia esperienza personale, dimostrano concordemente che l’ascolto di un minore vittima di violenza sessuale in una pubblica udienza, seppur svolta a porte chiuse, costituisce un’esperienza altamente traumatica, che può produrre ulteriori effetti negativi e gravi danni sulla sua personalità e sul suo sviluppo psichico già gravemente compromessi dall’abuso subito. Il bambino costretto a ricordare e a riferire la sua drammatica esperienza alla presenza delle parti processuali, giudice, pubblico ministero, avvocati, soggetti per lui del tutto estranei e, soprattutto, alla presenza del presunto abusante, a volte, senza neppure la minima protezione di un paravento, nella maggior parte dei casi assume un atteggiamento negativo di difesa, se non addirittura di netto rifiuto, chiudendosi in un ostinato silenzio o trincerandosi dietro a generici «non ricordo».

In questi casi la testimonianza assume una valenza negativa anche per il processo penale, il cui obiettivo è quello di accertare l’esistenza dell’abuso ed individuarne il responsabile. Al contrario, se il minore viene ascoltato in un ambiente accogliente e rassicurante alla sola presenza del giudice e dello psicologo, che in genere ha già avuto modo di conoscerlo in precedenza e che lo ha preparato all’incontro con l’autorità giudiziaria, il bambino appare subito più sereno e collaborativo e, se interrogato con modalità corrette e con un linguaggio adeguato alla sua età, si rivela certamente più disponibile a ricordare e a raccontare.

L’accertamento del reato e l’individuazione del suo autore che costituiscono le finalità proprie del processo penale e la tutela del minore sono obiettivi certamente non in contrasto tra loro, bensì, complementari e interdipendenti.

In materia di reati sessuali, è soltanto con un rigoroso accertamento dei fatti accaduti, capace di ristabilire con certezza il ruolo di vittima e di colpevole, poi confermato da una sentenza penale di condanna, che davvero si realizza la tutela del minore, il quale da quel momento, acquisendo la consapevolezza di essere creduto e riconosciuto nel suo ruolo di vittima (e non di complice- colpevole come spesso si sente il bambino abusato), può essere aiutato a ricostruire la sua identità compromessa dai gravi reati subiti.

Non dimentichiamo infatti che l’abuso in danno di un minore, ancor prima di essere fisico, psicologico o sessuale, è caratterizzato da una situazione di abuso di posizione dominante, a cui può efficacemente contrapporsi solo un potere diverso e superiore, quale appunto quello dello Stato, nelle sue articolazioni amministrative, giudiziarie, civili e penali.

Il legislatore ben consapevole di questo, recependo le esigenze di protezione e di attenzione del minore, ha previsto la possibilità di assumere la testimonianza del minorenne vittima di violenza sessuale, quando ancora il processo si trova nella fase delle indagini preliminari e quindi nell’immediatezza delle rivelazione del presunto abuso, senza aspettare i tempi sicuramente più lunghi del dibattimento, nell’ambito di un’udienza particolare che viene svolta dal giudice per le indagini preliminari e che tecnicamente si chiama incidente probatorio.

La ratio di questa udienza ‘anticipata’ è quella di evitare al minore il trauma di audizioni ripetute consentendo, nel contempo, di non disperdere una prova così importante e di acquisirla nel contraddittorio tra accusa e difesa e con il controllo rigoroso del giudice sulle modalità della sua assunzione.

 *Conclusioni* 

Ebbene, se dunque la Giustizia è un momento essenziale della vita della società, lo è ancor di più quando coinvolga − in qualsiasi modo − un minore: un minore è il futuro della Società, e come tale va trattato con estrema attenzione; un minore è una persona in fieri, la sua personalità, il suo carattere, le sue attitudini, devono ancora formarsi e consolidarsi, e quindi merita di essere trattato con estrema cura: un intervento sbagliato delle Istituzioni può avere effetti devastanti su un essere umano ancora in pieno divenire, potendone cambiare irrimediabilmente il corso della crescita. Proprio per questo il contributo tecnico di esperti psicologi profondi conoscitori della mente e dell’anima umana, è senza dubbio fondamentale.

Dott. Gustavo Cioppa (Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Fonte: https://www.ilticino.it/2023/01/05/quale-giustizia-per-i-minori/

Bang bang. Ma cosa sta succedendo nelle nostre scuole?

Nel bel mezzo di una lezione, una professoressa è stata colpita alla testa e all’occhio da un doppio colpo di pistola (grazie al cielo a dardi o a piombini). Oltre al danno, è stata anche vittima di derisione, vigliaccamente ripresa – dolorante – da un cellulare di un alunno “connivente”.
Qualche giorno dopo, un professore è stato offeso e deriso davanti ai suoi studenti, per poi reagire – sbagliando – con un colpo inferto violentemente all’insolente “buffone”.

