La paura e l’usignolo

 L’intelligenza è inversamente

proporzionale a tutto ciò che è

mondano e mediatico, i quali

abbondano, per contro, in stupidità,

se non in banalità e volgarità, oltre che

in spudoratezza.

Umberto Eco

Quel processo di accumulazione del sapere che

chiamiamo cultura ci difende parzialmente dalla

nostra insicurezza e vorrebbe mettere a tacere la

nostra paura. Ma comprendere significa liberarsi

dalla paura. C’è intelligenza solo se non c’è paura

e non c’è paura solo se c’è amore.

Giuseppe Pontiggia (La ricerca della felicità)

C’è una sottile e nascosta, ma tangibile, alleanza tra dittature e tecnologia. Senza la tecnologia nelle comunicazioni e nei trasporti non sarebbero stati possibili il nazismo e lo stalinismo nel secolo scorso. Ed ora mi chiedo, non senza un certo sgomento, quale dittatura, di fatto palese negli effetti – limitazione o sospensione della libertà, aumento del fenomeno della delazione – sia in atto. E i cittadini se ne accorgono? O dietro al massiccio bombardamento mediatico prevale un subdolo messaggio subliminale spacciato per speranza a buon mercato? E, soprattutto, che fine ha fatto il senso critico, fiore all’occhiello di ogni intelletto sano? Anche i cittadini vissuti nell’era dei fascismi, che soffocarono l’Europa dagli anni Venti del XX secolo fino alla fine della seconda guerra mondiale, a lungo furono ignari, alcuni negarono, anche se coinvolti direttamente, negarono cioè l’evidenza o, forse, soffrirono d’amnesia, indotta dai soliti poteri più o meno occulti. Ma per una questione di adattamento alla ferocia della vita non si deve dopotutto rimuovere? Talvolta per sopravvivere è necessario dimenticare. In situazioni estreme, se si vive un trauma, forse, non si può fare altro. Non puoi fare altro che sperare nel soccorso dell’oblio, sempre così consolante, una specie di balsamo, tutt’altro che nocivo. Vivere nella paura, oggi come ieri.

L’ondata di violenza

In questa nuova fase di semi lockdown ciò che salta all’occhio è l’ondata di violenza. La violenza e la paura hanno una stessa matrice: la perdita del lume della ragione. “L’importanza del lascito dell’Illuminismo…” dice una voce solitaria. Pochi, in verità, l’ascoltano. Il lascito degli illuministi, già, e gli ideali, che sostanziano quella forza primigenia da cui sgorgano emozioni, sentimenti, amori, sogni; forza primigenia che vive in ogni mito. Come ha delineato con limpidità stellare Paul Valéry in quella Piccola lettera sui miti, “Mito è il nome di tutto quel che esiste e sussiste avendo solo la parola per causa.” E sempre Valéry ci mette in guardia dicendo che “quel che muore per eccesso di precisione è un mito”. Ora si assiste alla degradazione del mito, il quale può vivere ancora, certo, ma in forme degradate, appunto. Una leggenda muore quando vengono meno gli ideali che l’avevano generata. Nel mondo attuale, essendo estinti gli ideali, di che leggende è lecito ancora parlare? Quelle pop, le cosiddette leggende metropolitane. Ma se il soffio d’eternità, che ammanta ogni leggenda sostanziandola, è fugace, si deduce che la loro vita è breve come quella di un effimero, soggetta ai diktat della Moda, ancella del Mercato.

L’ideologia del consumismo

Da uno scenario sinistro in cui si levano bagliori d’oscurità, minacciosi e apocalittici, appare sempre più evidente ciò che quel genio di Flaubert, spesso semplicisticamente tacciato con l’epiteto d’idiota, aveva mostrato non solo ai posteri, bensì ai contemporanei: l’unica epopea dei tempi moderni è quella dell’idiozia, incarnata da due strampalati eroi: Bouvard et Pécuchet. Ma, ahimè, come ben ha messo in luce Giuseppe Pontiggia in quel libro che è molto più che una semplice raccolta di saggi, L’isola volante, Bouvard et Pècuchet non è altro che “una satira grandiosa dei tempi moderni. Così se Flaubert poteva dire di Madame Bovary che c’est moi, noi possiamo dire di Bouvard e Pécuchet c’est nous.”  Come riesumare valori e ideali oggi? Se un senso di nobiltà è insito in ciò che comunemente s’intende per valore e ideale, lo stesso non può dirsi per ciò che s’intende per ideologia. Si è parlato della morte dell’ideologia, ma a torto. L’ideologia non è affatto tramontata, essa è oggi, in Occidente, il consumismo che ha portato al mito dell’informatizzazione capillare, invasiva, dittatoriale. Ogni lembo del pianeta ne è permeato, adesso, esattamente come del virus coronato, e di paura. “Il mito muore per eccesso di precisione”, ma ci sarà pure un varco nella rete da cui sgattaiolare? Una via di fuga dalla tirannia che ci vorrebbe tutti omologati, fosse pure dalla paura, non empatici, non sentimentali, altrimenti si rischierebbe di essere scambiati per cinici. Degli uomini con un computer al posto della testa, due cellulari al posto delle mani e il logo al posto del cuore. Degli uomini con una cavità rettangolare o quadrata, somigliante a un computer, al posto della testa.

