Sito ufficiale di Gustavo Adolfo Cioppa – Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia, già Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia. Attualmente editorialista presso il settimanale 'Il Ticino' e l'Osservatorio Metropolitano di Milano e docente presso l'Academy “Psicologia in Tribunale”
Lo penso da sempre: da soli andiamo veloci, ma solo se uniti andiamo avanti.
Il tempo storico in cui viviamo, inutile negarlo, è caratterizzato da una forte frammentarietà. Il filosofo Heidegger, in un’intervista del secolo scorso al giornale tedesco “Der Spiegel” asseriva che l’essere umano contemporaneo è “inquietante”, perché dimentico della capacità di ragionare, ossia, riprendendo S. Tommaso D’Aquino, della capacità di discernere il bene dal male, accogliendo l’ermeneutica del primo e rifiutando quella del secondo.
Non è in discussione la tematica del modello di Stato, ma del modello di società. Così, l’assunto smithiano della decisiva circostanza per la quale l’individualismo si rivela scelta perdente (la teoria della c.d. “mano invisibile”), è assunto vero e condivisibile non solo con lo specifico modello liberale e liberista con cui Smith si trovava a confrontarsi, ma, più in generale, si tratta di assunto predicabile in relazione a un tipo di società, quella contemporanea, caratterizzata da un marcato individualismo.
Siamo di fronte a una società che, pur trattando sul piano della discussione normativa dei temi della giustizia sociale ed economica, è incapace di “sentirli” davvero. Ci si può allora chiedere…ma…l’articolo 2 della Costituzione, norma fondamentale sulla solidarietà umana, è destinato a rimanere lettera morta?
Nella prospettiva individualistica, oltretutto, non solo l’articolo 2 della Costituzione, ma tutte le norme costituzionali, risulterebbero incomprensibili: si pensi all’articolo 4, sul diritto e dovere al lavoro, norma scritta nella prospettiva di una doverosa partecipazione del singolo al bene e al progresso comune. Si pensi, ancora, all’articolo 54, sul dovere di rispetto, onore e osservanza delle leggi e della Costituzione, nonché sul dovere di fedeltà verso le Istituzioni. E ancora, si pensi alla norma, l’articolo 97, sul doveroso perseguimento dell’interesse pubblico, norma incomprensibile nella prospettiva del perseguimento dell’interesse individuale.
Il sentimento di solidarietà è dunque, appunto, un sentimento e non solo un’idea astratta. Solo in questa seconda prospettiva, infatti, ma non nella prima, se ne potrebbe predicare la morte, al pari della “morte di Dio” (Nietzsche). Piuttosto è vero proprio il contrario: che le norme giuridiche hanno valore e cogenza solo se vissute e inverate dalla comunità, al pari di come l’etica è scienza pratica per antonomasia, perché può essere compresa solo se vissuta e posta in essere.
In tal senso, sta a noi, singoli e associati, far rivivere il sentimento di solidarietà, quel sentimento che era così naturale nelle poleis greche, le quali non erano mero recinto cittadino, ma, in primo luogo, spazio sociale e di condivisione di valori. La medesima solidarietà, il medesimo coraggio, era altresi espresso nel modo in cui la falange oplitica era resa impenetrabile: attraverso la fiducia indelebile tra i cittadini, che si facevano scudo gli uni con gli altri.
Sta dunque a noi riscoprire e tornare a far vivere questa fiducia, questa solidarietà e, in definitiva, questo senso di umanità. Una comunità forte si costruisce con i piccoli gesti quotidiani. Iniziamo da noi: aiutarsi, rispettarsi, partecipare. È così che le regole diventano vita. E che i singoli si uniscono in comunità.
La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
Di Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
Lo penso da sempre: da soli andiamo veloci, ma solo se uniti andiamo avanti. Il tempo storico in cui viviamo, inutile negarlo, è caratterizzato da una forte frammentarietà. Il filosofo Heidegger, in un’intervista del secolo scorso al giornale tedesco “Der Spiegel” asseriva che l’essere umano contemporaneo è “inquietante”, perché dimentico della capacità di ragionare, ossia, riprendendo S. Tommaso D’Aquino, della capacità di discernere il bene dal male, accogliendo l’ermeneutica del primo e rifiutando quella del secondo. Non è in discussione la tematica del modello di Stato, ma del modello di società. Così, l’assunto smithiano della decisiva circostanza per la quale l’individualismo si rivela scelta perdente (la teoria della c.d. “mano invisibile”), è assunto vero e condivisibile non solo con lo specifico modello liberale e liberista con cui Smith si trovava a confrontarsi, ma, più in generale, si tratta di assunto predicabile in relazione a un tipo di società, quella contemporanea, caratterizzata da un marcato individualismo. Siamo di fronte a una società che, pur trattando sul piano della discussione normativa dei temi della giustizia sociale ed economica, è incapace di “sentirli” davvero. Ci si può allora chiedere…ma…l’articolo 2 della Costituzione, norma fondamentale sulla solidarietà umana, è destinato a rimanere lettera morta? Nella prospettiva individualistica, oltretutto, non solo l’articolo 2 della Costituzione, ma tutte le norme costituzionali, risulterebbero incomprensibili: si pensi all’articolo 4, sul diritto e dovere al lavoro, norma scritta nella prospettiva di una doverosa partecipazione del singolo al bene e al progresso comune. Si pensi, ancora, all’articolo 54, sul dovere di rispetto, onore e osservanza delle leggi e della Costituzione, nonché sul dovere di fedeltà verso le Istituzioni. E ancora, si pensi alla norma, l’articolo 97, sul doveroso perseguimento dell’interesse pubblico, norma incomprensibile nella prospettiva del perseguimento dell’interesse individuale. Il sentimento di solidarietà è dunque, appunto, un sentimento e non solo un’idea astratta. Solo in questa seconda prospettiva, infatti, ma non nella prima, se ne potrebbe predicare la morte, al pari della “morte di Dio” (Nietzsche). Piuttosto è vero proprio il contrario: che le norme giuridiche hanno valore e cogenza solo se vissute e inverate dalla comunità, al pari di come l’etica è scienza pratica per antonomasia, perché può essere compresa solo se vissuta e posta in essere. In tal senso, sta a noi, singoli e associati, far rivivere il sentimento di solidarietà, quel sentimento che era così naturale nelle poleis greche, le quali non erano mero recinto cittadino, ma, in primo luogo, spazio sociale e di condivisione di valori. La medesima solidarietà, il medesimo coraggio, era altresi espresso nel modo in cui la falange oplitica era resa impenetrabile: attraverso la fiducia indelebile tra i cittadini, che si facevano scudo gli uni con gli altri. Sta dunque a noi riscoprire e tornare a far vivere questa fiducia, questa solidarietà e, in definitiva, questo senso di umanità. Una comunità forte si costruisce con i piccoli gesti quotidiani. Iniziamo da noi: aiutarsi, rispettarsi, partecipare. È così che le regole diventano vita. E che i singoli si uniscono in comunità.