Ma cosa sta succedendo nelle nostre scuole?
Cosa sta succedendo ai nostri ragazzi?

Senza voler scomodare i mores maiorum (o tempora…!), scene come quelle della scuola di Rovigo erano assolutamente impensabili, fino a pochi anni fa. Inimmaginabili per generazioni di persone che nutrivano un rispetto e un sano timore reverenziale nei confronti delle istituzioni scolastiche, ben consapevoli che alle reprimende del docente e della presidenza si sarebbero aggiunte le ben più temibili reazioni – non solo e non tanto “fisiche” – in famiglia.
Bene dunque ha fatto la madre del ragazzo di Pontedera a bollare subito come sbagliato l’atteggiamento del figlio, che dovrebbe “nascondersi per la vergogna”.

Cosa è successo tra la generazione delle vergate sulle mani e quella delle “schioppettate” (a piombini) in classe?

Le giovani generazioni da anni vivono in contesti permissivi, comprensivi, di dialogo, di educazione basata su parole e ragionamenti. Gli stessi psicologi, come quella della scuola di Polesine, tendono a parlare, a discutere, a confrontarsi con i ragazzi, e a sanzionare i comportamenti irrispettosi e inaccettabili, sopra riportati, con misure forse troppo morbide e fiduciose.
Si parla di educazione, ascolto, confronto e comprensione reciproca.
Le misure plateali, esemplari – come si diceva all’epoca – oggi sono spesso guardate con sospetto. Eppure hanno sortito talora risultati positivi, rafforzando spesso il carattere e forgiando i giovani al sacrificio.
La verità è che è difficile decidere quale sia la misura più adatta alla singola circostanza.
È difficile agire su ragazzi che escono da due anni e oltre di limitazioni della socialità a causa del Covid. L’attività delle scuole e degli psicologi, poi, diviene assai complessa laddove non vi sia alla base una seria linea educativa nelle famiglie.

Il lavoro di educatore è lungo e di grande responsabilità. Sono poche e preziose le persone che riescono a mettere un seme, nei ragazzi, che sboccerà facendo di loro uomini e donne di valore.
E, ancora una volta, la collaborazione tra tutti gli attori (scuola, famiglie, ragazzi e istituzioni) e la imprescindibile preparazione umana, oltre che professionale, degli insegnanti possono fare la differenza.
Tuttavia il percorso è lungo, delicato e accidentato, e comporta impegno e dedizione assoluti. L’attività di supporto psicologico, inoltre, diviene essenziale nell’ambito di procedimenti civili o penali, dove lo studio e l’esame della persona sssume un’importanza determinante, anzi spesso imprescindibile.
La vera educazione è educazione alla responsabilità, termine che si riferisce di certo alla consapevolezza di ciò che si è, ma implica anche la previsione delle sanzioni alle quali si espone chi infrange le regole.

Fonte: https://psicologiaintribunale.it/bang-bang-ma-cosa-sta-succedendo-nelle-nostre-scuole/

“Un applauso per Bobo”: Gustavo Cioppa ricorda Roberto Maroni

Il magistrato è stato il suo Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Oggi, se n’è andato Roberto Maroni,  un grande politico e un amico.  Una persona con cui ho avuto il privilegio di lavorare per quasi tre anni, nel corso dei quali ho potuto apprezzare il suo impegno  nel governo della “Res pubblica”.

Bobo, così gli piaceva essere chiamato, davanti a ogni difficoltà – grazie al suo temperamento pacato e riflessivo, al suo buon senso, alla sua progettualità e alla sua visione lungimirante – riusciva a trovare delle soluzioni condivise, anche perché era pienamente consapevole del valore della squadra. Anche nei momenti di tensione, che pure non sono mancati, mai l’ho visto scomporsi, ma – attraverso la mediazione e la discussione – riusciva a individuare la via che meglio si confacesse all’interesse della comunità. Ed è proprio in questi momenti che ho compreso pienamente il valore, le difficoltà e, soprattutto, lo spirito di servizio che deve necessariamente avere l’uomo che si dedica, come Roberto, all’ars politica. In svariati momenti ha dovuto prendere delle decisioni rapide, in brevi istanti, e riusciva a fermarsi e a comunicare  che cosa fare, prediligendo, sempre e comunque, l’interesse della comunità.

Sicuramente un grande politico, ma anche un musicista che si dedicava a suonare l’organo di Hammond. Interessato  a tutte le altre espressioni artistiche e  che aveva, comunque, un profondo amore per la cultura.