Il mito resisterà

Questa figura surreale ho visto una sera in una galleria d’arte della mia città. Ecco la personificazione di Homo videns!… ho pensato: uno strano essere, purtroppo a noi così affine, e già da un po’. Solo che, prima, nell’era ante covid, delle sacche di dissidenza resistevano. Adesso, invece, in questa situazione eccezionale, causa di forza maggiore o pandemia, il videoterminale sei costretto a usarlo, fa parte di te, come il guscio la lumaca. E ci lavori, ti svaghi, ti connetti al mondo intero. Ma “il mito muore per eccesso di precisione”. Se muore, ne nasce un altro, dirà qualcuno. Invece no, sentenzia perentoria una voce, se muore non è un mito. Un falso mito, ecco cos’è. Solo all’eccesso di precisione è consentito il potere micidiale di uccidere il mito. Ma se si spaccia per mito ciò che non lo è significa che è in atto, ormai da molto tempo, una mistificazione planetaria. Certi miti, però, non muoiono mai, prendiamo i miti greci. Finché ci sarà un uomo sulla faccia della Terra il mito resisterà. Il mito è coriaceo, come la  corazza dell’aragosta. Anche se talvolta, pure questo crostaceo necessita di rifarsela, la corazza. Il mito resiste, certo, ad esserne degradata è la forma. Nell’attuale società sarà un mito pop. E se tanti miti si sono estinti, beh, semplice, vuol dire che non lo erano. La paura pietrifica e paralizza, togliendo linfa vitale, morale, condizione essenziale di ogni uomo per Sartre. La paura paralizza la scelta, sia essa del bene o del male, essendo gli uomini “esistenze condannate alla libertà.” La paura istupidisce. Nell’antica Grecia gli ignavi o accidiosi, ossia coloro che si disinteressavano al bene comune, erano considerati alla stregua degli idioti, incapaci appunto d’intendere e di volere. Ed ora, nell’era del coronavirus, la paura che ci tiene in pugno accelera la caduta dell’uomo in quella malattia morale, e mortale: l’accidia o ignavia. Nella società di massa, questo male è ancora più pericoloso, poiché porta a comportamenti amorali e dunque ad adeguarsi acriticamente a situazioni di fatto insostenibili per chi abbia come meta il bene comune e la sua salvaguardia, ossia la democrazia e i diritti di una società civile. Cosa hanno fatto i demagoghi di ogni epoca se non cercare il consenso di una massa indifferente, sorda alla voce della coscienza – se non priva di coscienza – dunque amorale, interessata solo alla tutela del proprio ‘orticello’, dei propri personali interessi, tanto gretti quanto alieni dal bene comune? Poteri di privilegio – e sempre il privilegio occulta il diritto – ossia ‘grandi poteri’ che non si fanno assolutamente scrupolo di usare la violenza, la sopraffazione, la guerra. Quante possibilità di riscatto, invece, se si oserà sognare. Il bambino, l’innamorato, il poeta sognano. Se tutti provassero a sognare si attiverebbe quel potere illimitato, che sfida la legge di necessità e dona un fuoco vivo anche nei deserti artici: l’immaginazione. Provate, proviamo a pensare accanto ai diritti dei Paesi democratici, come ci esorta a fare quel grande scrittore dell’America latina, Eduardo Galeano, il Diritto al delirio. “Che direste se cominciassimo a praticare il mai proclamato diritto di sognare? (…) Il mondo non sarà più in guerra contro i poveri, ma contro la povertà.” La paura genera sfiducia, demoralizza, paralizza la forza vitale da cui si originano sentimenti e sogni, e ci si sente intrappolati come mosche sulla carta moschicida. La paura non ti fa uscire, ti chiude nel tuo guscio dove vegeti come sotto una campana di vetro. La paura paralizza la volontà e istupidisce, e non si è più capaci d’intendere, di volere e di volare. La paura uccide l’empatia, la condivisione dei sentimenti, chiude all’ascolto, per cui la comunicazione – primo elementare diritto e bisogno umano – risulta interrotta, mancata, sbagliata, condizionata. Beato chi ha orecchi per discernere il canto dell’usignolo coperto dal ronzare adirato delle auto o dal grido dell’antifurto. Forse non è  tutto perduto. Forse non… Forse un bambino ha udito quel suono, presagio di Bene.

Dott. Gustavo Cioppa

(già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Servono anche gli ammortizzatori culturali (oltre a quelli sociali) per affrontare l’attuale emergenza

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Mentre il morbo infuria e già vediamo affacciarsi paure ancestrali, che si allontanano dalla ragione, cresce la moltitudine di voci, ciascuna delle quali ha la sua ricetta per la soluzione. E si avverte, confesso, una certa ritrosìa a tornare su temi ed argomenti, dei quali già si è detto. Nondimeno, grandi essendo la confusione sotto il cielo e la mole di notizie che quotidianamente dobbiamo metabolizzare, può valere la pena soffermarsi a riflettere ancora. L’emergenza sanitaria in atto è di portata tale da aver travolto l’intero tessuto connettivo e sociale del nostro Paese: il lavoro.

