La radura dimenticata. Breve viaggio nella violenza

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

“Qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano,

nonostante tutta l’esperienza dei crimini compiuti,

sofferti e osservati, si aspetta invincibilmente

che gli venga fatto del bene e non del male.

È questo, anzitutto, che è sacro in ogni essere umano.”

Simone Weil, “La persona e il sacro”

Non è tanto l’intensità della violenza – è sempre esistita, dalla comparsa del primo uomo sulla Terra – quanto l’assuefazione ad essa, ad allarmare chi ancora si inquieta;  per cui è lecito dire che siamo davanti a una recrudescenza, a un aumento della violenza (nei giovani soprattutto), a un’era di rinnovata barbarie.

All’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, Pasolini registrava l’assuefazione a una mentalità criminale e criminaloide, lucidamente descritta e analizzata in quei lungimiranti saggi che gli hanno valso l’epiteto di profeta, raccolti negli “Scritti corsari” e nelle “Lettere luterane”.

A monte della violenza vi sono la “forza paralizzata”, “il gesto privo di moto” (T. S. Eliot, “Gli uomini vuoti”), la mancanza di comunicazione autentica, la non condivisione dei sentimenti: chiari sintomi di quella malattia morale che consiste nella debolezza della volontà, che si potrebbe chiamare “morte del cuore”. L’atteggiamento dell’assuefatto è quello dell’accidioso. Passare per ‘normali’ comportamenti criminali che avvengono ogni giorno con frequenza impressionante è fare un uso improprio dell’aggettivo ‘normale’. Passare per normalitario un atteggiamento patologico significa alterarlo, e significa, anche, favorire certe sottili modificazioni percettive. Per fortuna non siamo tutti uguali, a ciascuno la propria sensibilità che, si sa, se molto intensa l’impatto col mondo fa male.

La violenza non è ancora il male

La violenza è nel DNA dell’uomo, a ben guardare ogni creatura è violenta. E la Vita lo è naturalmente, oltre che crudele. Per Antonin  Artaud crudeltà non è altro che “appetito di vita, rigore cosmico, necessità implacabile, nel significato gnostico di turbine di vita che squarcia le tenebre, nel senso di quel dolore senza la cui ineluttabile necessità la vita non potrebbe sussistere.”

Ma la violenza non è ancora il male. Male è mancanza di speranza: ignavia.

La tecnologia, che nasce in ambito bellico, è sicuramente alleata della violenza, e contribuisce ad aumentarla. Non occorre l’aggiunta di un microchip sottocutaneo per aumentare il coefficiente di violenza nel DNA umano.

Per Eliot, avere il cuore morto, non avere cuore, constatare la ‘morte nell’anima’ è peggio che essere delle anime violente.  Così è nella poesia del 1925 “The Hollow Men”, il cui titolo nella traduzione italiana è “Gli uomini vuoti”. Ecco, Kurtz  (il turpe personaggio del mercante di avorio in “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad), che compare in epigrafe alla poesia, è un’anima violenta, ma gli ‘indifferenti’ di ieri e di oggi (tra cui i negazionisti della realtà dei lager) sono peggio.

Al di qua della Ragione (quanti crimini sono stati commessi in suo nome…) c’è la coscienza e lì deve rimanere. Chiedono non solo giustizia, ma anche di essere ricordati e amati da tutti, coloro che hanno patito ‘troppa realtà’, tra cui, recentemente, il nostro ambasciatore Luca Attanasio, trucidato  lo scorso 24 febbraio in Congo. E ‘l’agnello’ Jim, il giovane reporter statunitense laureato in storia dell’arte, decapitato dai terroristi islamici nell’agosto del 2014. Chi non possiede solo una memoria a breve termine se lo ricorderà di certo. Era un torrido week end d’inizio agosto, le spiagge affollate, il giornale spiegato sulle ginocchia dei bagnati sotto gli ombrelloni, a caratteri cubitali le notizie atroci in prima pagina. Lo stesso cielo azzurro, smagliante, indifferente, in altro luogo, il deserto caro ai Padri del deserto, e ‘l’agnello’ Jim, e quella luce fantastica, solenne, accecante, poi il riverbero della lama, ‘rumor di metallo’.

Lo spazio obbligato del relativismo è un recinto che si restringe sempre più fino a divenire una trappola per topi. E si è coscienti, oh, sì,… ma coscienti di nulla. Ci siamo ritrovati in una selva oscura e vuota, pozzo senza fondo, e nulla vi è all’infuori di questa selva. Eppure una radura in cui stare al sicuro dovrà pure esserci. Ma non si scorge assolutamente nulla e non giunge alcun rintocco di campana che possa recare sollievo. Errare nella selva è anche attraversare la linea (interminabile) del nichilismo. Non ne siamo affatto usciti. E il clima del paese del relativismo è irrespirabile, asfissiante, spaventoso. Sono queste “le magnifiche sorti e progressive”? Essere esistenze prive di sentimento e considerare nulla la vita altrui?

L’articolo di Pasolini sul “Corriere della Sera”

Sarebbe utile rileggere, per alcuni si tratta di leggere, l’articolo di Pasolini uscito il primo marzo 1975 sul “Corriere della Sera”, intitolato “Non avere paura di avere un cuore” (ora in “Scritti corsari”), che potremmo considerare l’antefatto di questo breve excursus nel pianeta della violenza. In esso Pasolini, da acuto osservatore della natura umana (come lo è ogni scrittore), registrava la mutazione antropologica e denunciava come la violenza sui corpi fosse diventata il dato più macroscopico della nuova epoca umana, che di umano, purtroppo, ha ben poco. Come ben si adatta alla realtà di oggi quell’analisi dolorosa e appassionata. Ma Pasolini non è profeta, poiché la realtà descritta non riguardava un futuro distopico, bensì il presente di allora: gli anni del ‘boom’ che vedevano Pasolini impegnato dalla poesia al romanzo, alla saggistica, al cinema; vero intellettuale a 360 gradi.

In questo pozzo senza fondo, raspiamo come fa il topo, per afferrare brandelli di luce, autentiche pepite d’oro in grado d’infondere speranza.

Basterebbe che un piccolo spazio sfuggisse al controllo, e da lì ripartire. Basterebbe l’integrità per non soggiacere alla violenza psicologica della nuova forma di potere, violentemente totalizzante. Basterebbe l’integrità per non sacrificare la propria energia morale e intellettuale. Chiudere gli occhi davanti ai soprusi è sempre acconsentire. Essere anime sordide o anime morte, questo il problema. Ma forse, adesso, coincidono entrambe le situazioni esistenziali. Credo che questa sia la più violenta fra tutte le epoche.