Ha vissuto, a causa di vicende giudiziarie, per sei lunghi anni, sotto l’incubo del processo, con grande dignità e sofferenza, perché  innocente e consapevole di non aver commesso alcun reato. Il suo profondo senso delle Istituzioni non gli ha fatto perdere fiducia nella giustizia e, anche se non poteva che sentirsi vittima di ingiustizia, non è mai voluto apparire come  “vittima” di un errore giudiziario. Alla fine, come era evidente a tutti noi  che lo conoscevamo bene, le accuse sono cadute e si è arrivati a un accertamento della sua innocenza. Quindi, giustizia è stata fatta. Purtroppo, il procedimento gli ha causato delle ferite che non si sono mai rimarginate.

Con queste poche parole provo a trasmettere il mio ricordo, indelebile nella memoria, di un grande politico e di un Amico eccezionale, che mi ha trasmesso tanto e che non dimenticherò mai.

Ciao Bobo.

Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: https://www.ilticino.it/2022/11/22/un-applauso-per-bobo-gustavo-cioppa-ricorda-roberto-maroni/

“Non basta studiare il fascicolo. Bisogna indagare la persona”

“Un’ingiustizia commessa in un solo luogo è una minaccia per la giustizia in ogni luogo”. Gustavo Cioppa, più di 40 anni nella magistratura (procuratore capo a Pavia e sostituto procuratore generale a Milano tra gli incarichi), scomoda Martin Luther King per fotografare “la gravità del fenomeno”. “L’errore esiste, ma deve essere fisiologico e non patologico”, aggiunge l’ex sottosegretario di Regione Lombardia durante la presidenza Maroni.

Dove sta la patologia che determina tanti errori?

“La persona va studiata a 360 gradi e i magistrati hanno grande responsabilità: la misura cautelare deve arrivare dopo un attento studio del fascicolo. Il magistrato deve avere la capacità di capire in profondo la persona. Non si deve essere superficiali, ma si deve approfondire per evitare di utilizzare uno strumento così pesante come il carcere, che è la “extrema ratio“”.

Come dovrebbe comportarsi un magistrato?

“L’episodio su cui indaga non può essere avulso dal resto della vita della persona stessa. Oltre al fascicolo è necessario approfondire la personalità dell’individuo indagato”.

È adeguata la riparazione dell’errore?

“Nessun tipo di riparazione finanziaria riesce a coprire completamente il danno subìto. Una persona in carcere subisce un cambiamento radicale stravolto da scelte altrui: prima si è a proprio agio e poi si è in un ambiente che diviene invivibile. Sono poche le persone che riescono a reinventarsi dopo la rottura di un percorso. Il carcere è come una frana che interrompe una strada: una parte della persona muore”. L.B.

Fonte: https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/non-basta-studiare-il-fascicolo-bisogna-indagare-la-persona-1.8177925

Elisabetta II, una regina assolutamente al di fuori del comune

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Abbiamo appena assistito – in grandissimo numero – ad un evento eccezionale: i funerali di Elisabetta II. Uno spettacolo, pur luttuoso, ma non per questo meno spettacolare. Verrebbe voglia di dire, col Manzoni “né sa quando una simile orma di piè mortale la sua cruenta polvere a calpestar verrà”. E già, lo spettacolo era sontuoso, ma i quattro miliardi di persone  – i rimanenti non possedevano il televisore o non avevano disponibile  Internet – non erano attratti, se non in minima parte, dallo spettacolo: desideravano rendere omaggio ad una piccola donna, quasi centenaria, che era stata una grandissima regina, già in vita passata alla storia. Abbiamo visto file chilometriche di persone che volevano rendere personalmente omaggio alla defunta, sottoponendosi a lunghissime ore di attesa. Non è esagerato osservare che un evento simile non s’era mai visto: eppure, tanti monarchi, presidenti, persone illustrissime muoiono ogni giorno, avendo meritato  stima ed affetto generali.

E, allora, perchè la morte di Elisabetta ha suscitato tanta attenzione, tanta commozione?  Ebbene, la risposta è inequivoca: per le qualità della persona, assolutamente al di fuori del comune. Si fosse trattato di un presidente piuttosto che di un regnante, di un grande scienziato o di un benefattore dell’umanità, lo spettacolo sarebbe stato diverso, ma la commozione sarebbe stata la stessa.

Ebbene, cosa aveva Elisabetta di tanto speciale? Anzitutto la volontà consapevole di essere – lei regina – al servizio della democrazia (la più antica dell’età moderna) e dei suoi connazionali; la capacità di tenere uniti – in tempi di grandissimi cambiamenti – tutti i popoli del Commonwealth, autonomi ed indipendenti, ma uniti dal legame con la regina, come ha documentato ampiamente la cerimonia funebre; un’interpretazione del ruolo mai sopra le righe con un esemplare spirito di dedizione al suo compito.