“Mala tempora currunt” è una delle espressioni più ricorrenti nella mentalità comune. Ci si lamenta molto spesso del fatto che, letteralmente, “le cose vanno male”, “corrono tempi non buoni”. Così, ai tempi della crisi del 2008, ci si lamentava delle difficoltà che incontravano anche le economie più strutturate, con conseguenti chiusure di aziende e licenziamenti.
Poi, con i preoccupanti eventi della pandemia di Covid-19 e, da lì in poi, del sorgere di conflitti e gravi tensioni internazionali in continua espansione, prima la guerra in Ucraina, poi in Palestina, in Colombia e, ora, in Iran, oltre a molte altre parti del mondo, sembra che il mondo si stia avvicinando al baratro, un precipizio verso cui l’umanità sembra avvicinarsi in modo inesorabile, con tante vite spezzate ingiustamente dai conflitti che stanno insanguinando il pianeta.
Sembra che il mondo stia inghiottendo se stesso, dietro un’azione umana, una “actio hominum”. La realtà effettiva di oggi assomiglia dunque a quella del senato romano, che seguitava a discutere, mentre il nemico era alle porte. Proprio però quando l’essere umano fu sull’orlo dell’abisso, comprese quanto profondo fosse l’abisso dentro di lui (Epaminonda). L’abisso non evoca tuttavia solo l’immagine delle profondità sotterranee e marine, ma anche il concetto, in senso verticale ma diametralmente opposto, dello slancio verso l’Infinito e, comunque, di una risalita, di un divario che tuttavia deve essere colmato.
Se spesso si pensa che le cose non possano andare peggio di così, tale assunto si rivela fallace. Ancora una volta uno sguardo alla storia può essere d’ausilio. Anche nel passato, remoto e del secolo scorso, vi furono infatti momenti carichi di tensione, che condussero a molte perdite di vite -si pensi, su tutti, alle due guerre mondiali-. Pur tuttavia, alla fine l’umanità riuscì a ripartire, con una maggiore consapevolezza e con un ritrovato impegno a perseguire obiettivi di giustizia, uguaglianza e pace sociale.
Non è un caso se proprio quegli obiettivi, in primis l’affermazione di una società democratica, si trovano bene e aulicamente sanciti nell’articolo 1 del Trattato sull’Unione Europea, convenuto dopo i gravi conflitti mondiali che hanno coinvolto e diviso l’Europa, la quale dunque ha compreso da allora l’importanza dell’unità e della pace tra i popoli, al punto dal progettare la redazione di una “Costituzione europea”.
In effetti, nonostante le criticità contemporanee, nella storia dell’umanità non sono mai stati scontati dati che oggi consideriamo per acquisiti, come l’avere un posto di lavoro, il poter ogni giorno pranzare e cenare senza temere per la propria vita.
A noi che viviamo ancora nelle nostre tiepide case (Primo Levi) vanno infatti ricordati gli orrori dei campi di sterminio, le numerose e gravissime stragi del secolo scorso, nonché, per restare sull’attualità, le immagini delle persone disperate costrette a fuggire dall’Afghanistan, quando, qualche anno fa, venne restaurato il regime talebano.
Ancora, si pensi ai bambini di Gaza che muoiono di fame e che vengono terribilmente mutilati, con gravissimi danni per tutta la vita, come pure chi, figlio, figlia, fratello, sorella, genitore o moglie, non vedrà più tornare chi è stato chiamato al fronte, come nei conflitti sopra ricordati.
La storia dell’umanità è stata certamente contraddistinta dalla violenza e anche i più insospettabili ne sono stati colpevoli: si pensi alla strage degli abitanti per l’isola di Melo per mano degli Ateniesi, ove ai Melii, che, disperati e invocanti l’aiuto degli dei, venne replicato da chi è comunemente considerato fautore della democrazia, che in guerra vige solo la legge del più forte.
Si pensi, ancora, allo sterminio dei nativi americani per mano dei conquistatori europei, nonché, ancora più a ritroso, alla riduzione in schiavitù dei popoli sottomessi anche da parte di chi, come l’antica Roma, è considerato origine di democrazia e giustizia.
Nel diritto romano gli schiavi erano infatti considerati come oggetti e si poteva cadere in quella condizione anche per mancato pagamento di debiti. Ciò senza considerare che proprio quel periodo in cui vissero pensatori illustri come Seneca e Cicerone si caratterizzò per un’estrema violenza, quale in primo luogo quella dei giochi gladiatorii, ove i gladiatori, per lo più schiavi di altri Paesi, venivano costretti a combattere con fiere feroci sino alla morte, spesso decisa da un pollice in giù del pubblico o dell’imperatore.
C’è stata, però, forse, un’inversione di tendenza nella storia, a partire dall’affermarsi della cultura della pietà, dell’amore e del perdono, con il cristianesimo. Tale linea di pensiero, sorta a seguito di un altro fatto storico gravissimo, come la schiavitù in Egitto, è stata peraltro coltivata anche in ambito laico.