L’indifferenza verso gli altri, il mondo e se stessi è espressa compiutamente nel personaggio di Stavrogin (Fedor Dostoevskij, “I demoni”) che afferma: “Non conosco e non sento dentro di me né il male né il bene, non solo ho perso il senso, ma so che il male e il bene in realtà non esistono nemmeno (e ciò mi fa piacere), e non sono altro che pregiudizi.”

Ciò che è reale non sempre è razionale. L’esperienza smentisce quasi sempre la fredda astrazione hegeliana. Fino a che punto possa spingersi la Ragione non frenata dal cuore, spinta all’estremo, oltre l’estremo? Questo ha indagato Pasolini nell’ultimo suo film, “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. È a quel punto che il male si mostra nella sua banalità, ordinarietà, sobrietà.

Ma per giungere a una simile modificazione antropologica occorre togliere di mezzo, o indebolire, l’intelligenza emotiva, cosa che riesce assai bene alla tecnologia, dispiegata nel linguaggio dei social, dei video-games e, perché no, di qualsiasi oggetto transitante nei media, sia anche un semplice esercizio sotto forma di test da somministrare agli studenti della ‘buona scuola’. Per inculcare nuovi stili di vita e abiti mentali, al passo coi tempi, occorre mettere fuori campo il sentimento d’empatia, che sostanzia l’arte (ogni arte) e la poesia, dichiarate inutili da ogni ideologia totalitaria.

E se un giorno funesto l’uomo non fosse più in grado di sentirlo – il cuore – di commuoversi? Che cosa resterebbe dell’uomo? Temo sia l’ignavia a rimanere, il deserto del nulla. Se quel giorno funesto dovesse arrivare, quale salvezza potrebbe il genere umano auspicarsi?

“Basta!…” esclama qualcuno. “Via, via, via, disse l’uccello: il genere umano / Non può sopportare troppa realtà.” (T. S. Eliot,

“Burt Norton, Quattro quartetti”).

Il sempreverde della vicinanza e dell’amore

Qualcuno vorrebbe ritornare a casa. Ma ‘dove’ ritornare, se è il mondo ad essersene andato? Quasi nulla più è famigliare qui. “E gli astuti animali certo si accorgono / che non diamo affidamento, non siamo di casa, / nel mondo interpretato.” (R. M. Rilke, “Prima Elegia”). Se l’affettività e la tenerezza paiono azzerate nel deserto in cui viviamo, unici depositari di questi beni, che una volta furono anche dell’uomo, sono gli animali. Ecco la radura dimenticata, un tempo abitata dall’uomo. È lì che ancora fiorisce il sempreverde della partecipazione, della vicinanza, solidarietà, fratellanza, amore. Fuori della radura il delfino salva l’uomo – è nella sua natura e sempre lo farà – ma l’uomo per ringraziamento lo pugnala. È accaduto, ahimè, qualche anno fa, non nei nostri mari, bensì lontano, ma qualcuno l’ha fatto. Gli animali ancora si fiutano e si riconoscono. Uniche figure di vitalità possibile, di tenerezza: il gatto che insegna a volare al cucciolo di gabbiano – nella meravigliosa favola di Sepulveda – la lupa che alleva il cucciolo non suo cui il cacciatore ha ucciso la madre. Ecco la Compassione, la Fratellanza in cui sperare.

Dott. Gustavo Cioppa

Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: http://www.ilticino.it/2021/03/10/la-radura-dimenticata-breve-viaggio-nella-violenza/

La difesa dell’ambiente e la minaccia dei rifiuti nucleari

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario di Regione Lombardia

“Cambiò il mondo. Cambiò il nemico. La morte ebbe facce nuove che non conoscevamo ancora. Non si vedeva, la morte, non si toccava, non aveva odore. Mancavano persino le parole, per raccontare della gente che aveva paura dell’acqua, della terra, dei fiori, degli alberi. Perché niente di simile era mai accaduto, prima. Le cose erano le stesse – i fiori avevano la solita forma, il solito odore eppure potevano uccidere. Il mondo era il solito e non era più lo stesso”.

Da “Preghiera per Chernobyl”, Svetlana Aleksievič

E’ inevitabile, nel rileggere le parole del premio Nobel Svetlana Aleksievič, sentirle quanto mai attuali e trasfonderle nel nostro presente più prossimo, segnato da una devastazione che non si tocca, non ha volto, non ha odore.
La portata travolgente di questa pandemia ha in sé il potere di totalizzare il nostro “sentire”.
E così tendiamo a ricondurre ogni nostro gesto, sensazione, pensiero e progetto alla necessità di sopravvivere oggi per rinascere domani dalle ceneri lasciate dal virus.
In effetti la battaglia è ardua, ci ha colti del tutto impreparati e ci ha imposto di erigere una soglia di allerta che ci ha costretti a rivisitare ogni nostro processo vitale – corporeo e mentale – al punto che ciò per cui eravamo in serio allarme un anno fa sembra oggi meno urgente o preoccupante.
Purtroppo non è così. Purtroppo dobbiamo sforzarci di combattere su più fronti poiché i pericoli e le minacce di catastrofe non si mettono in pausa.
E tra i mille temi che non consentono dilazioni, proprio il pericolo delle scorie nucleari ci spinge con prepotenza a fare qualcosa.

Rifiuti nucleari: che cosa ne faremo?

Premesso che il metodo utilizzato per la individuazione delle aree nelle quali ricoverare le scorie nucleari è molto discutibile, e, a ragione, viene assoggettato a critiche – condivisibile quella del Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, ma anche quelle dei molti amministratori locali e delle popolazioni -, dobbiamo tenere presente che i  rifiuti ci sono comunque e non svaniscono soltanto perché non sono graditi e rappresentano un pericolo. Dunque, il problema non può essere eluso e, a questo punto, neppure rinviato.
La questione, piuttosto, è se i rifiuti pericolosi, quelli radioattivi in particolare, possano essere smaltiti in sicurezza e nel rispetto dell’ambiente in cui sono collocati. La prima esigenza è proteggere la popolazione e distribuire equamente sul territorio e non concentrare tutto in alcune aree. Ma non dobbiamo farne una questione di campanilismo: la salute e l’ambiente riguardano tutti. Anzi: l’ambiente incide sulla salute di ciascuno di noi. Altrettanto ineludibile è la questione dei costi: quelli economici, che devono essere sopportati da tutti, e quelli sociali, che incidono più direttamente sulle comunità interessate.
Ovviamente occorre riconoscere a queste ultime compensazioni ambientali non solo economiche. Ma, se mi è permesso, tutto questo è realizzabile e, se fatto nel rispetto della legge, può rappresentare una occasione irripetibile per recuperare risorse e territori, da restituirsi alla loro naturale destinazione.
L’alternativa è favorire le organizzazioni criminali, che ogni anno (secondo Legambiente) occultano clandestinamente circa 4 milioni di tonnellate di rifiuti, in gran parte molto pericolosi,  o non fare nulla, il che è peggio ancora perché, come ho detto, i rifiuti esistono già e non possono non essere smaltiti.
Quanto ai rischi, che devono comunque essere scongiurati, occorre essere realisti.
Le centrali nucleari francesi, alcune delle quali (Bugey, St-Alban, Cruas, Tricastin) più vicine a noi che a Parigi, sono molto più pericolose: le radiazioni non si curano dei confini politici tra regioni o  tra le nazioni. Il problema, dunque, è di tutti, che ci piaccia o no.
Insomma, il primo passo verso una nuova coscienza ambientale è la guarigione dalla sindrome Nimby, seguita dalla constatazione che esiste un solo giardino e che le sue condizioni riguardano ciascuno di noi.