Ha attraversato due secoli: quasi tutto il ‘900 ed i primi, tumultuosi, ventidue anni del nuovo millennio. Ha vissuto la seconda guerra mondiale a Londra, con i genitori, sotto le bombe tedesche. Giovane regina, è stata sempre accanto al suo popolo nell’ardua opera di ricostruzione postbellica. Ha assistito, partecipe, all’inevitabile dissoluzione dell’impero ed all’assestamento, tutt’altro che facile, del già citato Commonwealth. Ha consigliato, ricevendoli quasi quotidianamente, decine e decine di Primi Ministri. Ha vissuto, senza mai scomporsi, ma con vigile attenzione, la crisi del “Canale di Suez”, le guerre arabo-israeliane, che vedevano cospicui interessi britannici in gioco, la guerra delle Falkland  combattuta, nell’altro emisfero della terra, dalle forze armate inglesi contro quelle argentine. E si potrebbe a lungo continuare nella elencazione.

Sempre e comunque la regina ha costituito per gli inglesi un fermo e sicuro punto di riferimento. Ha sepolto il padre, la madre, la sorella, il marito con lo stesso, grave contegno di lutto e di dolore, testimoniando un animo fortemente addolorato, ma uno spirito sempre saldo e risoluto. E, allo stesso modo, ha affrontato le difficoltà cui una grande e numerosa famiglia va spesso incontro.

Al centro di tutto sempre lei, la piccola Lilibeth, chiamata a risolvere i problemi di tutti. Che altro dire di una regina inimitabile? Tanto altro ci sarebbe da dire. Anzitutto, che è stata degna  quanto a determinazione e consapevolezza del proprio ruolo, naturalmente in tempi e costumi diversissimi, quant’altri mai, della omonima sua, figlia di Enrico VIII  e di Anna Bolena, che regnò quattro secoli prima.

Ha lasciato un inimitabile esempio di probità, di vita austera ed aliena da ogni frivolezza, di grande donna e di grande regina, cui hanno sempre guardato, susseguendosi nel tempo, tutti i grandi della terra. E, allora, bandiere abbrunate non solo sulla Torre di Londra e su tutti gli edifici pubblici d’Inghilterra, ma anche nel cuore di tutti coloro che sanno apprezzare un animo nobile e uno spirito di serena, assidua compostezza: di dignità, alfine, davvero regale.

Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: https://www.ilticino.it/2022/10/01/elisabetta-ii-una-regina-assolutamente-al-di-fuori-del-comune/

Baby gang criminali, un triste fenomeno della nostra società

“Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; ma l’indifferenza dei buoni”

Martin Luther King

Custodite ipsum excelsum“: le parole mi risuonano ancora nella mente. Era l’incipit del discorso del Procuratore Generale Pier Luigi Dell’Osso all’Inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2015. “La massima attenzione, senza soluzione di continuità, occorre rivolgere alle realtà criminali, specie a quelle inedite, dei Paesi più a rischio, come gli stati dell’America Latina” proseguiva il Procuratore Generale: “Spesso quelle triste realtà prefigurano quanto potrà accadere nel nostro Paese. Le ‘pandillas’ giovanili, che già rapinano e spaventano le popolazioni civili delle grandi città del Messico, della Colombia, dell’Ecuador, e via dicendo, rappresentano una emergenza criminale tutt’altro che virtuale, la quale potrebbe facilmente attecchire in Italia, e ciò perché esistono le precondizioni: difficoltà economico- sociali, forte malessere giovanile, disoccupazione crescente. È proprio questo l’humus favorevole alle aggregazioni giovanili, che si danno alla delinquenza di strada, più pericolosa perfino della grande criminalità organizzata, stanti la composizione eterogenea, variabile e la scarsa coesione che le caratterizza. Cosi si verificano i sequestri di persona così detti lampo, entrando fulmineamente nelle auto ferme in lunghe colonne, della circolazione quotidiana, e costringendo il conduttore a dirigersi verso casa per poter fare razzia di valori. Una variante più semplice e meno rischiosa è la rapina consumata direttamente e velocemente in auto. Gli episodi del genere accadono a migliaia, senza tregua. La specialità delle bande giovanili, delle ‘pandillas’ è, comunque, costituita dai gravi delitti compiuti nei locali pubblici, nelle discoteche, talvolta nelle banche meno protette. E la prospettiva di un assassinio non è certo remota, ma fa parte della quotidianità. Le ‘pandillas’, specie quando composte da numerosi membri, non disdegnano, naturalmente, lo spaccio di droga al dettaglio, si intromettono negli spazi liberi, lucrosissimi, dell’emigrazione clandestina, si scontrano ferocemente fra loro per il predominio territoriale. Ebbene, una realtà siffatta può agevolmente verificarsi in Italia, se non si adottano sollecite iniziative di prevenzione, d’ ‘intelligence’, di approfondimento professionale del fenomeno criminale”.