Le limitazioni alla circolazione, l’obbligo di chiusura di numerosi esercizi, la necessità di alcune attività di riorganizzarsi in tempistiche improbabili con strumenti di lavoro agile e il cambio repentino dello stile di vita dei lavoratori e dei datori di lavoro, dei liberi professionisti e di tutte le classi di lavoratori presenti nel nostro Paese: tutto questo sta rendendo tragicamente difficile (se non impossibile) lavorare e garantire il lavoro e, conseguentemente, gli equilibri del sistema socio-economico. L’Italia, che assume come “fondamento” il lavoro, come principio costituzionale ancorandolo alla dignità dell’individuo, si trova oggi a dover subire un gravissimo contraccolpo proprio al motore dell’economia.

Per far fronte all’emergenza occupazionale e reddituale che ha investito il nostro sistema economico e produttivo sono state messe in campo ingenti risorse economiche. E oggi più che mai gli ammortizzatori sociali stanno giocando un ruolo fondamentale a protezione del sistema Paese, sia pur con ritardi ed inefficienze (in parte strutturali, in parte legate alla imprevedibilità e potenza devastante della pandemia).Tuttavia, lo stato di emergenza in cui ci troviamo impone di agire in più direzioni; non ci si può limitare a ritirare l’esercito e a consumare le scorte in attesa che l’emergenza passi. Questa anzi è l’occasione per ricostruire o per ripartire, per riorganizzarsi e per investire, creando prospettive ed opportunità che rafforzino la fiducia ed infondano il desiderio di far parte del progetto Paese. Accanto agli ammortizzatori sociali devono oggi essere messi in campo tutti gli ammortizzatori culturali di cui siamo capaci, non dimenticando che la mente è il vero potente ammortizzatore umano. C’è bisogno e sete di “cultura”, intesa come conoscenza emotiva e concreta.

Alla cultura è legato il nostro stato emotivo, il linguaggio universale, quello che non conosce alcuna lingua parlata perché comunica con i sensi, con gli occhi per le arti pittoriche e plastiche, con la parola nel teatro, con il suono nei concerti, con le mani, i piedi e il corpo nella danza. Tutti elementi molto importanti per il nostro equilibrio sensoriale culturale, che, se appreso in tempo, ha un potere confermato dalla storia dell’uomo stesso, ossia quello di aiutarci interiormente a ritrovare il nostro centro. L’ammortizzatore culturale purtroppo oggi non è considerato abbastanza, ma ritengo possa essere un’importante ancora di salvezza in momenti di crisi come questo; momenti in cui l’animo motore dell’uomo viene purtroppo schiacciato e umiliato, dimenticando la “Grande Bellezza” dell’Universo.

Prodighiamoci a guardare con l’aiuto della cultura questo momento drammatico per tutti noi, affinché possa rivelarsi catartico per noi e per la nostra Comunità. Il Segreto consiste nell’approcciarsi alla vita con maggiore voglia di conoscenza e sete di sapere, una conoscenza sinergica per il sistema Paese e volta al servizio dello Stato, apparato che oggi, più che mai, è chiamato ad essere Stato comunità e dunque Stato sociale, volto a garantire che l’individuo singolo o inserito nelle formazioni sociali possa progredire come essere umano, soprattutto attraverso il lavoro.

È, alfine, non marginale una riflessione sulla cultura. S’è detto che lo spessore culturale di una società è il più formidabile supporto in situazioni di terribile emergenza globale. E va aggiunto che la cultura, nel senso classico, non si forma certo dall’oggi al domani. Epperò, allorchè si parla di ammortizzatori culturali ci si riferisce al saper vivere quotidiano, un saper vivere collegato all’emergenza. E, dunque, proprio in questo consiste il concetto di ammortizzatore culturale: la capacità di modificare, di volta in volta, i parametri di riferimento, conformandoli all’hic et nunc. Ecco, in conclusione, l’ammortizzatore culturale del quotidiano.

Dott. Gustavo Cioppa

già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: https://www.facebook.com/Il-Ticino-134317190001473

Torniamo a vivere con il cuore

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia.