Si pensi alla filosofia di Cicerone, di cui rimane celebre l’affermazione secondo cui il retore deve in primo luogo essere una persona moralmente retta. Si pensi, ancora, all’energia intellettuale con cui Seneca elaborò un pensiero, di tipo stoico, tutto incentrato sul significato della libertà e sulla lotta alla tirannide.
Non tutta la storia umana è allora storia di violenza, perché si è percepita da più parti l’esigenza di un riscatto, di una doverosa affermazione di giustizia.
Il pensiero cristiano e credente in generale hanno molto in comune infatti con quello laico e financo con quello pessimista e ateo. Anche chi ha scelto una diversa linea politica, come Leopardi e Nietzsche, ha infatti percepito il bisogno di elaborare una soluzione al problema della sofferenza e, sul piano filosofico, del nichilismo. Questa soluzione è stata il “superuomo” nietszchiano e la “social catena” leopardiana. Espressioni dal grande momento sociale che altro non sono che riproposizione di istanze umanistiche, quali l’essere umano come “piccolo dio” e artista, fabbro del suo destino (Pico della Mirandola).
Proprio l’umanesimo e il rinascimento hanno rappresentato la risposta storica a un momento di insicurezza e di paura, il Medioevo, in preda alle orde barbariche, ove i comuni cittadini cercavano rifugio e protezione.
Anche e proprio il Medioevo non è stato peraltro tutta oscurità. È stato infatti un momento di grande riflessione filosofica, seppure in un quadro teologico, con il pensiero di S. Agostino e S. Tommaso D’Aquino. È stato un secolo di grandi santi, come S. Francesco D’Assisi. È stato inoltre un secolo che verrà successivamente ricordato da illustri pensatori, come Kant ed Hegel.
Proprio Hegel, che con l’immagine allegorica della filosofia come “nottola di Minerva”, forse intuiva l’approssimarsi di nuove tenebre, lasciava uno spiraglio di luce, affermando il ruolo della Morale, della Coscienza e di un certo ruolo primario dello Spirito.
Uniti si può vincere e uscire dal tunnel, ma solo in una prospettiva di partecipazione alla vita pubblica che non lasci rimanere quella partecipazione sul piano meramente formale.
Di qui il ruolo del doveroso perseguimento del bene pubblico, che ci deve vedere uniti, affinché possa esservi, anche in tempi così duri, un nuovo rinascimento, un nuovo rinascimento che si ispiri all’umanità e alla solidarietà umana, alla capacità di preoccuparsi dell’altro in modo assolutamente disinteressato in quanto essere umano.
Solo così potremo intravedere… la luce… in fondo al tunnel!
La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
Di Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
In un mondo dove domina la violenza, dove la violazione di fondamentali norme di comportamento sembra divenuta la regola e ove il senso etico sembra essersi perso, c’è ancora una speranza, un’ultima battaglia che deve essere combattuta, per riprendere una celebre frase cinematografica: la lotta per la difesa degli innocenti, per la tutela dei valori della famiglia, dell’infanzia, dei bambini, di chi non ha nessuno, di chi soffre, per solitudine o per malattia. In un mondo di valori, di solidarietà, di altruismo, che va oltre il “credo” e la fede in senso stretto, che va oltre l’adesione a una corrente di pensiero, dunque, ma, viceversa, che si traduce nella riconduzione a una morale universale, deve essere riscoperta una verità, una fonte di salvezza, quella di cui i valori della cristianità si fanno portavoce. Credere, in concreto, non significa solamente pregare, ma è molto di più: è la capacità di “esserci per il prossimo”, di costituire dei valori, dei valori umani, morali e sostanziali, che vadano oltre alla forma. “Credere”, dunque, equivale a sperare con coraggio, impegno e ragione in qualcosa. Non solamente “credere” in senso cristiano o secondo una determinata confessione religiosa. È interessante notare che già prima della venuta di Cristo vi erano degli autori, come Seneca e Cicerone, che si rifacevano a principi intrinsecamente cristiani, delineando così una forma di umanesimo laico, di “esserci per il prossimo”, di saper costituire dei punti di riferimento. Il valore della solidarietà, dunque, quel “saperci essere per gli altri” di cristiana matrice, non si esaurisce nel significato confessionale stesso in senso stretto, ma va a ricomprendere una categoria valoriale universale, appunto l’umanità, intesa come capacità di “esserci per il prossimo”, che permea di sé la vita particolare e quella generale, la vita della storia, di quello che Hegel definì come “Spirito Assoluto”, ossia quell’anelito di valore e di virtù che accomuna e può e deve accomunare tutti gli esseri umani, per il positivo miglioramento del mondo in cui viviamo. Solo attraverso questa consapevolezza, di possedere in noi, in “potenza” e in “atto” (Aristotele) i valori di umanità e solidarietà propri del cristianesimo, possiamo partecipare all’effettivo progresso dell’umanità, esso non solo tecnico e scientifico, ma, in primo luogo, umano e morale. Essere credenti in concreto non significato dunque solo comportarsi come credenti nelle occasioni di celebrazione liturgica, ma, in primo luogo, credere davvero, credere che possa davvero porsi in essere un positivo miglioramento morale della società civile. Solo “credendo” in tal senso, è possibile tradurre l’idea in fatto e così fare in modo che l’ideale si traduca in reale (Hegel) e che la nottola di Minerva, simbolo della filosofia, venga di nuovo a costellare il mondo, un mondo che necessita di amore, di speranza e di misericordia. “Compiere azioni misericordiose” diventa allora un centrale imperativo categorico, che va a riempire di significato le nostre vite e quelle altrui. C’è dunque un amore, un amore che, per riprendere Dante, “muove il sole e le altre stelle”, che deve essere riscoperto e rinnovato, affinché un’araba fenice immortale possa tornare a regnare sulla comunità, la fenice immortale dell’amore, del rispetto e della solidarietà, in uno, dell’umanità, intesa come capacità di preoccuparsi per il prossimo in modo assolutamente disinteressato.