Un fenomeno che si verifica da tempo nel nostro Paese

Il discorso del Procuratore Generale Dell’Osso proseguiva con il richiamo di dettagli, specifici e significativi, della ferocia delle succitate bande di giovani sbandati, operanti ai margini della società, senza alcun riferimento che non sia la predazione, la violenza, il delitto. Quel che mi preme sottolineare è che tale fenomeno, illustrato e paventato dal Procuratore Generale Dell’Osso con tanto anticipo, ha, già da non poco tempo, principato a verificarsi nel nostro Paese, specie al nord, con scontri fra bande nostrane, con la non sporadica presenza di stranieri privi di risorse e di opportunità di lavoro, sovente disperati. Non siamo ancora, se non in alcuni casi, agli assalti sistematici agli automobilisti, ma occorre far di tutto per evitare tale imbarbarimento. La lezione proveniente da altre realtà geografiche deve esserci di duro monito, come ha, autorevolmente stigmatizzato il Procuratore Generale Dell’Osso in quel lontano 2015. Ho voluto iniziare questo articolo su un tema così importante citando il Procuratore Generale di Brescia, Magistrato di grande coraggio, esperienza e capacità professionale, che nel discorso di Inaugurazione dell’Anno Giudiziario del 2015 evidenziò in maniera incisiva e preveggente la situazione del Sud America, riferita alle conseguenze in Italia, riguardo le bande di giovani. Nell’ambito della devianza giovanile, infatti, uno dei fenomeni più allarmanti è quello delle così dette bande giovanili, conosciute anche come “baby gang”, sono dedite alla microcriminalità: composte da giovani, a volte minori, indifferentemente italiani e immigrati di seconda generazione, appaiono come gruppi caratterizzati da una struttura non gerarchica, agiscono in modo improvvisato ed estemporaneo. In questo contesto, però, si differenzia il fenomeno delle “gang” sudamericane, le “pandillas”, queste rappresentano la fonte di preoccupazione maggiormente importante. Si tratta, come anticipato, di organizzazioni che vedono la loro nascita nel Sud America per poi diffondersi negli Stati Uniti e in Europa, in Italia la loro presenza è ampiamente conosciuta a Milano dove esercitano anche, quasi fosse un videogioco, una violenza casuale e immotivata nei confronti di vittime assolutamente innocenti e inoffensive. Si tratta di organizzazioni che solo latamente si ispirano ai gruppi originari d’oltreoceano e si sviluppano sul territorio italiano in maniera autonoma. Le numerose inchieste giudiziarie nel nostro Paese hanno cercato di sradicare il fenomeno e porre così fine alla operatività di queste organizzazioni. Ma, nonostante gli arresti e le condanne, i gruppi sembrano essere ancora attivi.

In Sud America l’origine di queste associazioni per delinquere

Queste associazioni per delinquere, come predetto, hanno origine in Sud America, dove reclutano giovanissimi tant’è che una di queste, la “Barrio 18”, è conosciuta anche come “l’esercito dei bambini” per la propensione ad assoldare anche minori. Probabilmente si tratta di compagini formate perlopiù da soggetti che non sono stati ammessi in organizzazioni più importanti come i Cartelli della Droga e si organizzano sul territorio per gestire lo spaccio di sostanze stupefacenti al dettaglio e imporre il proprio dominio venendo anche spesso in conflitto con altre bande. Il fenomeno si espande, come predetto, sia negli Stati Uniti che in Europa, l’immigrazione economica, di prima o seconda generazione, fornisce un bacino di disperati utili per il reclutamento, i giovani soggetti, attratti dalla possibilità di facili guadagni, si fanno facilmente irretire, ove, gioca un ruolo anche un senso di appartenenza (in genere gli associati provengono tutti dallo stesso paese) e di emulazione. Come anzidetto la gestione del traffico di stupefacenti, conseguente vendita al dettaglio e il dominio del territorio caratterizzano l’operatività delle bande, che talvolta si determina con suddivisioni in zone di influenza. Spesso i rapporti tra i diversi sodalizi sono cruenti e abbiamo assistito anche ad omicidi, tuttavia, talvolta si associano per migliorare l’efficacia delle loro azioni, spartendosi così il potere. I processi e i provvedimenti di reclusione non riescono a circoscrivere il fenomeno: bisognerà, quindi, porsi dei quesiti in ordine a quale sia l’atteggiamento giusto per, se non eliminare, almeno ridimensionare il problema. Sarebbe essenziale poter assicurare a questi giovani la libertà dal bisogno, è indubbio che se ci fosse la possibilità di procurarsi il sostentamento in modo onesto, riusciremmo a togliere uno degli elementi di maggior presa delle organizzazioni, perché in fondo questi giovani oggi non hanno nulla da perdere; nell’ambito della prevenzione la scuola ha un ruolo importante, anche perché spesso le famiglie, ammesso siano presenti, non forniscono nessuna garanzia riguardo la formazione dei ragazzi. Negli Stati Uniti vengono organizzati negli istituti scolastici degli incontri con ex appartenenti alle bande che hanno trovato riscatto e si sono reinseriti pienamente nel consesso della società civile. Il racconto del vissuto degli ex associati ai sodalizi criminali può essere più efficace nei confronti dei coetanei di esposizioni troppo teoriche operate dagli educatori, che pure hanno la loro importanza considerato che hanno contatti quotidiani con gli studenti, ma utilissimi sono pure gli interventi di alcune Ong che si occupano specificatamente di tali questioni.