Mettiamo una mano sul cuore…ascoltiamone il battito, il movimento in silenzio…,questa straordinaria macchina che ci accompagna formandosi dal momento del nostro concepimento fino all’ultimo soffio di Vita. È da sempre considerato dalla storia, dalla filosofia, dall’arte, il fulcro dell’uomo e non solo per la sua Magia e straordinaria capacità di dare vita, ma simbolicamente racchiudendo l’essenza del sentimento e dell’Anima. In alcune civiltà tradizionali è focalizzato come intelligenza ed intuizione e di conseguenza considerato come centro della personalità; non l’intelletto dunque, bensì l’affettività sarebbe la sede delle facoltà umane.
Pascal diceva che i grandi pensieri vengono dal cuore, affermando che la conoscenza non include questo valore affettivo.
Gli antichi egizi parlavano di “intelligenza del cuore” per descrivere quest’altro aspetto dell’uomo che ci permette di penetrare al di là dei limiti intellettuali ed avvicinarlo all’”Uomo Divino” cioè al risveglio di questo principio che esiste in ognuno di noi.
Nel loro rito funebre descritto al capitolo 125 del Libro dei Morti, si parla della pesatura del cuore, il quale veniva posto sul piatto di una bilancia, sull’altro veniva posta una piuma, simbolo di giustizia ed equilibrio. La pesatura era verificata dal Dio Thot in qualità di cancelliere mentre il defunto effettuava la confessione in “negativo”.
Ora ai nostri tempi si parla raramente di “cuore”, gesti, azioni, sentimenti, espressioni che provengano dallo stato puro, quello non contaminato, non condizionato.
Vivere con il cuore rappresenta vivere nell’equilibrio della Giustizia, nella pace, vivere in un territorio armonioso dove la nostra vita acquista un benessere interiore che allontana le paure, la disarmonia, causa purtroppo quest’ultima delle malattie con le quali  conviviamo nei giorni nostri.
Questo mondo è il risultato dell’allontanamento “del cuore” dalla nostra vita. Il materialismo, la tecnologia, l’ego oscurano la luce che a sua volta è Vita, oscurandone “il cuore” fondamentale fulcro emozionale e vitale senza il quale noi non saremmo neanche qui. È troppo tardi per prendere coscienza reale di ciò che stiamo diventando? Automi senza cuore, ma per fortuna con ancora una coscienza (racchiusa nel cuore) alla quale affidarci per salvarci.


Dott. Gustavo Cioppa
(Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Fonte: https://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=27824

Pier Paolo Pasolini, l’ultimo Poeta. Ma il suo pensiero non morirà mai

45 anni fa, ad Ostia, il suo omicidio. Lo ricorda il Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia 

Nella notte della festa dei Morti, tra l’uno e il due novembre del 1975, Pier Paolo Pasolini muore brutalmente assassinato all’Idroscalo di Ostia. Muti testimoni della strage del Poeta sono certo i Morti, attoniti dinanzi a tanta efferata crudeltà insensata. Dal cielo nero, i Morti paiono dolenti angeli impotenti. Ma uomini così, come Pier Paolo Pasolini, non muoiono mai. Hanno ucciso, massacrato, trucidato l’ultimo Poeta, ma il pensiero, l’opera, le parole di Pier Paolo Pasolini non moriranno mai. Hanno ucciso l’intellettuale, l’artista, il cineasta, un grande comunicatore, il Poeta. E di poeti ce ne sono pochi, “ne nascono soltanto tre o quattro in un secolo”. Così lo ricordava con voce rotta dal dolore e dall’emozione l’amico Alberto Moravia nell’orazione funebre. L’hanno colpito alle spalle. Moravia non può fare a meno di vedere nella mente, ed è un’ossessione, l’orrore di quella notte: la paura di un uomo solo contro tanti uomini senza volto, un uomo solo inseguito, braccato dal branco. Hanno assassinato un uomo inerme, sensibile e autentico, dalla sincerità disarmante, dalla voce dolcissima, che non avrebbe mai fatto del male a una mosca, un uomo che, prima di patire per sé una morte per cui non ci sono parole, avrà sofferto pensando a sua madre, la quale il grande cineasta aveva voluta nel ruolo della Madonna in quel memorabile film che è “Il Vangelo secondo Matteo”. Fino alla fine Pasolini avrà pensato a sua madre, che lui amava più della propria vita, al dolore disumano inflittole. Per qualsiasi società civile il poeta è sacro. Per questo ribadisce Moravia si tratta di “Una perdita irreparabile”. E si sofferma sull’uomo Pasolini: “un uomo profondamente buono, mite, gentile (…) che aveva il coraggio di dire la verità. Uno buono come Pasolini sarà difficile trovarlo. Uno disinteressato, dall’assoluta mancanza di calcoli”.
Un uomo divorato da “un’infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima.” (Pier Paolo Pasolini, “Supplica a mia madre”), un uomo che aveva in odio la violenza. Un artista che sapeva comunicare ed esprimere, e aveva a cuore i problemi sociali del Paese, inventore di miti e di una nuova poesia civile. Pier Paolo Pasolini è e sempre sarà tutto questo. Un regista che ha dato la parola a chi non ha parola, gli umili, il popolo delle borgate. Non attori professionisti, dunque, ma uomini e donne della strada, del popolo, i personaggi dei suoi film. Il cinema di Pasolini è espressione di un realismo che ha il proprio naturale antecedente in un altro grande artista realista, Caravaggio, che Pasolini studiò sotto la guida di Longhi all’Università di Bologna.
Questo il messaggio, l’eredità di Pier Paolo Pasolini: “Il problema è avere gli occhi e non sapere vedere, non guardare le cose che accadono…
Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accadrà più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio”.