La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
Di Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
La domanda in apertura sembra scontata, ma non lo è: si può davvero predicare l’attributo della giustizia rispetto alla vita e al mondo delle cose fisiche? Da un punto di vista strettamente naturalistico, il latino Lucrezio, nel “De rerum natura” dubitava dell’assunto, ponendo in manifesta evidenza come la natura non sia stata equa nei confronti degli esseri umani, poiché, mentre le belve feroci possiedono artigli e zanne per difendersi e procacciarsi cibo o folte pelliccie per sopportare i climi freddi, all’essere umano tutto ciò è stato negato. Nella letteratura, sin dal celebre “Prometeo incatenato” di Eschilo, sono tuttavia stati posti in risalto due tratti caratteriali e intellettivi dell’essere umano: il coraggio e la ragione, tale ultima intesa siccome intelligenza orientata al perseguimento del bene pubblico (S. Tommaso D’Aquino). Con coraggio e amore, solidarietà e in tal senso ragione, verso la propria comunità, l’essere umano (simboleggiato da Prometeo) ruba il fuoco agli dei. Il fuoco appunto, simbolo del coraggio (in greco “thumos”), ma anche dell’intelligenza che dal primo scaturisce, quella propria di Ulisse, ma anche quella teorica e speculativa, dalla quale si originarono i vari ordinamenti giuridici, economici e sociali (in greco “pshyke”). A seguito vuoi di questo furto del fuoco o della fine dell’era dell’oro (Esiodo), nella versione greca vuoi per la commissione del peccato originale, nella tesi cristiana, si è venuta a determinare in capo agli esseri umani una vita imperfetta, manchevole sempre di qualche cosa e ove può bene essere messa in discussione l’esistenza di una reale giustizia. Quanto all vita, infatti, si può riflettere su quanto essa possa essere ingiusta, perché non fornisce a persone che vorrebbero svolgere determinate mansioni quelle specifiche caratteristiche o perché non consente con determinate lauree, come quelle in filosofia o in lettere classiche, di consentire adeguati e numerosi sbocchi lavorativi. Certamente la vita è ingiusta inoltre nel momento in cui fa nascere una certa persona in condizioni particolarmente svantaggiate: quante possibilità ha infatti un bambino che nasce in Africa di diventare notaio? Perché i bambini che vivono a Gaza o in Ucraina o in altre parti del mondo dove c’è la guerra sono costretti ad atroci sofferenze, mentre i bimbi occidentali possono essere viziati con videogiochi e con le carte dei pokemon? Qui c’è una riflessione da fare: il denaro è male distribuito, come pure lo è il correlativo potere. Non è infatti giusto che persone di buon cuore la cui sola sfortuna è di nascere in paesi del terzo mondo e non a New York abbiano un destino già in parte segnato. Non è nemmeno giusto che una persona che nasce in contesti di socialità svantaggiata possa essere costretto per necessità a delinquere, per mancanza di denaro o per coatta adesione a un clan malavitoso – ricordo in particolare una volta in cui un figlio di un boss mafioso disse a un giudice che non avrebbe voluto delinquere, ma che è stato costretto a farlo per il contesto in cui viveva, mentre se fosse nato a Londra sarebbe potuto diventare un ottimo avvocato -. Con riferimento a tali situazioni, il Taine perentoreamente, in modo matematico e senza lasciare scampo, affermò che il destino di ciascuno di noi è determinato da tre elementi, ” le_ moment”, “le milieu” e “la race”. Questa affermazione però non solo è ingiusta, ma anche discriminatoria: è un arrendersi di fronte all’ingiustizia della vita, ingiustizia che si rivela tale anche in una distribuzione delle ricchezze non equa e spesso non meritocratica (A. Sen, L’idea di giustizia). Di qui le figure “eroiche” della letteratura postmoderna, i ” self made man “, come il “Grande Gatsby”. Ci sono stati poi esempi eroici che hanno saputo sconfiggere l’ ingiustizia naturale: pensiamo a Leopardi, giovane dal grande talento e al tempo stesso sofferente sul piano fisico, nato in un paesino della provincia…che però conoscendo Mario Giordani è arrivato a Roma…pensiamo anche a Papa Francesco o, nel calcio, a Pele, persone che non solo sono riuscite a emergere da contesti di grande criticità, ma anche che hanno voluto aiutare chi ancora si trova in quelle situazioni di profonda ingiustizia. Pensiamo anche a Maria Teresa di Calcutta, a Papa Woytyla e ai loro messaggi comunicativi, come ad esempio quello di Woytyla, che va a parlare con chi, Ali Agca, aveva provato a ucciderlo, per capire da dove poteva derivare quell oscurità e perché taluni scelgano la via criminale. Di qui allora il compito di combattere l’ ingiustizia: il più bello e nobile compito della storia umana, come ricordano affermazioni celebri, come quella di Cicerone, secondo cui il retore (e più in generale ognuno di noi) deve in primo luogo essere una persona moralmente retta, o come quella, secoli dopo, di Alfieri, che vedeva come motivo di vita la lotta intellettuale contro la tirannide. Ancora, pensiamo a quanto Kant sosteneva, sul fatto che la norma giuridica non è solo quella a noi esterna, ma deriva in primo luogo da quella interiore, la “legge morale”. Il Novecento, purtroppo, si è distinto in negativo per un indebolimento di questa dialettica. Così, il pensiero debole, sintomatico di una fragilità morale, ontologica ed esistenziale, si fa bene sentire in un’affermazione di un celebre romanzo di Sartre, “L’essere e il nulla”, in cui il filosofo afferma che “non vi è poi molta differenza tra chi conduce popoli in guerra e chi si ubriaca in solitudine”. Questa affermazione, equivalente a una dichiarazione di sconfitta intellettuale e riproposizione del biblico “vanitas vanitatum”, non può certo essere accettata. E infatti, il Novecento, pur nel suo grigiore, si è caratterizzato per una grande voglia di rivincita sulla vita e sulle ingiustizie che spesso sperimentiamo nel corso della medesima. Proprio in tal senso devono leggersi la “social catena” leopardiana (La Ginestra) e lo stesso combattivismo di pensatori come Feurbach e Nietzsche, decisi a non accettare le sofferenze e le ingiustizie che la vita ci cagiona. Ma qui sta il segno profondo di questa lotta, collettiva e individuale, che non va combattuta con violenza o rancore, ma con amore (il Vangelo), con solidarietà (art. 2 Cost.), con equilibrio (il buddhismo), con saggezza (Socrate) e sapienza (Aristotele), unitamente al coraggio, solo elemento capace di farci superare le nostre paure e di consentirci di metterci realmente al servizio della comunità, come ci insegna l’esempio magistrale ed eroico dei Magistrati Falcone e Borsellino.
Competizione o cooperazione? Il significato umano della convivenza civile è suscettibile di svilupparsi secondo due fondamentali linee ermeneutiche. Che forse non sono così contrapposte come molti pensano. Ed anzi dalla loro tensione il confronto civile si fortifica
Pubblichiamo un contributo del magistrato Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia, con delega alla legalità, alla trasparenza e alla lotta alla corruzione, sul tema dei rapporti tra competizione e cooperazione
Il significato umano della convivenza civile è suscettibile di svilupparsi secondo due fondamentali linee ermeneutiche: o la competizione o la cooperazione. A ben vedere, però, esse sono due facce della stessa medaglia, ove la cooperazione racchiude in sé la competizione, siccome il fisico umano ricomprende al proprio interno muscoli agonisti e antagonisti. La competizione la sperimentiamo sin dai primi anni di scuola, quando siamo spinti a primeggiare per il voto più elevato, ma questa, in parte legittima, “volontà di potenza”, non deve far dimenticare che in ogni impero e in ogni regno vi sono sempre state delle leggi, unitamente a principi scritti e non scritti, che hanno regolato la convivenza civile.
Ecco dunque il nesso funzionale che dimostra la natura illusoria e apparente della competizione: che essa deve sempre essere accompagnata da norme di comportamento universale – il “neminem laedere“, la buona fede, la correttezza, la fiducia, la leale collaborazione-, poiché altrimenti non si avrebbe più a chi rivolgere i nostri traguardi, i nostri successi e, anche a voler aderire alla più egoistica delle interpretazioni psicologiche ed etiche, ogni traguardo è bello solo se condiviso con qualcuno, come ogni sovrano necessita di un popolo, di collaboratori, di organi che consentano allo Stato di funzionare. Viceversa, ci si troverebbe a regnare sul deserto. La storia ci insegna dunque come, accanto agli agoni sportivi, vi fosse sempre un momento di doveroso confronto e scambio di reciproca stima con l’avversario (giammai “nemico”). Ciò perché, avendo consapevolezza di essere mortali, siamo tutti consapevoli di necessitare dell’aiuto o della cooperazione di qualcuno, prima o poi.
Di qui, da questa consapevolezza di omerica memoria, è nata la civiltà, e due suoi istituti giuridici simbolici, trattati copiosamente da ogni manuale di diritto privato: l’obbligazione e il contratto. Tanto la nozione più generale (l’obbligazione) quanto quella più specifica (il contratto) necessitano infatti di almeno due parti (principio di dualità dell’obbligazione). E infatti, l’obbligazione presuppone sempre un rapporto relazionale, poiché non è concepibile un diritto o un dovere se non in relazione a qualcun altro. Così, anche nell’obbligazione da fatto illecito, a ben vedere, un vincolo obbligatorio scaturisce tra il danneggiante e il danneggiato e addirittura nella violazione del diritto comunitario si stringe un nesso tra lo Stato inadempiente, i propri cittadini e l’Unione Europea (cfr sentenza “Frankovich”).
È così allora che è nato il commercio, di qui le origini della moderna economia: dallo scambio, ossia dal confronto, dalla relazione. Anche i contratti associativi e di società derivano da una cooperazione, da un dialogo tra presidente, soci, sindaci e amministratori e possono agevolmente essere visti come aggregati di contratti commutativi, ossia come sintesi di contratti di lavoro, di appalto, di somministrazione, ecc. Ecco dunque che gli esseri umani hanno compreso il valore della società, in particolare della società cooperativa, ricordata anche nell’articolo 45 della nostra Costituzione. La società cooperativa, ove non rileva la quota di capitale sociale posseduto, quanto piuttosto il principio del voto capitario, è espressione in uno proprio di questa logica di cooperazione (da cui il nome) e della valorizzazione del momento funzionale e principio formativo dell’umanità. La società di diritto privato, peraltro, possiede la stessa etimologia della “società” intesa come “società civile”. Un caso? Non credo.
E infatti, come i rapporti tra soci devono essere improntati al rispetto, alla buona fede e alla correttezza e come costante diritto soggettivo dei soci sia quello della consultazione dei libri sociali e delle deliberazioni assembleari, così anche i rapporti tra i membri della società civile devono parimenti essere improntati al rispetto, alla correttezza, alla buona fede, alla fiducia. Proprio da questi principi nasce la cooperazione, nella quale rinviene il proprio significato la stessa competizione, come ribadito in secoli più recenti da alcuni pensatori che, pur partendo da una prospettiva che poneva l’individuo al centro, hanno necessariamente dovuto elaborare figure teoriche di solidarietà e di provvidenza, come la smithiana “mano invisibile“, che sole possono giustificare la genesi della società civile, la quale non a caso deriva dalla stipula…del contratto sociale originario (Rousseau, Telesio, Spinoza, Locke, Hobbes). Per una forma di eterogenesi dei fini, dunque, ciò che è competizione si risolve necessariamente in un’ottica cooperativa, poiché solo in tale prospettiva è possibile il funzionamento della società civile, siccome solo dalla collaborazione tra muscoli agonisti e antagonisti è possibile il funzionamento del corpo umano
La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
Di Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
Milano non appartiene a se stessa, ma al mondo, perché non già mera “urbe”, ma espressione di valori intramontabili, che uniscono tradizione e innovazione, tenendo per caro un passato illustre e, al contempo, con uno sguardo rivolto al futuro e a grandi sfide, come l’intelligenza artificiale. Milano è una città senza patria, e proprio per questo più universale di ogni altra, al pari di come chi ama viaggiare non possiede alcuna patria, se non il mondo stesso. L’identità di Milano è un intreccio di luci e ombre, di costruzione e contraddizione, come se ogni atto di bellezza dovesse necessariamente generare la propria controparte oscura. Da secoli, il suo Duomo sembra ricordarlo con un silenzio assordante: il capolavoro non si compie mai, perché ogni perfezione è, in fondo, un inganno e, in fondo, le città hanno qualcosa delle persone e, al pari di queste, non sono né bianche né nere, ma chiaroscure. Tra le architetture del Duomo si respira la tensione permanente tra la grandezza e il rischio della caduta. Dai cortili dei Navigli alle guglie della Cattedrale, dalle sale di Brera ai riflessi del Quadrilatero della moda, la città si mostra al mondo come una sintesi dell’intelligenza italiana. Ma ogni capitale di creatività, dove si produce e si amministra ricchezza, attira con sé anche la sua negazione: la fame del potere illecito, l’appetito della violenza, la tentazione del dominio. Non è un’anomalia, ma una legge antica. Là dove si creano valore e influenza, nascono inevitabilmente le mire di chi vuole impadronirsene. È la stessa logica che, a ben vedere, trasforma ogni metropoli nella copia inquieta di se stessa. Negli anni Settanta e Ottanta, Milano fu laboratorio di tutto ciò. Erano tempi di crescita febbrile, di contrasti acuti, di una vitalità che traboccava persino nel disordine. La città era motore economico, capitale morale, luogo di convergenza di ogni ambizione nazionale. In quegli stessi anni, tuttavia, divenne anche il teatro di un’altra “epopea”, quella della “mala milanese”, che seppe costruire il proprio “mito” tra rapine, sparatorie e locali notturni. Francis Turatello, detto Faccia d’angelo, ne fu il simbolo. La sua figura, insieme spietata e raffinata, dominò per anni il sottobosco criminale della città. Proveniente da un mondo che univa l’astuzia del ladro d’altri tempi al cinismo del “gangster” moderno, Turatello incarnò il lato oscuro del miracolo economico: il bandito che comprende la logica del denaro e la usa contro il sistema che lo produce. La sua parabola si intrecciò con quella di Renato Vallanzasca, il “bel René”, personaggio che l’opinione pubblica rese, suo malgrado, quasi “romantico”. Dietro la leggenda dei rapinatori gentiluomini, tuttavia, c’era una verità più profonda: Milano era diventata il crocevia di un nuovo tipo di criminalità, che si nutriva di immagine, che cercava rispetto tanto quanto denaro, che trasformava la cronaca in spettacolo. La città viveva una metamorfosi silente: la violenza non era più confinata ai sobborghi, ma entrava nei salotti, si intrecciava con la finanza, con la politica, con le relazioni internazionali, siccome la mafia contemporanea si caratterizza proprio per questo: il voler penetrare con decisione e disinvoltura nelle attività economiche lecite. L’omicidio di Turatello nel 1981, avvenuto nel carcere di Nuoro per mano di affiliati della Banda della Magliana, segnò simbolicamente la fine di un’epoca. Da quel momento, la criminalità milanese cominciò a cambiare volto. L’epoca della “mala” spettacolare lasciò spazio all’entrata insidiosa delle organizzazioni mafiose tradizionali: ’Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra. Non più sparatorie in strada, ma strategie finanziarie, appalti, società di comodo, riciclaggio. Mentre il mondo dell’economia legale cercava di cavalcare il benessere degli anni Ottanta, quello illegale imparava a infiltrarsi nel cuore dei processi produttivi. Non fu un caso se proprio in quegli anni Milano divenne anche il fulcro delle grandi trame finanziarie che scossero l’Italia: Michele Sindona e Roberto Calvi, due banchieri legati a poteri occulti e reti massoniche, mostrarono al mondo il volto più ambiguo della città. I loro crolli, culminati in morti misteriose, non furono semplici tragedie individuali ma eventi simbolici. Dietro le loro vicende si muovevano forze che avevano fatto di Milano il crocevia dell’economia segreta del Paese: logge deviate, fondazioni, capitali neri, un sistema parallelo che faceva del profitto il suo solo credo. La città, che nel frattempo alimentava il mito della modernità, diventava anche il laboratorio del crimine finanziario, la frontiera dove il denaro e il potere si confondevano fino a non riconoscersi più. Poi, come in un contrappasso, arrivarono gli anni Novanta. “Tangentopoli” fu la resa dei conti di un’epoca intera. “Mani Pulite” non solo smascherò un sistema di corruzione diffusa, ma ne rivelò una verità più profonda: Milano non era soltanto vittima o carnefice, ma il cuore stesso del meccanismo. Molti vi ruotavano intorno e il suo nome divenne, nel bene e nel male, sinonimo di potere. La città reagì con la consueta energia, ma il prezzo fu alto: la fiducia nelle Istituzioni, nelle regole, nella linearità del merito, si incrinò. In quello stesso periodo la criminalità organizzata trovò nuovi spazi. La ’Ndrangheta, forte di una struttura familiare solida e discreta, seppe sfruttare l’instabilità per insinuarsi nei gangli dell’economia. Milano non fu più solo la città delle rapine, ma quella dei cantieri e dei capitali sporchi. L’edilizia, i trasporti, la ristorazione, la logistica: ogni settore divenne un possibile canale di riciclaggio. Le mafie impararono a comportarsi come imprese e, paradossalmente, a contribuire al sistema che avrebbero dovuto distruggere. Il crimine non era più visibile perché non aveva bisogno di esserlo. Si muoveva con discrezione, mimetizzato nella quotidianità. Con l’inizio del nuovo millennio, la città, eternamente cosmopolita, riprese in ogni caso la sua corsa verso il futuro. L’Expo 2015 rappresentò il culmine di una visione globale, un progetto di rinascita architettonica e culturale che ridisegnò i quartieri, elevò le torri e riscrisse la mappa simbolica della città. E pur tuttavia, ogni progresso produce, quasi per attrito, nuove marginalità. Le periferie, da Baggio a Quarto Oggiaro, da Corvetto a Gratosoglio, continuarono a rappresentare l’altra faccia del benessere. Zone dove la speranza ha smesso di crescere e dove la povertà non è solo materiale ma soprattutto relazionale. È in questi spazi che, lentamente, si è sviluppato il fenomeno delle “baby gang”: giovani e giovanissimi che non si sentono parte del tessuto civile, che cercano visibilità attraverso la violenza, che vivono il disordine come forma di espressione. Non si tratta, come spesso si semplifica, di ragazzi “senza valori”. Al contrario, essi incarnano un sistema di valori distorto, ma coerente, fondato sul rispetto guadagnato con la forza, sulla fratellanza interna e sulla sfida all’autorità. Le “baby gang” sono, in un certo senso, il prodotto culturale di un’epoca che ha smarrito la comunità. Dove la famiglia non riesce più a educare, la scuola non riesce più a trattenere e la società non offre riconoscimento, la banda diventa identità, linguaggio, famiglia alternativa. I loro atti di violenza sono gesti di visibilità. Nati nell’era dei social, “questi gruppi esistono davvero solo se qualcuno li guarda”. Le aggressioni vengono filmate, le risse messe in rete, le minacce pubblicate come trofei. È un teatro della crudeltà che cerca attenzione, un grido che chiede di essere ascoltato da un mondo che non sa più comunicare. Il Procuratore Generale Pier Luigi Dell’Osso, già anni fa, aveva colto la pericolosità del fenomeno paragonandolo alle “pandillas” latinoamericane: aggregazioni nate nei vuoti dello Stato, capaci di trasformare il disagio in appartenenza. Milano, città metropolitana per eccellenza, con le sue disuguaglianze e le sue zone d’ombra, offre il terreno ideale perché queste dinamiche si radichino. La risposta istituzionale, tuttavia, non può essere solo repressiva. La storia dimostra che la forza, da sola, non corregge il disagio ma lo amplifica. Il carcere minorile, quando non accompagnato da percorsi educativi e di reinserimento, diventa spesso una palestra di criminalità. Serve una cultura della prevenzione diffusa, una visione che metta insieme scuola, lavoro, sport e formazione civica. È necessario restituire ai giovani la percezione di un futuro possibile, perché dove non c’è prospettiva, la legge perde significato. In questo senso, la giustizia riparativa rappresenta un orizzonte etico e pragmatico: educare al senso della responsabilità, alla comprensione del danno, alla restituzione simbolica verso la comunità. Il male non si combatte solo con la punizione, ma con la conoscenza. E qui torna il senso profondo della città: Milano è da sempre laboratorio di cultura e di rigore, luogo dove la mente e l’etica hanno imparato a convivere. Il suo destino, oggi come ieri, dipende dalla capacità di riconoscere i propri limiti e di trasformarli in risorsa. Le “baby gang” non sono un corpo estraneo: sono il sintomo di un sistema che ha perso la capacità di includere. Martin Luther King scrisse che ciò che spaventa non è la violenza dei cattivi, ma l’indifferenza dei buoni. È una frase che sembra descrivere perfettamente il cuore della questione. L’indifferenza è la più pericolosa forma di complicità, perché cancella il senso della responsabilità collettiva. Milano, città che produce e amministra, rischia di diventare vittima della propria efficienza, se dimentica di ascoltare il rumore sommesso delle proprie periferie. Eppure, questa città, metropoli culturale ed economica, possiede una virtù rara: quella di rinascere dalle proprie ferite. Dopo ogni stagione di scandali, Milano ha sempre reagito, reinventandosi. Lo ha fatto con la cultura, con la legalità, con la sua capacità di progettare e di creare bellezza. La sua forza non è nella purezza, ma nella resilienza. È come il suo Duomo, che continua a costruirsi senza mai concludersi, consapevole che l’incompiutezza è la sola forma di eternità concessa all’uomo. Dalla mala di Turatello alle “baby gang” dei nostri giorni, la parabola è chiara: ogni epoca ha la propria forma di devianza, ma anche la propria occasione di riscatto. Il compito di Milano, oggi, è quello di non dimenticare questa lezione. Solo riconoscendo le proprie ombre potrà continuare a essere ciò che è sempre stata: una città che insegna al mondo come si può cadere, rialzarsi e ricominciare a costruire. Così, Milano fa ciò che le riesce meglio: assorbire ogni colpo, riorganizzarsi, tornare a mostrarsi. Lo fa con la consueta professionalità, con quella capacità tutta sua di attraversare le crisi senza mai fermarsi davvero, dopo essersi immersa fino in fondo nelle proprie contraddizioni. In questo senso, le Olimpiadi Invernali Milano–Cortina 2026 non sono soltanto un evento sportivo, ma un atto simbolico, aggregante e di portata universale, con un messaggio comunicativo estremamente importante: che lo sport può unire, sempre, anche in un’epoca storica dalle molteplici criticità. Ancora una volta la città si offre allo sguardo del mondo, pronta a esibire efficienza, modernità e visione, mentre sotto la superficie continuano a muoversi, silenziose, le sue linee di frattura. Gli occhi delle genti, delle Istituzioni, dei governi, dei cittadini di novantatré nazioni e persino dei dissidenti tornano a posarsi qui, su questa città che non smette mai di rappresentare se stessa e una certa idea d’Italia imprenditrice. Milano si conferma per ciò che è sempre stata: un luogo capace di entusiasmare, commuovere e inquietare allo stesso tempo, di promettere, e talvolta concedere, futuro mentre convive con le proprie complessità. Ed è proprio in questa tensione mai davvero risolta che risiede la sua vera identità e, perché no, anche la sua bellezza più autentica.
Un articolo, per me particolarmente significativo, che ha raggiunto più di 35.000 visualizzazioni e quasi 700 commenti, su Linkedin, che racconta non solo la storia di mio padre, Egidio Marco Cioppa, ma anche e soprattutto la storia dei molti eroi “silenziosi” che hanno contribuito a edificare la storia della società civile. Un messaggio particolare importante che a mio avviso deve essere tramandato e “consegnato” ai giovani e alle nuove generazioni è proprio questo: che i valori etici, morali e giuridici dello spirito di servizio e di sacrificio, di strenuo impegno, di coraggio e di eroismo, devono sempre improntare le condotte e umane e le vite dei singoli e quella della collettività.
Ci sono uomini il cui valore è così evidente da sembrare naturale, eppure destinato a scivolare nell’oblio.
Egidio Marco Cioppa è uno di questi. Ammiraglio di squadra, padre di sette figli, protagonista silenzioso di guerre, battaglie e delicatissimi negoziati internazionali, ha costruito sicurezza e stabilità per l’Italia e per l’Europa.
Eppure oggi il suo nome sopravvive a malapena in qualche trafiletto enciclopedico, come se la grandezza, per non disturbare, dovesse restare in disparte.
Nato il 16 gennaio 1910, apparteneva a quella generazione temprata dalle privazioni e educata al rigore.
La Sciabola d’onore, prestigiosa distinzione riservata agli allievi che terminano sempre al primo posto, gli fu conferita fin da giovane.
Non era semplice talento, ma disciplina e costanza, qualità che oggi, nell’era dell’apparire, sembrano rare e preziose.
L’Accademia lo formò alla disciplina, ma fu il mare a forgiare l’uomo: l’orizzonte sconfinato, il vento tagliente e le notti di tempesta mettevano alla prova il coraggio e la lucidità di chi sa che ogni decisione può essere questione di vita o di morte.
Per i giovani, questa immagine parla di resilienza e di confronto con i propri limiti; per gli adulti, è monito sul valore della perseveranza e della responsabilità.
La sua carriera si snodò tra guerra d’Etiopia, guerra civile spagnola, campagna di Cina e infine la Seconda guerra mondiale. Ogni teatro di guerra fu un banco di prova dove strategia e sangue si mescolavano, e dove Cioppa seppe distinguersi senza mai far rumore.
Centoventisette missioni in comando, senza una perdita: un risultato straordinario, che oggi appare quasi incredibile nella sua perfezione.
Ogni partenza era un rischio, ogni ritorno un trionfo discreto, costruito sul rigore, sulla capacità di comando e sul rispetto reciproco tra ufficiale e uomini.
Quattro medaglie al valor militare e tre encomi solenni raccontano più fatti concreti che parole retoriche.
Riflettere sulla sua carriera significa comprendere che l’eccellenza non si misura con i like, i titoli o l’attenzione dei media, ma con il peso delle responsabilità portate a termine, spesso in silenzio.
I giovani possono imparare da questo che il vero valore si costruisce con coerenza e disciplina; gli adulti possono ricordare che il ruolo di guida richiede dedizione e attenzione verso chi dipende dalle nostre scelte.
Dopo la guerra, quando l’Italia cercava di ricostruire non solo le città, ma anche la propria credibilità internazionale, Cioppa mise la sua esperienza al servizio della neonata NATO, presiedendo per sette anni il Comitato Armamenti Navali delle Marine Alleate, contribuendo a stabilire equilibri delicatissimi e standard destinati a durare decenni.
In quelle sale dove si decidevano equilibri di vita e morte, la sua voce era ascoltata con rispetto; in patria, invece, il suo nome restava relegato a poche righe.
Chiunque osservi questo contrasto può trarre una lezione: il valore autentico spesso non cerca conferme, e la discrezione è parte integrante della vera grandezza.
Grande Ufficiale della Repubblica Italiana, Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia, Cavaliere Mauriziano, padre di sette figli, Cioppa incarnava l’eroismo quotidiano: non solo quello misurabile in missioni e medaglie, ma quello silenzioso che tiene insieme famiglia, dovere e responsabilità.
Gustavo, Angelica, Carlotta, Caterina, Antonio, Assunta Stefania e Salvatore Marco furono la sua vera flotta, quella domestica, che richiedeva equilibrio tra affetto e disciplina.
Anche qui, il suo esempio è illuminante: educare significa guidare con coerenza e con amore, trasmettendo valori che rimangono vivi molto più delle parole.
Non ci sono commemorazioni ufficiali recenti, né eventi dedicati, se non il ricordo discreto di suo figlio Gustavo. Mentre altri eroi di carta riempiono anniversari e convegni, un uomo che ha garantito sicurezza, stabilità e onore resta in disparte.
Cioppa non cercò riflettori: parlava attraverso le missioni compiute, gli uomini salvati, i progetti portati a termine. La sua grandezza sta nella discrezione e nell’evidenza dei risultati.
Riscoprire Egidio Marco Cioppa significa comprendere che l’onore non è parola vuota, che comandare vuol dire responsabilità e cura, e che la vera vittoria non è farsi vedere, ma portare tutti a casa, missione dopo missione.
Per i giovani, il suo esempio è stimolo a coltivare disciplina, coraggio e coerenza; per gli adulti, monito a guidare con responsabilità, dedizione e attenzione verso chi dipende dalle nostre scelte.
Un Paese che dimentica i suoi eroi rischia di perdere non solo la memoria, ma se stesso.
Riscoprire Egidio Marco Cioppa significa ritrovare il senso del dovere, l’arte del comando, e la grandezza silenziosa che davvero cambia il mondo.