Il percorso di recupero di questi giovani

Se pure la prevenzione gioca un ruolo fondamentale ci si interroga altresì su come sia possibile il recupero di questi soggetti, la detenzione sovente acutizza il problema, in quanto all’interno delle carceri le organizzazioni continuano ad esistere e a formare gruppi di influenza anche se i componenti risultano ristretti. In questo scenario l’essere condannati e subire i provvedimenti giudiziari è addirittura motivo di vanto tra gli associati che sono soliti tatuarsi, quasi fossero dei gradi, rappresentazioni afferenti alle condanne subite. Il compito della Giustizia Riparativa è davvero arduo, ma sembra l’unica strada percorribile in quanto la risposta repressiva, come abbiamo visto, non riesce ad arginare il fenomeno e, in qualche modo, forse lo aggrava perché gli appartenenti alle bande, una volta tornati in libertà, tornano ad agire nei sodalizi criminali con ancora maggiore determinazione e, forti, della loro esperienza come detenuti, hanno una grande influenza sui neofiti. Bisognerà intendere questi fenomeni criminosi non solo come trasgressione di una norma, ma come accadimenti che determinano la rottura di prospettive e legami sociali condivisi. E’ necessario, quindi, adoperarsi per la rielaborazione del conflitto e il consolidamento del senso di sicurezza collettiva. Il giovane dovrà cercare possibili soluzioni agli effetti del reato e impegnarsi per la riparazione delle conseguenze che ha cagionato. Soprattutto il reo deve prendere coscienza di se stesso e ripensare un nuovo codice di valori personali e sociali. Certo non basta, servono interventi concreti affinché sia offerta una possibilità di riscatto: se a fine pena il ragazzo non ha possibilità di trovarsi una occupazione ricadrà, giocoforza, nuovamente sotto l’influenza delle “gang” criminali. Infine, queste persone non devono essere emarginate dalla comunità perché altrimenti interagiranno solo tra i loro simili invece che integrarsi. Spesso privi di famiglia, questi così detti devianti cercheranno quei legami affettivi di cui sono privi all’interno delle organizzazioni che sembrano, a prima vista, offrire un legame di appartenenza che sublima la mancanza di affetti e di vere relazioni amicali e sociali. In questo scenario, quindi, appare urgente recuperare questi soggetti anche perché può essere solo di aiuto per la società poiché significa impedire la reiterazione dei reati, ciò in un giusto equilibrio tra la necessità della riabilitazione e l’esigenza di sicurezza sociale, perché, non dimentichiamolo mai, tutto ciò che riguarda i giovani (specie i minori) ha una grandissima rilevanza: attiene direttamente al futuro della società. E, se è bene conoscere il passato per gestire adeguatamente il presente, del tutto imprescindibile si delinea la capacità di proiettarsi, con sagacia e lungimiranza, sul futuro.

Dott. Gustavo Cioppa (Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Fonte: https://www.ilticino.it/2022/07/27/baby-gang-criminali-un-triste-fenomeno-della-nostra-societa/

L’alternativa alla pena per il minore a rischio

Devo ringraziare sentitamente l’avvocato Marco Campora, Presidente della Camera Penale di Napoli, per avermi invitato come relatore al convegno di mercoledì “L’alternativa alla pena per il minore a rischio”; incontro che ho fortemente promosso trattandosi di un argomento a me molto caro.
Abbiamo affrontato il tema delle alternative alla pena carceraria e della giustizia riparativa, evidenziando quanto possa rivelarsi complesso il percorso rieducativo, specie in quegli ambiti caratterizzati da un assoluto vuoto di valori, quali i contesti “mafiosi” in senso lato. Argomenti estremamente attuali che interessano tutta la collettività: la violenza e l’illegalità è un danno massimante grave laddove investa le nuove generazioni. E come emerso dal convegno, la proliferazione della criminalità giovanile può essere contrastata non solo e non tanto con la repressione, bensì con la prevenzione, anche attraverso un modello innovativo di “welfare educativo”, mediante azioni e progetti concreti.
Devo infine porgere i miei complimenti ai relatori, tutti seriamente impegnati su questi problemi di grande attualità.