Dott. Gustavo Cioppa

già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: http://www.ilticino.it/2020/11/02/pier-paolo-pasolini-lultimo-poeta-ma-il-suo-pensiero-non-morira-mai/

C’è una sola via, costellata di sofferenze, che può farci superare la pandemia

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Appare verosimilmente paradossale che una immane catastrofe collettiva, mondiale possa essere rimessa, in quanto a soluzione, al singolo, a ciascun singolo  individuo. Non mi riferisco ai medici, ai ricercatori scientifici ed agli addetti ai lavori. Mi riferisco a tutti gli altri, a ciascuno di noi. La pandemia sta infuriando su tutto il globo e non sono pochi i sintomi di scoramento,  rassegnazione, fatalismo paralizzatore.
Se una simile atmosfera si diffondesse, crescesse, si impadronisse delle menti, quanta umanità sarebbe, alfine, perduta! Ecco la necessità di una forte presa di coscienza singola, per far fronte all’immagine del  contagio.
La convinzione di non poter far nulla, da solo, contro il virus  è del tutto sbagliata: è vero l’esatto contrario. Se ciascuno adotta – ed aiuta gli altri a far lo stesso – tutte le misure  di prevenzione che vengono continuamente rammentate e spiegate, ci porremo, senza indugio, sulla via della soluzione.
Non ci sono scorciatoie nè lampi di genio che tengano: c’è solo una via, costellata di sofferenze – fisiche, economiche, mentali – che ci può portare a salvamento.
Il convitato di pietra delle riflessioni che precedono è il crollo della economia. Che questo ci sarà, non vi è dubbio. Il problema è l’entità, cui si dovrà far fronte a seconda delle varie realtà. Ci vorranno certo capitale umano cospicuo, lavoro, capacità e voglia di soffrire. Epperò, se una nave sta affondando, si pensa a salvarsi o a cercare di portar con sè le risorse che serviranno dopo?  In che modo gioverà ad una umanità   devastata – diciamo pure ad un povero morto – dalla pandemia, l’aver trovato, a malapena in piedi, una economia traballante? Certamente, anche in questa fase, non si devono trascurare, a livello globale, l’economia e le sue complesse problematiche. C’è, tuttavia una questione di priorità. Primum vivere, deinde philosophari. La storia non ci mostra intere, grandi civiltà morte e sepolte per via della fame. Viceversa ce ne mostra di distrutte dalle armi e dalle pestilenze.       E, peraltro,  anche in oeconomicis, ciascuno, nel suo piccolo può fare la sua utile parte, onerandosi di qualche sacrificio in alcune comodità, sul versante del lavoro e su quello della quotidianità.
A conclusione delle riflessioni che precedono, mi preme richiamare l’attenzione su un fattore pericolosissimo della nostra traversata del deserto: la paura. Essa ha distrutto imperi e modificato infinite volte il corso della storia. E la vulgata non ci ricorda, quando ne ha modo, che un tale è morto di paura? Fuor di metafora, di paura si può morire. E la vita non è vita se vissuta in preda costante della paura.
Di più: decisioni importanti contro il contagio, adottate in preda alla paura, possono rivelarsi esiziali per lo stato di diritto e per la democrazia stessa su cui esso si fonda. Quanti regimi democratici si son lasciati uccidere dalla paura, che ha lasciato il posto   ad una callida tirannide  alimentata dal grande caos incombente sulla politica e sulla Cosa pubblica?

Dott. Gustavo Cioppa

già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: http://www.ilticino.it/2020/10/25/ce-una-sola-via-costellata-di-sofferenze-che-puo-farci-superare-la-pandemia/

Che nostalgia e desiderio di abbracci e strette di mano!