Dott. Gustavo Cioppa

(Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Fonte: http://www.ilticino.it/2021/02/20/la-difesa-dellambiente-e-la-minaccia-dei-rifiuti-nucleari/

Il positivo nel negativo

La riflessione di Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

“L’unica cosa che ci appartiene

è il tempo.”

Seneca

Ma cosa è il negativo di cui parliamo ora? Questa chiusura forzata?  Spesso, come per lo ying e lo yang, dentro un positivo vi è un negativo e viceversa. E’ reale che questo cambiamento, soprattutto nei rapporti con il prossimo, nella socializzazione, non solo come svago, ma anche lavorativamente o famigliarmente, ci ha donato uno scossone, riportandoci ad una dimensione sconosciuta ad oggi; ma quale grande opportunità per scrutare.L’attuale situazione ci offre su un piatto d’argento il bene  più prezioso: “il tempo”, il tempo per pensare, a noi, a chi siamo, a chi vorremmo essere realmente, al di là degli stereotipi e dei condizionamenti della fretta. Svegliarsi la mattina, avere il tempo di guardare dalla finestra osservando dettagli con la nostra tazza di caffè prima di cominciare il nostro smart working, il vivere la propria famiglia in maniera completamente diversa, guardare i propri figli, notare novità all’interno delle nostre mura che non sono nuove, ma che non abbiamo mai avuto tempo di osservare. Questo periodo è un dono, temporaneo, che va vissuto con la massima consapevolezza, racchiude in sé momenti, se sapremo guardarci nell’intimo, che probabilmente rimpiangeremo quando ritorneremo a correre “senza tempo”.
Pensare a sé, alle nostre vere aspirazioni che magari si riveleranno non quelle materiali, ma di poter godere dei piaceri semplici, di sguardi e parole in famiglia, di natura, di silenzi ed armonia. Questo è il vantaggio del presente, quello che ci mostra un bicchiere non mezzo vuoto, ma al contrario mezzo pieno.
Spersi, nell’affannoso tentativo di difenderci da questo maledetto imprevisto; agitati, annaspando per trovare il minor male e ridurre il disastro che ormai è palese anche a chi nega; spiazzati dalla tristezza che il cambiamento impone alla vita di tutti; arrabbiati, impotenti, depressi, immobili, inquieti…
Tante e diverse le emozioni che ci possiedono…
Forse solo pochi, coraggiosi, umili, ma liberi pensatori, sapranno scegliere di fermarsi e soffermarsi ora, cogliendo una delle poche e rare occasioni che la vita ci ha dato.
Solo pochi coraggiosi, insomma, sapranno cogliere questa irripetibile opportunità e rendersi conto che, per la prima volta nella vita, si trovano ad essere non più schiavi, ma padroni del tempo: una inversione dei rapporti di forza, che ridefinisce posizioni mai mutate e restituisce valore anche alle piccole cose, troppo spesso trascurate. Solo pochi vorranno dare un valore a questa sfida e farne tesoro, per crescere.
Fermiamoci a riflettere. Guardiamo con occhi nuovi, allora forse non vedremo il deserto che sono diventate le città del Bel Paese. Quegli spazi vuoti sono abitati dall’aria, che forse adesso è più pulita, dalla natura che persiste ostinata, nonostante il virus, dai monumenti artistici che testimoniano l’avvicendarsi delle epoche. Colui che ha il privilegio di abitarle non se ne dimentichi, anche se, adesso, gli pare che non vi sia più differenza tra città e campagna. Le belle piazze d’Italia sono ancora più belle, senza la frenesia delle folle che le percorrevano in tutte le angolazioni come in un game movie; sagome affaccendate, volti talvolta truci, sempre distratti. Le belle piazze italiane ed europee appaiono forse, grazie al virus, come le avevano concepite gli antichi artefici, che inseguivano la Bellezza per farne dono all’umanità.
C’è più tempo? Desidero pensare così, che vi sia più tempo, anche se molti obietteranno. Mi piace immaginare che possa esserci più tempo per tutti. Che ci si dimentichi una buona volta della frenesia, la malattia dei paesi occidentali, succubi delle logiche spietate del capitalismo avanzato, i più colpiti ora dalla calamità del Covid. Proviamo a immaginare, come fa Eduardo Galeano,  un mondo in cui si lavori per vivere e non si viva per lavorare (Eduardo Galeano, Diritto al delirio). Fermiamoci ad assaporare l’istante, senza sciuparlo pensando a quello successivo. Ogni attimo è irripetibile. Osserviamo, ascoltiamo, viviamo, amiamo ogni attimo. Ascoltiamo il battito del nostro cuore. Siamo ancora vivi. Cerchiamo di accorgercene. Ma un conto è essere vivi, un altro è sentirsi vivi. Non si tratta solamente di esistere. E se il tempo per permettersi il lusso di pensare è ancora poco, non lasciamo che ce lo sottraggano certe mode, stereotipi, abiti mentali. Può esistere una pianta, giammai un essere umano. Gli esseri umani hanno il diritto di vivere. Ogni persona non dovrebbe solo esistere, sarebbe un’esistenza insipida; ogni persona dovrebbe vivere e sentirsi vivere. E il quid che fa la differenza tra esistenza e Vita ha a che fare col Tempo. Spendiamolo bene il nostro tempo, potremmo rimpiangerlo. E se un giorno troveremo il tempo (o il coraggio) di voltarci a guardare il passato, speriamo di non diventare una statua di sale, come accadde alla moglie di Lot nel racconto biblico. Noi che abbiamo polverizzato le aspirazioni, i sogni, schiavi di qualcosa – forse della frenesia – potremmo stringere fra le mani un pugno di polvere, noi stessi un monumento di povere, così statici, vuoti, morti.
Abitanti dell’opulento (una volta) Occidente abbiamo finalizzato le nostre esistenze al lavoro, credendo di dare alla brama una sfumatura morale, ma la brama rimane quel che è: un vizio (capitale). Guardiamo invece da un’altra prospettiva. Affidiamoci alle parole di Melville e facciamole nostre: “Parlano della dignità del lavoro. Sciocchezze. La verità è che il lavoro è la necessità della condizione terrena di questa povera umanità. La dignità è nel tempo libero.” (Herman Milville)

Dott. Gustavo Cioppa

(Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Fonte: http://www.ilticino.it/2021/02/07/il-positivo-nel-negativo/

Siate custodi della Memoria perenne

La riflessione sulla “Giornata della Memoria” del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

“Non possiamo capirlo; ma possiamo e dobbiamo capire

di dove nasce e stare in guardia. Se comprendere è

impossibile, conoscere è necessario, perché ciò

che è accaduto può ritornare, le coscienze possono

nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le   nostre”.

Primo Levi “Se questo è un uomo”

Come costruire una nuova forza interiore dopo essere stati all’inferno? Come ritrovare la consapevolezza di andare avanti e provare ancora gioia, dopo lo sterminio della propria famiglia, l’abbruttimento, la perdita dei valori? La fiamma usciva dai camini dei crematori, i convogli arrivavano ogni momento, il fumo nero copriva la volta celeste. Il Male era dentro Auschwitz e fuori, oltre il filo spinato, si estendeva fino all’orizzonte, e nemmeno sarebbe bastato alzare gli occhi al cielo per trovare un rifugio parziale. Tutto era oscurato, le coscienze, ogni cosa.


Ricordo le parole di Goti Bauer, sopravvissuta ai campi di sterminio, che durante un’intervista disse di non aver provato odio verso i propri aguzzini ma disprezzo. Per Goti nell’animo dei sopravvissuti si agitavano mille sentimenti, innanzitutto il dispiacere di non aver saputo soccorrere chi aveva bisogno. E Liliana Segre nel momento cruciale, la resa dei conti, all’indomani di quella marcia estenuante per la vita, iniziata al momento della Liberazione di Auschwitz e narrata magistralmente da Primo Levi ne “La Tregua”, quando Liliana si trovò davanti al nazista che gettò la pistola a terra. Avrebbe potuto raccoglierla e sparargli, ma non lo fece. No, lei non avrebbe potuto mai essere come loro, non scelse l’odio, ma la pace. L’odio avvelena la vita, non fa andare avanti di un passo, e si doveva invece marciare su e giù per mezza Europa, stremati dal freddo, dalla fatica, dalla fame, come il giorno prima quando si era ancora nell’inferno del Lager. L’odio avvelena la vita, sempre. Se perdonare è impossibile, disprezzare è lecito. Fanno male e bruciano quelle ferite. Non passano. Continuano a bruciare. Il dovere morale di ogni persona di buona volontà sta nel non dimenticare il mare di dolore dell’universo concentrazionario.


I soldati dell’Armata Rossa quel lontano 27 gennaio nei Lager di Auschwitz avevano impresso nei volti e negli sguardi un senso di pietà misto a vergogna. “La vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista” scrive Primo Levi in quello che è uno dei più importanti libri di tutta la letteratura del Novecento, “I sommersi e i salvati”. Ne “L’évasion”, testo fondamentale di Emmanuel Lévinas, il filosofo francese scrive: “ciò che la vergogna scopre è l’essere che si scopre”. Ma la vergogna, o senso di colpa, da dove viene? Dall’essere stato testimone a un oltraggio o dall’averlo subito. Alla riacquistata libertà dal Lager coincide il senso di colpa o vergogna. Quelle ferite – aver assistito a un oltraggio o averlo subito – non passano. Se la Liberazione di Auschwitz significò una seconda Nascita per i “salvati” “questa Nascita fu / una dura e amara agonia per noi, come / la morte, la nostra morte”. Questi versi di T. S. Eliot, da “Journej of the Magi”, una poesia del 1927, paiono profetizzare ciò che sentirono all’unisono i prigionieri dei Lager al momento in cui l’inferno era finito. Ma alcuni, molti, non ressero e si suicidarono al momento del ritorno alla ‘vita di prima’. “Ma non più a nostro agio qui, coi vecchi / ordinamenti, / tra un popolo straniero aggrappato ai / propri dèi. / Sarei lieto di un’altra morte”. Così si conclude la poesia di T. S. Eliot. Lo sguardo dei poeti è profetico. Di quel “riparo parziale” – il “partial shelter” di Eliot  – non godettero i “salvati”. Essi videro tutto il male di cui è capace l’uomo nella realtà, quel male totale il cui riparo parziale è concesso solo nell’utopia. I “sommersi” ne morirono e non poterono testimoniarlo, i “salvati” ebbero la ‘grazia’ della vita al fine di testimoniarlo. Per coloro che videro tutto quel male – e “il genere umano / non può sopportare troppa realtà.” (T. S. Eliot, Burnt Norton, Quattro quartetti, 1943) – per coloro cui toccò in sorte di sopportare subire patire la troppa realtà di Auschwitz, per i sommersi e i salvati di ogni Lager pesa quella che Primo Levi chiama “la vergogna del mondo”. Per evitarla occorre ricordare e testimoniare perpetuamente. Se non si desse agio alla memoria perenne di accadere, a salvaguardia di Libertà Uguaglianza e Fratellanza, si darebbe spago ai negatori della verità, i negazionisti di ieri e di oggi.

Dott. Gustavo Cioppa

(Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Fonte: http://www.ilticino.it/2021/01/25/siate-custodi-della-memoria-perenne/

Una strada di solidarietà assoluta per uscire dall’isolamento della pandemia

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

L’isolamento cui ci costringe il contagio universale è un quid d’inedito, di straniante, di sconcertante.
L’impatto sulla nostra vita è già evidente.
Un esempio può essere dato dal 60% di divorzi in più rispetto al periodo di riferimento: una enormità! Le famiglie, rinchiuse fra quattro mura, si sgretolano. Il dialogo fra congiunti, fra estranei, fra membri del corpo sociale si affievolisce, si fa incomprensibile, si spegne alfine.
I guasti sociali  sono devastanti. Eppure, poco o punto si riflette in proposito. E sì che dobbiamo e, ancor più, dovremo misurarci con codesto enorme problema.
Un giorno, purtroppo non vicino, il contagio finirà e ci toccherà fare i conti con le devastazioni che avremo di fronte: e non a parole, il cui tempo sarà ampiamente terminato, ma con i fatti: “hic Rodhus, hic salta!”
Lo stesso sistema ospedaliero resterà assai impegnato, questa volta dalla morbilità psichiatrica che avrà colpito molti guariti dal Covid.
È tempo, allora, di riflettere e ciascuno deve farlo in colloqui con se stesso.
Non è vero che l’individualismo   sia morto e che la storia l’abbia ucciso. Ciascuno deve distillare dal proprio intelletto fiducia, forza, “suitas” nel senso di amor proprio ed orgoglio. La sintonia nell’individuo e nella società, “intus et in cute”, è la strada per recuperare i valori primigeni e l’atmosfera pre-Covid. Non facciamoci illusioni: la strada è questa, una strada di solidarietà assoluta, che  ponga al bando gli egoismi e gli  interessi di parte.
Dobbiamo già pensarlo e cominciare ad attuarlo. La strada, giova ripeterlo, è lunga ed occorre seguire la direzione giusta, pur se appaia in salita.
Il senso di marcia opposto  può apparire meno faticoso, ma è quello che, pernicioso ed esiziale, porta alle illusioni perdute.

Dott. Gustavo Cioppa

(Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Fonte: http://www.ilticino.it/2021/01/17/una-strada-di-solidarieta-assoluta-per-uscire-dallisolamento-della-pandemia/

Impariamo a riconoscere il Dio vivente che abita ciascuno di noi

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

“Manca sempre qualcosa, c’è un vuoto

in ogni mio intuire. Ed è volgare,

questo non essere completo, è volgare,

mai fu così volgare come in quest’ansia,

questo “non avere Cristo” (…)”

Pier Paolo Pasolini (“Poesia in forma di rosa”)

Non sono un virologo, ma penso che, su questioni elementari, anche un profano possa dire la sua.
La pandemia, paradossalmente, è il trionfo della vita. Intendo, della vita in sé, non della nostra vita o di quella di qualche altra cosa. Guardiamo il virus non con gli occhi del medico,… diretto a salvare le vite umane, non con lo sguardo del virologo… che è alla ricerca di strumenti per combatterlo, non assaliti dalla paura che crea ansia e offusca la ragione, non disconoscendone la potenzialità lesiva. Guardiamolo con gli occhi di un bambino, con la curiosità di un bambino che di fronte a ciò che non conosce cerca innanzitutto il volto, lo sguardo, la parola dell’adulto per capire ciò che ha di fronte. Una farfalla, una formica, una lucertola, un fiore, l’acqua che scorre, il sole…

È la vita.

Lasciamo ad ognuno il suo compito ed ascoltiamo attraverso le parole dell’uomo il virus che è anch’esso vita. Prendete il virus: è vivo e muta; si evolve; si attrezza probabilmente per resistere ai suoi nemici. Si difende. La vita è una cosa meravigliosa. Quale che sia la sua forma – anche quella, a noi, più invisa; quella che cancelleremmo subito – la vita è energia e non vuole scomparire. Il virus è un nemico mortale, da sconfiggere con ogni mezzo. Ma porta dentro il codice della vita. L’unico che non siamo in grado di capire e di creare. Il problema però non è la vita, ma ciò che la sostanzia: la sua essenza. E se l’energia vitale che pervade un organismo è distruttiva, malevola e si nutre di ciò che indebolisce allora va combattuta con qualsiasi mezzo. Molti potranno pensare che sia la stessa storia del mondo che si perpetua anche in questa ineffabile lotta per la sopravvivenza: il virus contro l’uomo. Ma credo sia più di questo. Credo che siamo di fronte alla guerra del male contro il bene, al conflitto tra un potere perverso ed una umanità fragile ma resiliente. E dopo tutti questi mesi, di molli tentativi caduti nel nulla nella speranza di limitare l’effetto del cambiamento che questo nuovo virus ci ha portato senza avvertirci, senza permesso, senza pietà… è giunto il momento – l’ultimo a mio avviso – di compiere atti forti e drammaticamente impopolari, proprio per salvare coloro che fingono di ignorare o sottovalutano questo demone invisibile.

Ora… non tra un mese. Adesso…

Adesso basta!

Ma ecco, il virus è soprattutto un corpo estraneo. E come tale da estirpare, al più presto. Ma esso ci offre anche una grande opportunità. Quale? Metterci in gioco per continuare a vivere sereni, nella tanto auspicata “Normalità”. Ma cos’era “normale”, prima? Prima dell’era del Coronavirus? Era “normale”, forse, che si corresse alla conquista planetaria da parte di quei poteri che ora, grazie al virus, hanno creato un nuovo ordine mondiale ‘pandemico’? Il virus è riuscito ad arrestare la globalizzazione, a indebolire l’Occidente, che versava in una crisi valoriale, spirituale, culturale dall’inizio del secolo scorso. Non lo era – in crisi – per ciò che concerne l’economia; invece, adesso, anche l’economia, con le sue dinamiche capitalistiche, di mercato, ne è intaccata. Lo scenario inquietante che s’intravede è il rafforzamento di un capitalismo feroce, mai estinto, che di nuovo ha solo l’aggettivo: ‘pandemico’. La sfida delle democrazie, adesso, è innanzitutto quella di distruggere questo corpo estraneo, coronato e letale, e garantire quei diritti imprescindibili su cui si fonda la dignità della persona. Spetta ad ogni cittadino guardarsi dentro, dove non c’è affatto il vuoto.
Ed ora, all’inizio dell’anno nuovo, si vorrebbe lasciare alle spalle quello appena trascorso, tormentato per tutti, per alcuni tragico. Si vorrebbe la tanto agognata quiete interiore, ma ancora grava sul cuore e disturba, come un basso continuo oltraggioso, il domani, un senso di vuoto e d’assurdo: la presenza del virus che ha modificato la vita di tutti. Sulla pagina bianca di un quaderno nuovo si vorrebbe scrivere una storia diversa, che non conosca angoscia, ansia, inquietudine. Dopotutto, dovrà pure finire la notte, facendo largo al giorno nascente? Ma è ancora notte quando ritorna l’usignolo, per scomparire alle prime luci dell’alba. Affiniamo l’udito per udirne il pianto. Guardiamoci dentro: Dio non è morto; la tanto agognata quiete interiore ci sarà, a patto di saper riconoscere il Dio vivente che abita ciascuno, credente e non credente, ateo, ed ogni creatura, sì, anche gli animali, poiché come scrive Massimo Cacciari: “Lo Jesus patibilis segna il volto di ogni creatura”.

Dott. Gustavo Cioppa

(Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Fonte: http://www.ilticino.it/2021/01/06/impariamo-a-riconoscere-il-dio-vivente-che-abita-ciascuno-di-noi/

La paura e l’usignolo

 L’intelligenza è inversamente

proporzionale a tutto ciò che è

mondano e mediatico, i quali

abbondano, per contro, in stupidità,

se non in banalità e volgarità, oltre che

in spudoratezza.

Umberto Eco

Quel processo di accumulazione del sapere che

chiamiamo cultura ci difende parzialmente dalla

nostra insicurezza e vorrebbe mettere a tacere la

nostra paura. Ma comprendere significa liberarsi

dalla paura. C’è intelligenza solo se non c’è paura

e non c’è paura solo se c’è amore.

Giuseppe Pontiggia (La ricerca della felicità)

C’è una sottile e nascosta, ma tangibile, alleanza tra dittature e tecnologia. Senza la tecnologia nelle comunicazioni e nei trasporti non sarebbero stati possibili il nazismo e lo stalinismo nel secolo scorso. Ed ora mi chiedo, non senza un certo sgomento, quale dittatura, di fatto palese negli effetti – limitazione o sospensione della libertà, aumento del fenomeno della delazione – sia in atto. E i cittadini se ne accorgono? O dietro al massiccio bombardamento mediatico prevale un subdolo messaggio subliminale spacciato per speranza a buon mercato? E, soprattutto, che fine ha fatto il senso critico, fiore all’occhiello di ogni intelletto sano? Anche i cittadini vissuti nell’era dei fascismi, che soffocarono l’Europa dagli anni Venti del XX secolo fino alla fine della seconda guerra mondiale, a lungo furono ignari, alcuni negarono, anche se coinvolti direttamente, negarono cioè l’evidenza o, forse, soffrirono d’amnesia, indotta dai soliti poteri più o meno occulti. Ma per una questione di adattamento alla ferocia della vita non si deve dopotutto rimuovere? Talvolta per sopravvivere è necessario dimenticare. In situazioni estreme, se si vive un trauma, forse, non si può fare altro. Non puoi fare altro che sperare nel soccorso dell’oblio, sempre così consolante, una specie di balsamo, tutt’altro che nocivo. Vivere nella paura, oggi come ieri.

L’ondata di violenza

In questa nuova fase di semi lockdown ciò che salta all’occhio è l’ondata di violenza. La violenza e la paura hanno una stessa matrice: la perdita del lume della ragione. “L’importanza del lascito dell’Illuminismo…” dice una voce solitaria. Pochi, in verità, l’ascoltano. Il lascito degli illuministi, già, e gli ideali, che sostanziano quella forza primigenia da cui sgorgano emozioni, sentimenti, amori, sogni; forza primigenia che vive in ogni mito. Come ha delineato con limpidità stellare Paul Valéry in quella Piccola lettera sui miti, “Mito è il nome di tutto quel che esiste e sussiste avendo solo la parola per causa.” E sempre Valéry ci mette in guardia dicendo che “quel che muore per eccesso di precisione è un mito”. Ora si assiste alla degradazione del mito, il quale può vivere ancora, certo, ma in forme degradate, appunto. Una leggenda muore quando vengono meno gli ideali che l’avevano generata. Nel mondo attuale, essendo estinti gli ideali, di che leggende è lecito ancora parlare? Quelle pop, le cosiddette leggende metropolitane. Ma se il soffio d’eternità, che ammanta ogni leggenda sostanziandola, è fugace, si deduce che la loro vita è breve come quella di un effimero, soggetta ai diktat della Moda, ancella del Mercato.

L’ideologia del consumismo

Da uno scenario sinistro in cui si levano bagliori d’oscurità, minacciosi e apocalittici, appare sempre più evidente ciò che quel genio di Flaubert, spesso semplicisticamente tacciato con l’epiteto d’idiota, aveva mostrato non solo ai posteri, bensì ai contemporanei: l’unica epopea dei tempi moderni è quella dell’idiozia, incarnata da due strampalati eroi: Bouvard et Pécuchet. Ma, ahimè, come ben ha messo in luce Giuseppe Pontiggia in quel libro che è molto più che una semplice raccolta di saggi, L’isola volante, Bouvard et Pècuchet non è altro che “una satira grandiosa dei tempi moderni. Così se Flaubert poteva dire di Madame Bovary che c’est moi, noi possiamo dire di Bouvard e Pécuchet c’est nous.”  Come riesumare valori e ideali oggi? Se un senso di nobiltà è insito in ciò che comunemente s’intende per valore e ideale, lo stesso non può dirsi per ciò che s’intende per ideologia. Si è parlato della morte dell’ideologia, ma a torto. L’ideologia non è affatto tramontata, essa è oggi, in Occidente, il consumismo che ha portato al mito dell’informatizzazione capillare, invasiva, dittatoriale. Ogni lembo del pianeta ne è permeato, adesso, esattamente come del virus coronato, e di paura. “Il mito muore per eccesso di precisione”, ma ci sarà pure un varco nella rete da cui sgattaiolare? Una via di fuga dalla tirannia che ci vorrebbe tutti omologati, fosse pure dalla paura, non empatici, non sentimentali, altrimenti si rischierebbe di essere scambiati per cinici. Degli uomini con un computer al posto della testa, due cellulari al posto delle mani e il logo al posto del cuore. Degli uomini con una cavità rettangolare o quadrata, somigliante a un computer, al posto della testa.

Il mito resisterà

Questa figura surreale ho visto una sera in una galleria d’arte della mia città. Ecco la personificazione di Homo videns!… ho pensato: uno strano essere, purtroppo a noi così affine, e già da un po’. Solo che, prima, nell’era ante covid, delle sacche di dissidenza resistevano. Adesso, invece, in questa situazione eccezionale, causa di forza maggiore o pandemia, il videoterminale sei costretto a usarlo, fa parte di te, come il guscio la lumaca. E ci lavori, ti svaghi, ti connetti al mondo intero. Ma “il mito muore per eccesso di precisione”. Se muore, ne nasce un altro, dirà qualcuno. Invece no, sentenzia perentoria una voce, se muore non è un mito. Un falso mito, ecco cos’è. Solo all’eccesso di precisione è consentito il potere micidiale di uccidere il mito. Ma se si spaccia per mito ciò che non lo è significa che è in atto, ormai da molto tempo, una mistificazione planetaria. Certi miti, però, non muoiono mai, prendiamo i miti greci. Finché ci sarà un uomo sulla faccia della Terra il mito resisterà. Il mito è coriaceo, come la  corazza dell’aragosta. Anche se talvolta, pure questo crostaceo necessita di rifarsela, la corazza. Il mito resiste, certo, ad esserne degradata è la forma. Nell’attuale società sarà un mito pop. E se tanti miti si sono estinti, beh, semplice, vuol dire che non lo erano. La paura pietrifica e paralizza, togliendo linfa vitale, morale, condizione essenziale di ogni uomo per Sartre. La paura paralizza la scelta, sia essa del bene o del male, essendo gli uomini “esistenze condannate alla libertà.” La paura istupidisce. Nell’antica Grecia gli ignavi o accidiosi, ossia coloro che si disinteressavano al bene comune, erano considerati alla stregua degli idioti, incapaci appunto d’intendere e di volere. Ed ora, nell’era del coronavirus, la paura che ci tiene in pugno accelera la caduta dell’uomo in quella malattia morale, e mortale: l’accidia o ignavia. Nella società di massa, questo male è ancora più pericoloso, poiché porta a comportamenti amorali e dunque ad adeguarsi acriticamente a situazioni di fatto insostenibili per chi abbia come meta il bene comune e la sua salvaguardia, ossia la democrazia e i diritti di una società civile. Cosa hanno fatto i demagoghi di ogni epoca se non cercare il consenso di una massa indifferente, sorda alla voce della coscienza – se non priva di coscienza – dunque amorale, interessata solo alla tutela del proprio ‘orticello’, dei propri personali interessi, tanto gretti quanto alieni dal bene comune? Poteri di privilegio – e sempre il privilegio occulta il diritto – ossia ‘grandi poteri’ che non si fanno assolutamente scrupolo di usare la violenza, la sopraffazione, la guerra. Quante possibilità di riscatto, invece, se si oserà sognare. Il bambino, l’innamorato, il poeta sognano. Se tutti provassero a sognare si attiverebbe quel potere illimitato, che sfida la legge di necessità e dona un fuoco vivo anche nei deserti artici: l’immaginazione. Provate, proviamo a pensare accanto ai diritti dei Paesi democratici, come ci esorta a fare quel grande scrittore dell’America latina, Eduardo Galeano, il Diritto al delirio. “Che direste se cominciassimo a praticare il mai proclamato diritto di sognare? (…) Il mondo non sarà più in guerra contro i poveri, ma contro la povertà.” La paura genera sfiducia, demoralizza, paralizza la forza vitale da cui si originano sentimenti e sogni, e ci si sente intrappolati come mosche sulla carta moschicida. La paura non ti fa uscire, ti chiude nel tuo guscio dove vegeti come sotto una campana di vetro. La paura paralizza la volontà e istupidisce, e non si è più capaci d’intendere, di volere e di volare. La paura uccide l’empatia, la condivisione dei sentimenti, chiude all’ascolto, per cui la comunicazione – primo elementare diritto e bisogno umano – risulta interrotta, mancata, sbagliata, condizionata. Beato chi ha orecchi per discernere il canto dell’usignolo coperto dal ronzare adirato delle auto o dal grido dell’antifurto. Forse non è  tutto perduto. Forse non… Forse un bambino ha udito quel suono, presagio di Bene.

Dott. Gustavo Cioppa

(già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Servono anche gli ammortizzatori culturali (oltre a quelli sociali) per affrontare l’attuale emergenza

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Mentre il morbo infuria e già vediamo affacciarsi paure ancestrali, che si allontanano dalla ragione, cresce la moltitudine di voci, ciascuna delle quali ha la sua ricetta per la soluzione. E si avverte, confesso, una certa ritrosìa a tornare su temi ed argomenti, dei quali già si è detto. Nondimeno, grandi essendo la confusione sotto il cielo e la mole di notizie che quotidianamente dobbiamo metabolizzare, può valere la pena soffermarsi a riflettere ancora. L’emergenza sanitaria in atto è di portata tale da aver travolto l’intero tessuto connettivo e sociale del nostro Paese: il lavoro.

Le limitazioni alla circolazione, l’obbligo di chiusura di numerosi esercizi, la necessità di alcune attività di riorganizzarsi in tempistiche improbabili con strumenti di lavoro agile e il cambio repentino dello stile di vita dei lavoratori e dei datori di lavoro, dei liberi professionisti e di tutte le classi di lavoratori presenti nel nostro Paese: tutto questo sta rendendo tragicamente difficile (se non impossibile) lavorare e garantire il lavoro e, conseguentemente, gli equilibri del sistema socio-economico. L’Italia, che assume come “fondamento” il lavoro, come principio costituzionale ancorandolo alla dignità dell’individuo, si trova oggi a dover subire un gravissimo contraccolpo proprio al motore dell’economia.

Per far fronte all’emergenza occupazionale e reddituale che ha investito il nostro sistema economico e produttivo sono state messe in campo ingenti risorse economiche. E oggi più che mai gli ammortizzatori sociali stanno giocando un ruolo fondamentale a protezione del sistema Paese, sia pur con ritardi ed inefficienze (in parte strutturali, in parte legate alla imprevedibilità e potenza devastante della pandemia).Tuttavia, lo stato di emergenza in cui ci troviamo impone di agire in più direzioni; non ci si può limitare a ritirare l’esercito e a consumare le scorte in attesa che l’emergenza passi. Questa anzi è l’occasione per ricostruire o per ripartire, per riorganizzarsi e per investire, creando prospettive ed opportunità che rafforzino la fiducia ed infondano il desiderio di far parte del progetto Paese. Accanto agli ammortizzatori sociali devono oggi essere messi in campo tutti gli ammortizzatori culturali di cui siamo capaci, non dimenticando che la mente è il vero potente ammortizzatore umano. C’è bisogno e sete di “cultura”, intesa come conoscenza emotiva e concreta.

Alla cultura è legato il nostro stato emotivo, il linguaggio universale, quello che non conosce alcuna lingua parlata perché comunica con i sensi, con gli occhi per le arti pittoriche e plastiche, con la parola nel teatro, con il suono nei concerti, con le mani, i piedi e il corpo nella danza. Tutti elementi molto importanti per il nostro equilibrio sensoriale culturale, che, se appreso in tempo, ha un potere confermato dalla storia dell’uomo stesso, ossia quello di aiutarci interiormente a ritrovare il nostro centro. L’ammortizzatore culturale purtroppo oggi non è considerato abbastanza, ma ritengo possa essere un’importante ancora di salvezza in momenti di crisi come questo; momenti in cui l’animo motore dell’uomo viene purtroppo schiacciato e umiliato, dimenticando la “Grande Bellezza” dell’Universo.

Prodighiamoci a guardare con l’aiuto della cultura questo momento drammatico per tutti noi, affinché possa rivelarsi catartico per noi e per la nostra Comunità. Il Segreto consiste nell’approcciarsi alla vita con maggiore voglia di conoscenza e sete di sapere, una conoscenza sinergica per il sistema Paese e volta al servizio dello Stato, apparato che oggi, più che mai, è chiamato ad essere Stato comunità e dunque Stato sociale, volto a garantire che l’individuo singolo o inserito nelle formazioni sociali possa progredire come essere umano, soprattutto attraverso il lavoro.

È, alfine, non marginale una riflessione sulla cultura. S’è detto che lo spessore culturale di una società è il più formidabile supporto in situazioni di terribile emergenza globale. E va aggiunto che la cultura, nel senso classico, non si forma certo dall’oggi al domani. Epperò, allorchè si parla di ammortizzatori culturali ci si riferisce al saper vivere quotidiano, un saper vivere collegato all’emergenza. E, dunque, proprio in questo consiste il concetto di ammortizzatore culturale: la capacità di modificare, di volta in volta, i parametri di riferimento, conformandoli all’hic et nunc. Ecco, in conclusione, l’ammortizzatore culturale del quotidiano.

Dott. Gustavo Cioppa

già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: https://www.facebook.com/Il-Ticino-134317190001473

Torniamo a vivere con il cuore

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia.

Mettiamo una mano sul cuore…ascoltiamone il battito, il movimento in silenzio…,questa straordinaria macchina che ci accompagna formandosi dal momento del nostro concepimento fino all’ultimo soffio di Vita. È da sempre considerato dalla storia, dalla filosofia, dall’arte, il fulcro dell’uomo e non solo per la sua Magia e straordinaria capacità di dare vita, ma simbolicamente racchiudendo l’essenza del sentimento e dell’Anima. In alcune civiltà tradizionali è focalizzato come intelligenza ed intuizione e di conseguenza considerato come centro della personalità; non l’intelletto dunque, bensì l’affettività sarebbe la sede delle facoltà umane.
Pascal diceva che i grandi pensieri vengono dal cuore, affermando che la conoscenza non include questo valore affettivo.
Gli antichi egizi parlavano di “intelligenza del cuore” per descrivere quest’altro aspetto dell’uomo che ci permette di penetrare al di là dei limiti intellettuali ed avvicinarlo all’”Uomo Divino” cioè al risveglio di questo principio che esiste in ognuno di noi.
Nel loro rito funebre descritto al capitolo 125 del Libro dei Morti, si parla della pesatura del cuore, il quale veniva posto sul piatto di una bilancia, sull’altro veniva posta una piuma, simbolo di giustizia ed equilibrio. La pesatura era verificata dal Dio Thot in qualità di cancelliere mentre il defunto effettuava la confessione in “negativo”.
Ora ai nostri tempi si parla raramente di “cuore”, gesti, azioni, sentimenti, espressioni che provengano dallo stato puro, quello non contaminato, non condizionato.
Vivere con il cuore rappresenta vivere nell’equilibrio della Giustizia, nella pace, vivere in un territorio armonioso dove la nostra vita acquista un benessere interiore che allontana le paure, la disarmonia, causa purtroppo quest’ultima delle malattie con le quali  conviviamo nei giorni nostri.
Questo mondo è il risultato dell’allontanamento “del cuore” dalla nostra vita. Il materialismo, la tecnologia, l’ego oscurano la luce che a sua volta è Vita, oscurandone “il cuore” fondamentale fulcro emozionale e vitale senza il quale noi non saremmo neanche qui. È troppo tardi per prendere coscienza reale di ciò che stiamo diventando? Automi senza cuore, ma per fortuna con ancora una coscienza (racchiusa nel cuore) alla quale affidarci per salvarci.


Dott. Gustavo Cioppa
(Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Fonte: https://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=27824

Pier Paolo Pasolini, l’ultimo Poeta. Ma il suo pensiero non morirà mai

45 anni fa, ad Ostia, il suo omicidio. Lo ricorda il Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia 

Nella notte della festa dei Morti, tra l’uno e il due novembre del 1975, Pier Paolo Pasolini muore brutalmente assassinato all’Idroscalo di Ostia. Muti testimoni della strage del Poeta sono certo i Morti, attoniti dinanzi a tanta efferata crudeltà insensata. Dal cielo nero, i Morti paiono dolenti angeli impotenti. Ma uomini così, come Pier Paolo Pasolini, non muoiono mai. Hanno ucciso, massacrato, trucidato l’ultimo Poeta, ma il pensiero, l’opera, le parole di Pier Paolo Pasolini non moriranno mai. Hanno ucciso l’intellettuale, l’artista, il cineasta, un grande comunicatore, il Poeta. E di poeti ce ne sono pochi, “ne nascono soltanto tre o quattro in un secolo”. Così lo ricordava con voce rotta dal dolore e dall’emozione l’amico Alberto Moravia nell’orazione funebre. L’hanno colpito alle spalle. Moravia non può fare a meno di vedere nella mente, ed è un’ossessione, l’orrore di quella notte: la paura di un uomo solo contro tanti uomini senza volto, un uomo solo inseguito, braccato dal branco. Hanno assassinato un uomo inerme, sensibile e autentico, dalla sincerità disarmante, dalla voce dolcissima, che non avrebbe mai fatto del male a una mosca, un uomo che, prima di patire per sé una morte per cui non ci sono parole, avrà sofferto pensando a sua madre, la quale il grande cineasta aveva voluta nel ruolo della Madonna in quel memorabile film che è “Il Vangelo secondo Matteo”. Fino alla fine Pasolini avrà pensato a sua madre, che lui amava più della propria vita, al dolore disumano inflittole. Per qualsiasi società civile il poeta è sacro. Per questo ribadisce Moravia si tratta di “Una perdita irreparabile”. E si sofferma sull’uomo Pasolini: “un uomo profondamente buono, mite, gentile (…) che aveva il coraggio di dire la verità. Uno buono come Pasolini sarà difficile trovarlo. Uno disinteressato, dall’assoluta mancanza di calcoli”.
Un uomo divorato da “un’infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima.” (Pier Paolo Pasolini, “Supplica a mia madre”), un uomo che aveva in odio la violenza. Un artista che sapeva comunicare ed esprimere, e aveva a cuore i problemi sociali del Paese, inventore di miti e di una nuova poesia civile. Pier Paolo Pasolini è e sempre sarà tutto questo. Un regista che ha dato la parola a chi non ha parola, gli umili, il popolo delle borgate. Non attori professionisti, dunque, ma uomini e donne della strada, del popolo, i personaggi dei suoi film. Il cinema di Pasolini è espressione di un realismo che ha il proprio naturale antecedente in un altro grande artista realista, Caravaggio, che Pasolini studiò sotto la guida di Longhi all’Università di Bologna.
Questo il messaggio, l’eredità di Pier Paolo Pasolini: “Il problema è avere gli occhi e non sapere vedere, non guardare le cose che accadono…
Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accadrà più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio”.

Dott. Gustavo Cioppa

già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: http://www.ilticino.it/2020/11/02/pier-paolo-pasolini-lultimo-poeta-ma-il-suo-pensiero-non-morira-mai/