Studio e determinazione per conseguire un meritato traguardo

Siamo orgogliosi di nostro figlio Paolo (Paul) Cioppa per il prestigioso ruolo offertogli da M&A globale di Citigroup a New York. Sicuramente la sua esperienza come “Adjunct Professor of Law” presso la Fordham University, così come il suo lungo percorso formativo a UC Berkeley dove ha conseguito master e dottorato, oltre a 16 anni di esperienza lavorativa negli Stati Uniti, hanno contribuito al raggiungimento di questo importante traguardo professionale.

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Il Covid e la Storia

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Si avverte subito, accostandosi al “tema Covid”, una sorta di profonda ritrosia ad addentrarsi in tal tema: una ritrosia scaturente dall’immenso vociare che si alza nel mondo, dalle teorie che si snodano come i grani d’un rosario, dalla minimizzazione, dalle semplificazioni, dalle previsioni apocalittiche, dalle predizioni bianche e da quelle nere, senza alcuna attenzione per i colori intermedi. È, forse, il caso, allora, di riflettere – astenendosi rigorosamente da tentazioni di entrare in dispute su versanti medici, sociologici, tuttologici, che costituiscono afflizione quotidiana – su qualche precedente storico e su alcuni numeri, che possono aiutare a farsi un quadro “poco fabulizzato” delle vicende che tanto stanno condizionando la nostra vita, ormai da tanto tempo. Parlando di pandemie, la mente corre subito a quella della prima metà del ‘300, la tristemente famosa “peste nera del XIV secolo”, che imperversò per anni, dopo aver avuto origine in Asia, intorno al 1330. Nei successivi anni, vicini alla metà del secolo, il contagio dilagò in Europa, mietendo vittime. I numeri dei contagiati e dei morti, tanto più con le rilevazioni quanto mai approssimative del tempo, non sono certo precisi, ma restano pur sempre significativi di una sorte di apocalisse, che sbigottì gli abitanti del pianeta. Pur con le già citate approssimazioni, s’è calcolato che la peste nera uccise oltre 20 milioni di persone, ovverossia circa un terzo della popolazione europea. Delle vittime in Asia, dov’era nata, ed in Africa non si rinvengono rilevazioni di sorta. L’impatto sul livello della popolazione mondiale fu devastante e ci volle quasi un secolo per colmarlo. Saltando in avanti di quasi tre secoli, si approda al tristissimo periodo, dal 1629 al 1633, in cui “la peste bubbonica” flagellò tutta l’Italia settentrionale e, prima ancora, il territorio svizzero. Chi non ricorda la perdita, nel Nord Italia, di oltre un quarto della popolazione? E chi non ricorda le indimenticabili pagine manzoniane della peste a Milano, che perse addirittura i tre quarti della sua popolazione. Anche codesta pandemia atterrì le popolazioni colpite: tanto più, per rimanere all’Italia, che non mancò una successiva epidemia, che devastò l’Italia meridionale. Sempre sull’onda dei flagelli di bibliche dimensioni, sia nella percezione popolare sia nelle dimensioni che è stato possibile calcolare, si staglia sinistra la pandemia di “febbre spagnola”, che si abbatté su popoli già falcidiati dalla prima guerra mondiale: questa, dopo quattro anni e mezzo di durata, provocò la morte sui campi di battaglia di circa dieci milioni di soldati ed un numero doppio di feriti, ai quali si aggiunse circa un milione di civili morti ed oltre cinque milioni di feriti. Tutti i paesi del mondo stavano uscendo gemendo dalle macerie della guerra, quando furono investiti da un flagello ancor, se possibile, più terribile: l’epidemia di “febbre spagnola”, causata da un virus con varianti assai aggressive. E perchè più terribile? Ebbene, perchè provocò una ecatombe maggiore di quella provocata dalla Prima guerra mondiale. Le stime più prudenti calcolano oltre 20 milioni di morti: quelle più estese parlano di cento milioni di morti. La cifra più verosimile, tenuto conto di tanti fattori, oscilla intorno ai 50 milioni di morti. Nella sola India, si è parlato di quasi 17 milioni di morti. E una spiegazione della terribile letalità di un virus che devastava i polmoni, portando a morte rapida, è stata individuata nelle condizioni di complessivo deterioramento fisico, nella mancanza di idonea nutrizione e   nelle misere condizioni di vita indotte dalla guerra. Ma c’è un aspetto sul quale l’opinione pubblica non pare essersi troppo soffermata: l’arco temporale fra la primavera del ’18 e quella del’ ’20 fu caratterizzato da una cospicua anomalia climatica. Ebbene, un secolo dopo, siamo alle prese con un’altra pandemia che spaventa. E qualcuno negherebbe che, specie negli anni più recenti, l’uomo ha fatto, in qualche modo scempio dell’equilibrio climatico? La sola causa? No di certo. Spaventose aggressioni virali sono il frutto di varie componenti, qual più, qual meno grave. Una semplice coincidenza? Potrebbe darsi. Ma, sovente – allorché nel valutare accadimenti storici precedenti si è, a tutti i costi, voluto parlare di coincidenze – sotto le coincidenze si è rimasti sepolti. Ed oggi? Oggi, ancora una volta, l’umanità è scossa da una pandemia che non risparmia nessuno, salvo che non si voglia dare attendibilità alla reiterata proclamazione, da parte della Corea del Nord, di totale assenza del contagio sul suo territorio.
Del Covid-19 è stato detto di tutto e di più, ancorché il virus, del tutto “immune” alle affabulazioni degli umani, stia continuando a variare ed a seminar lutti. Che dire, allora? Concludere sul filo del discorso fin qui seguito: storia e numeri. Quanto a questi ultimi, colpisce il dato degli Stati Uniti d’America: oltre 800.000 morti finora. Con il Covid in pieno sviluppo, a fronte di poco più di 650.000 morti, complessivi, di pandemia “spagnola”, c’è – par ragionevole osservare – di che riflettere. È ragionevole che, come sempre, la scienza è e sarà l’ancora di salvezza. Epperò, non si può fare dello scientismo il totem salvifico in assoluto. Intorno alla scienza deve posizionarsi una serie di componenti sintonici, capace di rendere più agevole e conchiudente il cammino della scienza.E poi? Poi, non si può dimenticare la forza onnipotente della Natura, che Dante traduce in chiave fideistica, con sublime poesia: “STATE CONTENTI, UMANA GENTE, AL QUIA; CHÉ SE POTUTO AVESTE VEDER TUTTO, MESTIER NON ERA PARTURIR MARIA”.