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia  

E così è passata una nuova giornata, in cui abbiamo cercato il modo di trasmettere vicinanza attraverso la voce, le immagini, gli sguardi, i messaggi…È un modo di esprimersi che un tempo faceva parte di un linguaggio complesso ed in parte subliminale, che trovava il suo apice naturale e vincente nel contatto. Chi non ricorda il calore che sprigiona dentro di noi il contatto di una mano amica che stringe la tua? Chi non desidera provare oggi quel senso disarmante e al tempo stesso accogliente, di quando riceviamo un abbraccio, muto, forte, lungo, che ci fa sentire accettati, capiti, amati, più di qualsiasi parola? Chi non si trattiene, combattendo contro un istinto ed una pulsione, dall’abbracciare una persona cara per trasmetterle tutto il bene che proviamo per lei? E cosa dire del bacio, di quello tenero e materno, di quello comune ed amicale, di quello intimo e passionale? Una immensa porzione del nostro modo di comunicare è oggi impedita e soffocata da nuove regole, da necessarie precauzioni, da ancestrali paure. Avevamo sviluppato quasi inconsapevolmente una sinfonia di suoni, movimenti, messaggi… subliminali e non… che funzionavano alla perfezione quando erano utilizzati tutti insieme. Ma un’orchestra senza uno strumento non raggiunge il punto più profondo del cuore… ed ora ci troviamo a parlare una lingua incompleta, che è carente di pathos. Facciamo fatica ad arrivare al centro dell’anima senza poter provare il brivido del contatto. Restiamo in superficie. Ma qualcosa, forse, sta succedendo. Ne sentiamo la mancanza. E la mancanza alimenta il desiderio. Si, la nostalgia di qualcosa di essenziale, che viene prima della parola, che può fare a meno della parola, e che appartiene anche all’animale. E’ quel comune senso di appartenenza, quel far parte di una medesima famiglia. Qualcosa di natura sensibile: tenerezza e affetto “vincolo di amorosi sensi” (Ugo Foscolo) che muove il cuore, spinge alla cura, che è contatto fisico, fin dalla notte dei tempi, e vorrei dire per sempre, almeno per l’uomo e gli animali superiori. La mancanza aumenta il desiderio, la cui etimologia significa “mancanza di stelle “: de‐sider. Desiderio e nostalgia così vicini e indissolubili, congiunti, come gli occhi di tutti gli uomini della terra puntati a quegli astri, tanto gelidi e lontani, ma splendidi, per esprimere un desiderio. E la nostra forza cresce, in difesa del nostro obiettivo e ci porta a lottare per ciò cui aneliamo. Abbiamo un desiderio forte, una speranza, una missione: resistere. Semplicemente resistere. Per poter risentire quanto prima la sinfonia che si creava quando eravamo davvero liberi di comunicare. Il contatto fisico ci manca più di quanto avremmo potuto immaginare. Dietro tutto questo, mimetizzato dalla nostalgia del contatto perduto, si annida il peggiore tra i nemici che potessimo incrociare e che, invece, dobbiamo contrastare tralasciando ogni remora: la paura. La paura che trasforma l’altro da noi, chiunque egli sia, in un untore pericoloso e che ci induce a confondere la necessaria protezione della nostra salute con la reiezione delle persone, azzerando finanche gli affetti più cari. La paura che rifiuta la solidarietà umana in nome di una salvezza soltanto sperata, alimentandosi di sospetti. Viviamo nella contraddizione: rimpiangiamo gli abbracci, ma misuriamo le distanze, dimenticando che l’avversario è il virus, non chi, suo malgrado, potrebbe inconsapevolmente veicolarlo.

Dott. Gustavo Cioppa

già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: http://www.ilticino.it/2020/10/13/che-nostalgia-e-desiderio-di-abbracci-e-strette-di-mano/

La difesa della salute grazie alla nostra Costituzione

La riflessione di Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

La pandemia certo non è finita, anzi, c’è un ritorno che non fa presagire niente di buono, anche se non presenta quella gravità e, per ora, quel numero di decessi che si ebbero nella scorsa primavera. Né è finita, semmai si è attenuata, la critica veemente che soprattutto dall’opposizione ma non solo è stata diretta alle decisioni politiche che si sono succedute per disciplinare direttamente o indirettamente la pandemia.Ritornando un po’ indietro, è ben chiaro che c’è stato un certo ritardo nella percezione del fenomeno e della sua gravità, anche perché veniva da Paesi lontani che probabilmente hanno a loro volta sottovalutato la malattia e di conseguenza non sono stati sufficientemente tempestivi nell’avvertire le autorità internazionali della reale gravità e potenza espansiva del Covid-19. Fatto sta che l’Organizzazione mondiale della Sanità ha proclamato e suggerito lo stato di emergenza solo il 30 gennaio 2020. E non può non sottolinearsi con piacere che il Governo italiano già il 31 gennaio a sua volta abbia proclamato lo stato di emergenza. Ebbene, l’atto formale che consentiva questa iniziativa era un decreto legislativo dei primi del 2018, quindi oggetto di una legge delega del Parlamento, comunemente definito Codice della Protezione civile. Questo passaggio è di grande rilievo, in quanto la nostra Costituzione, nel sancire che la <Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività> (art.32), aggiunge che nessuno può essere obbligato ad un trattamento sanitario se non per legge: una espressa e significativa riserva di legge, dunque, al pari della riserva che accompagna le limitazioni alla circolazione e al soggiorno nel territorio nazionale a rischio per motivi di sanità o di sicurezza.Vero è che, in definitiva, la maggiore responsabilità in materia di tutela della salute è dello Stato, specie quando si tratti di malattie a diffusione internazionale e richiedenti profilassi internazionale; competenza esclusiva dello Stato anche rispetto alle regioni. Ed è ancora allo Stato che spetta definire i principi fondamentali (art.117) ed i livelli essenziali delle prestazioni in tema di diritti civili e sociali (art. 120). Ed è significativo che le norme che interessano sono qualificate nel codice della Protezione civile come principi fondamentali.Ebbene è in forza del codice della Protezione civile che il Governo ha approvato una serie di Decreti del Presidente del Consiglio e di ordinanze anche del Ministro della Sanità, pertanto nel rispetto di quanto stabilito dal codice e dalla Costituzione. Si può forse restare perplessi sulle maglie un po’ troppo larghe che il codice della Protezione civile consente al Presidente del Consiglio, ma sta di fatto che si tratta di strumenti flessibili e rapidi che in definitiva si attagliano bene alla gravità delle situazioni che devono essere affrontate spesso “ad horas”. Sono stati anche utilizzati i decreti-legge, sui quali pure c’è stata qualche critica, quasi che non sia un’abitudine antica quella di usare a volte a sproposito questo strumento per rimediare a problemi non sempre seri quanto quelli creati dal coronavirus. In definitiva, l’Italia, anche a paragone di altri Paesi, è riuscita a reggere bene il peso soprattutto della prima fase della pandemia, significativamente attirandosi il plauso dell’Europa e non solo ed anche la tendenza ad imitare le iniziative più coraggiose del nostro Paese. E ciò nel rispetto della Costituzione, almeno quanto alla forma. Sulle scelte di merito evidentemente il discorso può essere diverso, ognuno può avere altre idee sui rimedi ad un fenomeno per molti sconosciuto. Si pensi che anche gli scienziati non sono d’accordo tra loro sui percorsi migliori per arrivare a vedere la fine di questa tragedia.L’Italia ha dunque fatto il possibile e ha meritato l’attenzione di molti altri Paesi. E che dire dell’Europa? Si è molto criticata la freddezza dell’Unione, ma a conti fatti non c’è mai stata tanta generosità verso i Paesi più bisognosi di aiuti, quanto a fronte della pandemia. Eppure, ma questo pochi lo sanno o lo vogliono sapere, l’Unione non ha una politica economica sua, perché gli Stati membri, sovranisti della prima ora, non hanno voluto l’avesse, fin dal principio. E la cosa si è aggravata quando si è voluto dare il solo governo della moneta, quindi staccandola dalla politica economica, alla beata solitudine della Banca centrale europea. Eppure, di fronte alla gravità della situazione sanitaria e finanziaria, in questa occasione l’Unione ha raschiato il fondo del barile, anche con qualche disinvoltura di troppo che in altri tempi sarebbe finita alla Corte di giustizia. E perfino all’Italia, alla quale ha sempre fatto pagare un prezzo politico altissimo perché Stato cicala e non formica e quindi al di fuori di ogni limite di bilancio, ha finito per dare più di quanto noi stessi sperassimo. E se avessimo chiesto la Luna – e si può capire il perché – ce l’avrebbero data. Ma non ancora del tutto contento, c’è chi filosofeggia sui tempi o sul MES, che pochi sanno cosa sia e come funzioni, specie nell’attuale versione senza interessi che oggi riguarda la modernizzazione delle strutture sanitarie. Quasi che un Paese come l’Italia potesse uscire da solo dal tunnel sanitario e finanziario causato dalla pandemia e da vecchie abitudini da cicale.In conclusione, sono convinto che l’Italia abbia fatto il possibile e il dovuto, anche addolcendo il rapporto con l’Unione Europea per affrontare con prudenza la pandemia ed evitando i guai peggiori che altri Stati, anche piùsaldi e potenti del nostro, hanno invece stentato a superare. Avremmo potuto fare di più e meglio, ma nessuno è perfetto. D’altra parte un contributo negativo è certamente venuto dal momento elettorale, che certo non ha giovato a realizzare un clima sereno e di civile solidarietà anche tra avversari politici.

Dott. Gustavo Cioppa

(Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)

Fonte: http://www.ilticino.it/2020/09/30/la-difesa-della-salute-grazie-alla-nostra-costituzione/

Liliana Segre compie 90 anni: gli auguri del Dott. Gustavo Cioppa e de “il Ticino”

“Rendendo omaggio a questa donna meravigliosa, perpetuiamo la memoria di coloro che sono scomparsi, ma non cancellati”

Il novantesimo compleanno di Liliana Segre, alla quale rivolgiamo il più sincero tra gli auguri, non è una ricorrenza come le altre: è un monito a non dimenticare, a ricordare che la tragedia dello sterminio di un popolo è verità storica con la quale ci dobbiamo confrontare ancora oggi, ogni giorno.

E’ un compleanno di cui noi, e non Lei, dovremmo avvertire il peso, per non avere fatto abbastanza a fronte degli ignobili tentativi di negazione o minimizzazione.Rendendo omaggio a questa donna meravigliosa, perpetuiamo la memoria di coloro che sono scomparsi, ma non cancellati e, soprattutto, impediamo che le cose si ripetano.

Noi, oggi, siamo in festa per Liliana Segre. Lei, con la sua presenza, gli auguri di un futuro migliore ce li rivolge ogni giorno.