Dott. Gustavo Cioppa

Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: https://www.ilticino.it/2022/04/09/il-covid-e-la-storia/

La Costituzione è un pezzo di carta

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

“La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile. Bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità” (Piero Calamandrei)

Chissà perché, quando si inscena una protesta, l’argomento più abusato è la difesa della Costituzione, nella quale – si dice – sono scolpiti i baluardi che proteggono, senza eccezione, tutte le libertà oggetto di rivendicazione.
Confesso che l’automatismo in questione mi ha sempre lasciato perplesso, apparendomi frutto di una presunzione fondata più che sulla lettura del testo costituzionale, sulla creatività di qualche fantasioso interprete. La Costituzione, al pari di ogni legge – dalla quale differisce esclusivamente per la posizione nel sistema delle fonti – non è il lasciapassare per le velleità di chi la sventola, ma un complesso di regole, prevalentemente a contenuto precettivo, che definiscono l’intero ordinamento giuridico di un certo Paese. I contenuti del testo esprimono, in termini generali, concetti consolidati tradotti in norme vincolanti per tutti: per il legislatore che deve impiegarli nelle leggi ordinarie; per il governo cui spetta realizzarli; per i giudici sui quali incombe il dovere di garantirne l’applicazione. I cittadini, le persone, sanno, o dovrebbero sapere, che la Costituzione è, anche, il limite al potere dello Stato. La sintesi che precede consente di cogliere lo scopo che anima chi si contrappone ai provvedimenti emanati dal legislatore, dall’esecutivo o dai giudici: riaffermare la Costituzione violata. Questa, però, è una semplice prospettiva, un punto di vista che esprime soltanto la posizione di chi decide di protestare, magari leggendo in Costituzione ciò che, in Costituzione, non è scritto. Ho letto della intenzione di dare vita ad un Comitato di liberazione nazionale, come accadde in passato. Fedele al mio impegno di non entrare nel merito delle questioni, mi limito a sottolineare che, pur al netto della eccessiva enfatizzazione, la Costituzione non è una bandiera da agitare per finalità politiche, ma – come ha detto Piero Calamandrei – è “un pezzo di carta” sul quale è scritto che cosa si può fare quando i provvedimenti (di legge, amministrativi, giudiziari) sembrano contrastarla. I giuristi, queste cose, le sanno. Dovrebbero anche dirle, in maniera chiara e comprensibile perché non accada che talvolta vengano scambiati per semplici comizianti.

Dott. Gustavo Cioppa
Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: https://www.ilticino.it/2022/01/11/la-costituzione-e-un-pezzo-di-carta/