Dott. Gustavo Cioppa

Già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: http://www.ilticino.it/2020/09/10/liliana-segre-compie-90-anni-gli-auguri-del-dott-gustavo-cioppa-e-de-il-ticino/

“Il coraggio delle cicatrici”

Il Dott. Gustavo Cioppa presenta il libro di Maria Luisa Iavarone

Una battaglia sociale. “Il coraggio delle cicatrici” è il racconto di un’esperienza tragica vissuta in prima persona da un ragazzo di nome Arturo che un giorno viene accoltellato da un branco di quattro minorenni, tanto da rischiare di perdere la vita. Ma è il racconto anche di una madre che vede il proprio figlio combattere contro la morte e vincere. Questo trauma diventa così l’occasione per una profonda riflessione da parte di Maria Luisa Iavarone, la madre di Arturo.Maria Luisa tenta di dare un senso alla vicenda che ha colpito la sua famiglia, cercando diapprofondire i motivi per cui un giovane possa commettere atti così gravi. Così si imbatte nello studio del determinismo ambientale, ossia il fatto che nascere in determinati contesti familiari possa essere fin dall’inizio una delle cause per cui un minore possa cominciare a delinquere, che unita a caratteri particolarmente aggressivi possa essere la scintilla per la commissione di un reato, spesso anche gravissimo.E Napoli è la città in cui la scena criminale si svolge, una città nella quale fin troppe voltenascere in una o altra famiglia può essere a seconda dei casi una fortuna o una condanna. Così la madre di Arturo si rende conto che, spesso, fermarsi ad una analisi meramente superficiale di una vicenda criminale sia controproducente, infatti se davanti a fatti così gravi, si hanno solamente esigenze vendicative, legate al dolore causato dall’offesa subita, non si cambierà mai la società. E qui si pongono le basi per citare la giustizia riparativa, ossia un nuovo modo di porsi davanti a chi commette un reato, ma anche a chi lo subisce, in considerazione del fatto che anche dietro ai reati più gravi, più terribili, e soprattutto più dolorosi da perdonare c’è sempre una Persona. E non solo la persona può cambiare, ma perdere la speranza verso un recupero di un minore significa distruggere la vita di una persona che ha tutta la propria vita davanti, che sconterebbe per il resto dei suoi anni le conseguenze negative di un fatto del passato, come se la Persona fosse il suo Reato. In questo caso i rei sono dei minori, soggetti per definizione vulnerabili, e che in quanto tali necessitano di un trattamento rieducativo differente rispetto a quello previsto per un adulto autore di reato.Maria Luisa capisce che ci vuole coraggio a perdonare, a ricominciare. Ma perdonare non significa dimenticare l’offesa subita, significa attribuire un nuovo vissuto ai fatti del passato, in chiave riparativo-riconciliativa. Solo così si dà un senso ad eventi tragici, nell’ottica di un recupero sociale, che va a vantaggio non solo del reo, ma soprattutto della società.Tuttavia per portare avanti la battaglia di Maria Luisa serve un’evoluzione culturale della società. È una battaglia difficile, perché abbattere i pregiudizi che plasmano i pensieri dei molti, oggi sembra quasi un’utopia.Ma la battaglia di questa madre è la battaglia di tutti, e per questo motivo ognuno di noi deve combattere.

Dott. Gustavo Cioppa

Già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Fonte: http://www.ilticino.it/2020/09/08/il-coraggio-delle-cicatrici/

Addio a Philippe Daverio: il ricordo del Dott. Gustavo Cioppa

“È morto un grande intellettuale, patrimonio dell’umanità”

Lascia un gran vuoto, incolmabile, la scomparsa di Philippe Daverio (il celebre storico dell’arte scomparso il 2 settembre all’età di 71 anni, ndr). È morto un grande intellettuale, patrimonio dell’umanità, che ci ha lasciato volumi di inestimabile bellezza e grazia. Le pagine di critica d’arte sulle grandi testate giornalistiche e i libri di storia dell’arte, animati da quella forza d’animo che appartiene a pochi, poiché la virtù del vero intellettuale consiste nel trasmettere cultura. Ma Daverio si spingeva ben oltre, appassionando i lettori, facendoli sognare.Non è stato solo un critico d’arte d’immensa levatura, ma un grande scrittore prestato alla critica. Alla stregua dei Longhi, dei Briganti, dei Berenson. Illustre accademico, fine saggista, ironico, prima di tutto uomo sensibile. Philippe Daverio raccontava l’arte ricreandola, senza retorica, solo per amore della bellezza, per quell’imprescindibile onestà intellettuale degli spiriti magni che è generosità. Dono innanzitutto. Dipingeva con le parole – ut pictura poesis – e il carattere che emerge sempre dai suoi scritti è la leggerezza, quell’armonico contrasto di malinconia e allegria. Il dipinto è lì, dinanzi agli occhi dei fruitori che finalmente riescono a vedere quello che il critico è riuscito a vedere e che, per un atto di generosità, comunica al pubblico. A Philippe Daverio la nostra incondizionata gratitudine per averci intrattenuti davanti all’arte svelandoci quel mistero che solo pochi critici illuminati – iniziati – riescono a cogliere e a decifrare.

Dott. Gustavo Cioppa

(già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia)