







Competizione o cooperazione? Il significato umano della convivenza civile è suscettibile di svilupparsi secondo due fondamentali linee ermeneutiche. Che forse non sono così contrapposte come molti pensano. Ed anzi dalla loro tensione il confronto civile si fortifica

Gustavo Cioppa
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Pubblichiamo un contributo del magistrato Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia, con delega alla legalità, alla trasparenza e alla lotta alla corruzione, sul tema dei rapporti tra competizione e cooperazione
Il significato umano della convivenza civile è suscettibile di svilupparsi secondo due fondamentali linee ermeneutiche: o la competizione o la cooperazione. A ben vedere, però, esse sono due facce della stessa medaglia, ove la cooperazione racchiude in sé la competizione, siccome il fisico umano ricomprende al proprio interno muscoli agonisti e antagonisti. La competizione la sperimentiamo sin dai primi anni di scuola, quando siamo spinti a primeggiare per il voto più elevato, ma questa, in parte legittima, “volontà di potenza”, non deve far dimenticare che in ogni impero e in ogni regno vi sono sempre state delle leggi, unitamente a principi scritti e non scritti, che hanno regolato la convivenza civile.
Ecco dunque il nesso funzionale che dimostra la natura illusoria e apparente della competizione: che essa deve sempre essere accompagnata da norme di comportamento universale – il “neminem laedere“, la buona fede, la correttezza, la fiducia, la leale collaborazione-, poiché altrimenti non si avrebbe più a chi rivolgere i nostri traguardi, i nostri successi e, anche a voler aderire alla più egoistica delle interpretazioni psicologiche ed etiche, ogni traguardo è bello solo se condiviso con qualcuno, come ogni sovrano necessita di un popolo, di collaboratori, di organi che consentano allo Stato di funzionare. Viceversa, ci si troverebbe a regnare sul deserto. La storia ci insegna dunque come, accanto agli agoni sportivi, vi fosse sempre un momento di doveroso confronto e scambio di reciproca stima con l’avversario (giammai “nemico”). Ciò perché, avendo consapevolezza di essere mortali, siamo tutti consapevoli di necessitare dell’aiuto o della cooperazione di qualcuno, prima o poi.
Di qui, da questa consapevolezza di omerica memoria, è nata la civiltà, e due suoi istituti giuridici simbolici, trattati copiosamente da ogni manuale di diritto privato: l’obbligazione e il contratto. Tanto la nozione più generale (l’obbligazione) quanto quella più specifica (il contratto) necessitano infatti di almeno due parti (principio di dualità dell’obbligazione). E infatti, l’obbligazione presuppone sempre un rapporto relazionale, poiché non è concepibile un diritto o un dovere se non in relazione a qualcun altro. Così, anche nell’obbligazione da fatto illecito, a ben vedere, un vincolo obbligatorio scaturisce tra il danneggiante e il danneggiato e addirittura nella violazione del diritto comunitario si stringe un nesso tra lo Stato inadempiente, i propri cittadini e l’Unione Europea (cfr sentenza “Frankovich”).
È così allora che è nato il commercio, di qui le origini della moderna economia: dallo scambio, ossia dal confronto, dalla relazione. Anche i contratti associativi e di società derivano da una cooperazione, da un dialogo tra presidente, soci, sindaci e amministratori e possono agevolmente essere visti come aggregati di contratti commutativi, ossia come sintesi di contratti di lavoro, di appalto, di somministrazione, ecc. Ecco dunque che gli esseri umani hanno compreso il valore della società, in particolare della società cooperativa, ricordata anche nell’articolo 45 della nostra Costituzione. La società cooperativa, ove non rileva la quota di capitale sociale posseduto, quanto piuttosto il principio del voto capitario, è espressione in uno proprio di questa logica di cooperazione (da cui il nome) e della valorizzazione del momento funzionale e principio formativo dell’umanità. La società di diritto privato, peraltro, possiede la stessa etimologia della “società” intesa come “società civile”. Un caso? Non credo.
E infatti, come i rapporti tra soci devono essere improntati al rispetto, alla buona fede e alla correttezza e come costante diritto soggettivo dei soci sia quello della consultazione dei libri sociali e delle deliberazioni assembleari, così anche i rapporti tra i membri della società civile devono parimenti essere improntati al rispetto, alla correttezza, alla buona fede, alla fiducia. Proprio da questi principi nasce la cooperazione, nella quale rinviene il proprio significato la stessa competizione, come ribadito in secoli più recenti da alcuni pensatori che, pur partendo da una prospettiva che poneva l’individuo al centro, hanno necessariamente dovuto elaborare figure teoriche di solidarietà e di provvidenza, come la smithiana “mano invisibile“, che sole possono giustificare la genesi della società civile, la quale non a caso deriva dalla stipula…del contratto sociale originario (Rousseau, Telesio, Spinoza, Locke, Hobbes). Per una forma di eterogenesi dei fini, dunque, ciò che è competizione si risolve necessariamente in un’ottica cooperativa, poiché solo in tale prospettiva è possibile il funzionamento della società civile, siccome solo dalla collaborazione tra muscoli agonisti e antagonisti è possibile il funzionamento del corpo umano
https://www.affaritaliani.it/milano/competizione-o-cooperazione.html
La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Di Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
Milano non appartiene a se stessa, ma al mondo, perché non già mera “urbe”, ma espressione di valori intramontabili, che uniscono tradizione e innovazione, tenendo per caro un passato illustre e, al contempo, con uno sguardo rivolto al futuro e a grandi sfide, come l’intelligenza artificiale. Milano è una città senza patria, e proprio per questo più universale di ogni altra, al pari di come chi ama viaggiare non possiede alcuna patria, se non il mondo stesso. L’identità di Milano è un intreccio di luci e ombre, di costruzione e contraddizione, come se ogni atto di bellezza dovesse necessariamente generare la propria controparte oscura. Da secoli, il suo Duomo sembra ricordarlo con un silenzio assordante: il capolavoro non si compie mai, perché ogni perfezione è, in fondo, un inganno e, in fondo, le città hanno qualcosa delle persone e, al pari di queste, non sono né bianche né nere, ma chiaroscure. Tra le architetture del Duomo si respira la tensione permanente tra la grandezza e il rischio della caduta. Dai cortili dei Navigli alle guglie della Cattedrale, dalle sale di Brera ai riflessi del Quadrilatero della moda, la città si mostra al mondo come una sintesi dell’intelligenza italiana. Ma ogni capitale di creatività, dove si produce e si amministra ricchezza, attira con sé anche la sua negazione: la fame del potere illecito, l’appetito della violenza, la tentazione del dominio. Non è un’anomalia, ma una legge antica. Là dove si creano valore e influenza, nascono inevitabilmente le mire di chi vuole impadronirsene. È la stessa logica che, a ben vedere, trasforma ogni metropoli nella copia inquieta di se stessa. Negli anni Settanta e Ottanta, Milano fu laboratorio di tutto ciò. Erano tempi di crescita febbrile, di contrasti acuti, di una vitalità che traboccava persino nel disordine. La città era motore economico, capitale morale, luogo di convergenza di ogni ambizione nazionale. In quegli stessi anni, tuttavia, divenne anche il teatro di un’altra “epopea”, quella della “mala milanese”, che seppe costruire il proprio “mito” tra rapine, sparatorie e locali notturni. Francis Turatello, detto Faccia d’angelo, ne fu il simbolo. La sua figura, insieme spietata e raffinata, dominò per anni il sottobosco criminale della città. Proveniente da un mondo che univa l’astuzia del ladro d’altri tempi al cinismo del “gangster” moderno, Turatello incarnò il lato oscuro del miracolo economico: il bandito che comprende la logica del denaro e la usa contro il sistema che lo produce. La sua parabola si intrecciò con quella di Renato Vallanzasca, il “bel René”, personaggio che l’opinione pubblica rese, suo malgrado, quasi “romantico”. Dietro la leggenda dei rapinatori gentiluomini, tuttavia, c’era una verità più profonda: Milano era diventata il crocevia di un nuovo tipo di criminalità, che si nutriva di immagine, che cercava rispetto tanto quanto denaro, che trasformava la cronaca in spettacolo. La città viveva una metamorfosi silente: la violenza non era più confinata ai sobborghi, ma entrava nei salotti, si intrecciava con la finanza, con la politica, con le relazioni internazionali, siccome la mafia contemporanea si caratterizza proprio per questo: il voler penetrare con decisione e disinvoltura nelle attività economiche lecite. L’omicidio di Turatello nel 1981, avvenuto nel carcere di Nuoro per mano di affiliati della Banda della Magliana, segnò simbolicamente la fine di un’epoca. Da quel momento, la criminalità milanese cominciò a cambiare volto. L’epoca della “mala” spettacolare lasciò spazio all’entrata insidiosa delle organizzazioni mafiose tradizionali: ’Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra. Non più sparatorie in strada, ma strategie finanziarie, appalti, società di comodo, riciclaggio. Mentre il mondo dell’economia legale cercava di cavalcare il benessere degli anni Ottanta, quello illegale imparava a infiltrarsi nel cuore dei processi produttivi. Non fu un caso se proprio in quegli anni Milano divenne anche il fulcro delle grandi trame finanziarie che scossero l’Italia: Michele Sindona e Roberto Calvi, due banchieri legati a poteri occulti e reti massoniche, mostrarono al mondo il volto più ambiguo della città. I loro crolli, culminati in morti misteriose, non furono semplici tragedie individuali ma eventi simbolici. Dietro le loro vicende si muovevano forze che avevano fatto di Milano il crocevia dell’economia segreta del Paese: logge deviate, fondazioni, capitali neri, un sistema parallelo che faceva del profitto il suo solo credo. La città, che nel frattempo alimentava il mito della modernità, diventava anche il laboratorio del crimine finanziario, la frontiera dove il denaro e il potere si confondevano fino a non riconoscersi più. Poi, come in un contrappasso, arrivarono gli anni Novanta. “Tangentopoli” fu la resa dei conti di un’epoca intera. “Mani Pulite” non solo smascherò un sistema di corruzione diffusa, ma ne rivelò una verità più profonda: Milano non era soltanto vittima o carnefice, ma il cuore stesso del meccanismo. Molti vi ruotavano intorno e il suo nome divenne, nel bene e nel male, sinonimo di potere. La città reagì con la consueta energia, ma il prezzo fu alto: la fiducia nelle Istituzioni, nelle regole, nella linearità del merito, si incrinò. In quello stesso periodo la criminalità organizzata trovò nuovi spazi. La ’Ndrangheta, forte di una struttura familiare solida e discreta, seppe sfruttare l’instabilità per insinuarsi nei gangli dell’economia. Milano non fu più solo la città delle rapine, ma quella dei cantieri e dei capitali sporchi. L’edilizia, i trasporti, la ristorazione, la logistica: ogni settore divenne un possibile canale di riciclaggio. Le mafie impararono a comportarsi come imprese e, paradossalmente, a contribuire al sistema che avrebbero dovuto distruggere. Il crimine non era più visibile perché non aveva bisogno di esserlo. Si muoveva con discrezione, mimetizzato nella quotidianità. Con l’inizio del nuovo millennio, la città, eternamente cosmopolita, riprese in ogni caso la sua corsa verso il futuro. L’Expo 2015 rappresentò il culmine di una visione globale, un progetto di rinascita architettonica e culturale che ridisegnò i quartieri, elevò le torri e riscrisse la mappa simbolica della città. E pur tuttavia, ogni progresso produce, quasi per attrito, nuove marginalità. Le periferie, da Baggio a Quarto Oggiaro, da Corvetto a Gratosoglio, continuarono a rappresentare l’altra faccia del benessere. Zone dove la speranza ha smesso di crescere e dove la povertà non è solo materiale ma soprattutto relazionale. È in questi spazi che, lentamente, si è sviluppato il fenomeno delle “baby gang”: giovani e giovanissimi che non si sentono parte del tessuto civile, che cercano visibilità attraverso la violenza, che vivono il disordine come forma di espressione. Non si tratta, come spesso si semplifica, di ragazzi “senza valori”. Al contrario, essi incarnano un sistema di valori distorto, ma coerente, fondato sul rispetto guadagnato con la forza, sulla fratellanza interna e sulla sfida all’autorità. Le “baby gang” sono, in un certo senso, il prodotto culturale di un’epoca che ha smarrito la comunità. Dove la famiglia non riesce più a educare, la scuola non riesce più a trattenere e la società non offre riconoscimento, la banda diventa identità, linguaggio, famiglia alternativa. I loro atti di violenza sono gesti di visibilità. Nati nell’era dei social, “questi gruppi esistono davvero solo se qualcuno li guarda”. Le aggressioni vengono filmate, le risse messe in rete, le minacce pubblicate come trofei. È un teatro della crudeltà che cerca attenzione, un grido che chiede di essere ascoltato da un mondo che non sa più comunicare. Il Procuratore Generale Pier Luigi Dell’Osso, già anni fa, aveva colto la pericolosità del fenomeno paragonandolo alle “pandillas” latinoamericane: aggregazioni nate nei vuoti dello Stato, capaci di trasformare il disagio in appartenenza. Milano, città metropolitana per eccellenza, con le sue disuguaglianze e le sue zone d’ombra, offre il terreno ideale perché queste dinamiche si radichino. La risposta istituzionale, tuttavia, non può essere solo repressiva. La storia dimostra che la forza, da sola, non corregge il disagio ma lo amplifica. Il carcere minorile, quando non accompagnato da percorsi educativi e di reinserimento, diventa spesso una palestra di criminalità. Serve una cultura della prevenzione diffusa, una visione che metta insieme scuola, lavoro, sport e formazione civica. È necessario restituire ai giovani la percezione di un futuro possibile, perché dove non c’è prospettiva, la legge perde significato. In questo senso, la giustizia riparativa rappresenta un orizzonte etico e pragmatico: educare al senso della responsabilità, alla comprensione del danno, alla restituzione simbolica verso la comunità. Il male non si combatte solo con la punizione, ma con la conoscenza. E qui torna il senso profondo della città: Milano è da sempre laboratorio di cultura e di rigore, luogo dove la mente e l’etica hanno imparato a convivere. Il suo destino, oggi come ieri, dipende dalla capacità di riconoscere i propri limiti e di trasformarli in risorsa. Le “baby gang” non sono un corpo estraneo: sono il sintomo di un sistema che ha perso la capacità di includere. Martin Luther King scrisse che ciò che spaventa non è la violenza dei cattivi, ma l’indifferenza dei buoni. È una frase che sembra descrivere perfettamente il cuore della questione. L’indifferenza è la più pericolosa forma di complicità, perché cancella il senso della responsabilità collettiva. Milano, città che produce e amministra, rischia di diventare vittima della propria efficienza, se dimentica di ascoltare il rumore sommesso delle proprie periferie. Eppure, questa città, metropoli culturale ed economica, possiede una virtù rara: quella di rinascere dalle proprie ferite. Dopo ogni stagione di scandali, Milano ha sempre reagito, reinventandosi. Lo ha fatto con la cultura, con la legalità, con la sua capacità di progettare e di creare bellezza. La sua forza non è nella purezza, ma nella resilienza. È come il suo Duomo, che continua a costruirsi senza mai concludersi, consapevole che l’incompiutezza è la sola forma di eternità concessa all’uomo. Dalla mala di Turatello alle “baby gang” dei nostri giorni, la parabola è chiara: ogni epoca ha la propria forma di devianza, ma anche la propria occasione di riscatto. Il compito di Milano, oggi, è quello di non dimenticare questa lezione. Solo riconoscendo le proprie ombre potrà continuare a essere ciò che è sempre stata: una città che insegna al mondo come si può cadere, rialzarsi e ricominciare a costruire. Così, Milano fa ciò che le riesce meglio: assorbire ogni colpo, riorganizzarsi, tornare a mostrarsi. Lo fa con la consueta professionalità, con quella capacità tutta sua di attraversare le crisi senza mai fermarsi davvero, dopo essersi immersa fino in fondo nelle proprie contraddizioni. In questo senso, le Olimpiadi Invernali Milano–Cortina 2026 non sono soltanto un evento sportivo, ma un atto simbolico, aggregante e di portata universale, con un messaggio comunicativo estremamente importante: che lo sport può unire, sempre, anche in un’epoca storica dalle molteplici criticità. Ancora una volta la città si offre allo sguardo del mondo, pronta a esibire efficienza, modernità e visione, mentre sotto la superficie continuano a muoversi, silenziose, le sue linee di frattura. Gli occhi delle genti, delle Istituzioni, dei governi, dei cittadini di novantatré nazioni e persino dei dissidenti tornano a posarsi qui, su questa città che non smette mai di rappresentare se stessa e una certa idea d’Italia imprenditrice. Milano si conferma per ciò che è sempre stata: un luogo capace di entusiasmare, commuovere e inquietare allo stesso tempo, di promettere, e talvolta concedere, futuro mentre convive con le proprie complessità. Ed è proprio in questa tensione mai davvero risolta che risiede la sua vera identità e, perché no, anche la sua bellezza più autentica.

Un articolo, per me particolarmente significativo, che ha raggiunto più di 35.000 visualizzazioni e quasi 700 commenti, su Linkedin, che racconta non solo la storia di mio padre, Egidio Marco Cioppa, ma anche e soprattutto la storia dei molti eroi “silenziosi” che hanno contribuito a edificare la storia della società civile. Un messaggio particolare importante che a mio avviso deve essere tramandato e “consegnato” ai giovani e alle nuove generazioni è proprio questo: che i valori etici, morali e giuridici dello spirito di servizio e di sacrificio, di strenuo impegno, di coraggio e di eroismo, devono sempre improntare le condotte e umane e le vite dei singoli e quella della collettività.
Ci sono uomini il cui valore è così evidente da sembrare naturale, eppure destinato a scivolare nell’oblio.
Egidio Marco Cioppa è uno di questi. Ammiraglio di squadra, padre di sette figli, protagonista silenzioso di guerre, battaglie e delicatissimi negoziati internazionali, ha costruito sicurezza e stabilità per l’Italia e per l’Europa.
Eppure oggi il suo nome sopravvive a malapena in qualche trafiletto enciclopedico, come se la grandezza, per non disturbare, dovesse restare in disparte.
Nato il 16 gennaio 1910, apparteneva a quella generazione temprata dalle privazioni e educata al rigore.
La Sciabola d’onore, prestigiosa distinzione riservata agli allievi che terminano sempre al primo posto, gli fu conferita fin da giovane.
Non era semplice talento, ma disciplina e costanza, qualità che oggi, nell’era dell’apparire, sembrano rare e preziose.
L’Accademia lo formò alla disciplina, ma fu il mare a forgiare l’uomo: l’orizzonte sconfinato, il vento tagliente e le notti di tempesta mettevano alla prova il coraggio e la lucidità di chi sa che ogni decisione può essere questione di vita o di morte.
Per i giovani, questa immagine parla di resilienza e di confronto con i propri limiti; per gli adulti, è monito sul valore della perseveranza e della responsabilità.
La sua carriera si snodò tra guerra d’Etiopia, guerra civile spagnola, campagna di Cina e infine la Seconda guerra mondiale. Ogni teatro di guerra fu un banco di prova dove strategia e sangue si mescolavano, e dove Cioppa seppe distinguersi senza mai far rumore.
Centoventisette missioni in comando, senza una perdita: un risultato straordinario, che oggi appare quasi incredibile nella sua perfezione.
Ogni partenza era un rischio, ogni ritorno un trionfo discreto, costruito sul rigore, sulla capacità di comando e sul rispetto reciproco tra ufficiale e uomini.
Quattro medaglie al valor militare e tre encomi solenni raccontano più fatti concreti che parole retoriche.
Riflettere sulla sua carriera significa comprendere che l’eccellenza non si misura con i like, i titoli o l’attenzione dei media, ma con il peso delle responsabilità portate a termine, spesso in silenzio.
I giovani possono imparare da questo che il vero valore si costruisce con coerenza e disciplina; gli adulti possono ricordare che il ruolo di guida richiede dedizione e attenzione verso chi dipende dalle nostre scelte.
Dopo la guerra, quando l’Italia cercava di ricostruire non solo le città, ma anche la propria credibilità internazionale, Cioppa mise la sua esperienza al servizio della neonata NATO, presiedendo per sette anni il Comitato Armamenti Navali delle Marine Alleate, contribuendo a stabilire equilibri delicatissimi e standard destinati a durare decenni.
In quelle sale dove si decidevano equilibri di vita e morte, la sua voce era ascoltata con rispetto; in patria, invece, il suo nome restava relegato a poche righe.
Chiunque osservi questo contrasto può trarre una lezione: il valore autentico spesso non cerca conferme, e la discrezione è parte integrante della vera grandezza.
Grande Ufficiale della Repubblica Italiana, Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia, Cavaliere Mauriziano, padre di sette figli, Cioppa incarnava l’eroismo quotidiano: non solo quello misurabile in missioni e medaglie, ma quello silenzioso che tiene insieme famiglia, dovere e responsabilità.
Gustavo, Angelica, Carlotta, Caterina, Antonio, Assunta Stefania e Salvatore Marco furono la sua vera flotta, quella domestica, che richiedeva equilibrio tra affetto e disciplina.
Anche qui, il suo esempio è illuminante: educare significa guidare con coerenza e con amore, trasmettendo valori che rimangono vivi molto più delle parole.
Non ci sono commemorazioni ufficiali recenti, né eventi dedicati, se non il ricordo discreto di suo figlio Gustavo. Mentre altri eroi di carta riempiono anniversari e convegni, un uomo che ha garantito sicurezza, stabilità e onore resta in disparte.
Cioppa non cercò riflettori: parlava attraverso le missioni compiute, gli uomini salvati, i progetti portati a termine. La sua grandezza sta nella discrezione e nell’evidenza dei risultati.
Riscoprire Egidio Marco Cioppa significa comprendere che l’onore non è parola vuota, che comandare vuol dire responsabilità e cura, e che la vera vittoria non è farsi vedere, ma portare tutti a casa, missione dopo missione.
Per i giovani, il suo esempio è stimolo a coltivare disciplina, coraggio e coerenza; per gli adulti, monito a guidare con responsabilità, dedizione e attenzione verso chi dipende dalle nostre scelte.
Un Paese che dimentica i suoi eroi rischia di perdere non solo la memoria, ma se stesso.
Riscoprire Egidio Marco Cioppa significa ritrovare il senso del dovere, l’arte del comando, e la grandezza silenziosa che davvero cambia il mondo.


Il nuovo magazine cartaceo WikiMilano ospita un approfondimento del nostro editorialista Gustavo Cioppa sul modello sanitario lombardo.
È lo Stato che deve garantire la salute dei suoi cittadini o sono i cittadini stessi che devono rendere effettivo il loro diritto alla salute, versando contributi o sottoscrivendo assicurazioni sanitarie? Il quesito fa sorgere una serie di questioni e di problematiche. In primo luogo, occorre sgomberare il campo ermeneutico di indagine dal dubbio sulla qualificazione giuridica della salute come diritto fondamentale dell’essere umano o come mero interesse legittimo. Ciò non solo perché le grandi Carte Sovranazionali, tra cui la Cedu, hanno riconosciuto la portata universale e generale del diritto alla salute, ma anche perché disposizioni come l’art. 32 della Costituzione, secondo cui “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti” sono rintracciabili anche in altri ordinamenti. Così, l’art. 43 della Costituzione spagnola recita “è competenza dei poteri pubblici l’organizzazione e la tutela della salute pubblica con le misure preventive e con le prestazioni e i servizi che siano necessari”. Così, in Francia esiste una specifica legge, un po’ come la nostra legge di bilancio, con la quale, dal 1996, il Governo presenta ogni anno al Parlamento un progetto di legge per il finanziamento delle spese per la sicurezza sociale. In Gran Bretagna, la Constitution del National Health Service costituisce la Carta Fondamentale del sistema sanitario anglosassone, come pure l’Health Act adottato da Tony Blair nel 1999. Insomma, non è in discussione che la salute sia un primario e fondamentale diritto dell’individuo, quanto piuttosto diverso è il discorso su come attuarlo e quali politiche pubbliche adottare. Al riguardo, i modelli di riferimento sono essenzialmente due: il modello universale (come in Italia e Gran Bretagna), il modello assicurativo, ove è il cittadino che versando i contributi e sottoscrivendo un’assicurazione obbligatoria per legge garantisce il suo diritto alla salute (come in Germania o negli Stati Uniti) e modelli ibridi, che combinano elementi dell’uno e dell’altro modello (come Spagna, Francia, Olanda).
Venendo dunque ai modelli posti in essere da numerosi Stati, essi si distinguono tra: un modello a base universale, in cui lo Stato destina parte delle proprie risorse di bilancio alla spesa sanitaria, e un modello contributivo, in cui, a fronte della stipulazione di un’assicurazione, spesso obbligatoria per legge, il cittadino, versando contributi, si garantisce il diritto alla salute. Come meglio si dirà, non esiste in astratto un modello migliore, ma solo un modello migliore in concreto. Gli Stati che hanno optato per il primo modello, quello a carattere universale, come Italia e Gran Bretagna, hanno inteso prospettare il ruolo dello Stato come garante ex lege, mentre altri Paesi, come Germania e Stati Uniti, hanno preferito puntare sul concetto di autoresponsabilità del cittadino, spesso e volentieri temperando però questo severo criterio con quello dell’intervento statuale in caso di situazioni di indigenza economica e con forme di assicurazioni di copertura statuale (così Germania, Francia, Spagna e Olanda). La questione non è allora se lo Stato si conformi in astratto come contraente leale, riconoscendo le libertà fondamentali (Locke) o assumendosi l’impegno di attuare i diritti sociali (Rousseau) o se invece egli abbia la natura di un Leviatano (Hobbes). Il tema è piuttosto se gli esseri umani che dello Stato sono manifestazione si comportino in modo leale e corretto nel concreto. In tale prospettiva, imprescindibile è un riferimento alle scelte in tema di spendita di denaro pubblico, di investimenti o piuttosto di tagli alla sanità, nonché con riferimento a fondamentali questioni di politica economica e di etica pubblica, sotto il profilo di fenomeni corruttivi che, se replicati su larga scala, portano a un grave e notevole danno al bilancio dello Stato. E infatti la corruzione costa, al pari dell’evasione fiscale, e a farne le spese sono i cittadini, che si vedono sempre più privati di diritti essenziali. La sanità è infatti al tempo stesso un diritto fondamentale e un servizio. Ciò posto, per garantire servizi efficienti, l’economia deve essere pulita, pulita da intese collusive, da tangenti, da evasioni ed elusioni fiscali, da forme di azzardo morale e di distorsioni del sistema. Così, un’economia che funziona bene è lo specchio di un’etica pubblica che funziona bene. Come in astratto non vi è un modello di politica economica migliore di un altro tra quelli a disposizione per per uno Stato, cosi non vi sono scelte di politica sanitaria migliori di altre in astratto, ma solo in concreto, a seconda di come vengono attuate e declinate, a seconda, in definitiva, della virtù o del vizio nella coscienza collettiva. La coscienza collettiva…l’etica pubblica…sembra insomma che tutto riporti alla filosofia di Platone, di Kant e di Hegel. E non c’è da sorprendersi…perché la filosofia morale e la filosofia politica sono a fondamento e postulato delle scelte di politica economica e della stessa forma e sostanza dell’etica collettiva. Ecco allora il ruolo della riflessione collettiva, della coesione sociale, di uno spirito di squadra, di lealtà e di collaborazione che deve esserci in tutti i settori di tutte le attività umane. Premesse queste riflessioni sul piano generale, sono doverosi degli approfondimenti con riferimento al sistema sanitario lombardo, punta di eccellenza nazionale e sovranazionale. La sanità lombarda si conferma infatti, ancora una volta, un punto di riferimento a livello nazionale e internazionale. Strutture d’avanguardia, competenze professionali di altissimo livello e capacità di coniugare ricerca, innovazione e assistenza quotidiana fanno della Lombardia una delle regioni più avanzate d’Europa nel campo della salute pubblica e privata. Non è un caso che molti pazienti, anche da altre regioni italiane o dall’estero, scelgano di curarsi qui, attratti da un sistema che unisce efficienza organizzativa e qualità clinica. Ma se la Lombardia rappresenta l’eccellenza, non va dimenticato che l’intero sistema sanitario italiano conserva un tratto distintivo che lo rende unico: la sua vocazione all’accoglienza. L’Italia resta uno dei pochi Paesi in cui il diritto alla cura è garantito a tutti, senza distinzioni di provenienza, reddito o condizione sociale. È una sanità che, pur tra difficoltà e carenze strutturali, continua a mettere la persona al centro, mantenendo viva quella dimensione etica che considera la salute un bene comune, non un privilegio. Chiunque, di fronte a un incidente, a una malattia improvvisa o a una fragilità, può contare su un sistema che tende la mano. Non è soltanto un insieme di ospedali e reparti, ma un presidio civile, un luogo dove la solidarietà si traduce in professionalità, dove la competenza medica incontra il senso profondo della cura. La sanità italiana, con la Lombardia in prima linea, non è solo un modello di eccellenza tecnica, ma anche di umanità. Ed è proprio in questo equilibrio, tra efficienza e accoglienza, tra rigore e compassione, che si riconosce la vera forza del nostro sistema sanitario. Si pone certamente dunque il tema della “prova di resistenza” del principio di uguaglianza (art. 3 Cost.) e della assicurazione di un equanime trattamento del servizio (non solo “diritto”) “sanità” sul territorio nazionale. Purtroppo, è dato notorio che i servizi sanitari offerti nelle varie regioni d’Italia non sono allo stesso livello di efficienza (art. 1 l. 241/1990). Si verifica dunque una preoccupante disparità di trattamento, con violazione del principio di uguaglianza dei cittadini (art. 3 Cost.), contraria a istanze di giustizia. Tale disparità di trattamento non può essere tollerata in una società civile e deve fare parecchio riflettere. Deve fare riflettere soprattutto come, anche in un contesto di alta efficienza come quello lombardo, un gran numero di medici abbia dato forfeit, preferendo realtà estere, e come oltre 160.000 cittadini lombardi siano privi di un medico di base, oltre ai tempi dovuti alle liste di attesa. La sanità, traduzione in chiave più marcatamente amministrativistica del bene giuridico e primario diritto fondamentale della salute (art. 32 Cost.), deve essere efficiente ed efficace (art. 1 l. 241/1990), viceversa determinandosi una disfunzione del mercato. Al tema strutturale della gestione della sanità come servizio si aggiunge quello, di preliminare rilevanza costituzionale, della giustizia nella sanità, una giustizia che deve essere tangibile in concreto, che certamente è conseguenza di scelte nazionali in tema di politica economica, le quali tuttavia devono essere ragionevoli e rispettose dei diritti fondamentali della Costituzione, secondo logiche di gerarchia dei beni giuridici, siccome stabilite dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale. La materia sanitaria, di competenza statale ma al tempo stesso concorrente tra Stato e Regioni, si presenta dunque come fondamentale nel funzionamento dello Stato-comunità, essa primario bene giuridico fondamentale per ciascuno di noi, nonché per l’intera collettività. La sanità si fa un tutt’uno con il principio di sussidiarietà orizzontale (art. 118 ultimo comma Cost.) e di solidarietà (art. 2 Cost.), dovendo l’azione collettiva a fini sociali e la solidarietà fungere da contrasto a forme di disparità di trattamento.

Di Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
L’imputabilità rappresenta un paradigma universale. Non solo in campo giuridico, ma anche filosofico, psicologico e sociologico. In effetti, se non ci fosse imputabilità, non si sarebbe responsabilità e un mondo in cui nessuno paga per i propri errori non sarebbe né giusto né auspicabile. Ecco dunque che bene si spiega perché le esenzioni da responsabilità, ossia i casi in cui la legge individua a priori categorie di soggetti non imputabili, sono da considerarsi tassativi e tassativi sono considerati dalla giurisprudenza. La proposta di legge, avanzata nel 2019 in sede parlamentare e su cui ancora deve essere presa una posizione, di abbassare l’età imputabile da quattordici a dodici anni, desta forti perplessità. Se infatti è vero che la criminalità giovanile è in forte aumento, come testimoniato dal diffondersi nei contesti urbani delle baby gang e più in generale dal proliferare di episodi di accoltellamenti e risse tra giovanissimi, è tuttavia da considerare che a monte sta un preliminare problema educativo e culturale, la cui disamina si pone a presupposto concettuale, prima di trattare il tema della coscienza di intendere e di volere di chi ha commesso il fatto. Certamente ogni fatto di reato va punito, a patto però che esso manifesti una reale e consapevole adesione psicologica dell’agente. Il punto non è solo giuridico, ma anche sociale. Se infatti la carenza di educazione e di formazione etica e morale non scusa, essendo irrilevanti ai fini della scusabilità gli stati d’animo secondo la legge penale (art. 90 c.p.), ciò nonostante, come è stato detto da attenta dottrina in tema di recidiva, l’ambiente carcerario può portare a un aggravamento dell’isolamento sociale del detenuto, che dunque, una volta rimesso in libertà, costituirà nuovamente un pericolo sociale. La prospettiva non può dunque essere solo quella punitiva e dell’incarcerazione, ma deve partire dai fondamentali luoghi, materiali e simbolici, della scuola e della famiglia: solo infatti un’educazione consapevole, approfondita e sentita dai giovani, potrà portare ad un’adeguata maturazione psicologica e morale, tale da prevenire il pericolo della commissione di reati. Non è attraverso l’inasprimento sanzionatorio che si ottiene il risultato voluto, nonostante i buoni propositi, come già spiegava attentamente il Beccaria. La pena deve infatti costituire l’extrema ratio, come conferma il senso logico del principio di precisione del precetto penale e del rigore assoluto con il quale il giudice deve accertare il nesso causale ai fini della condanna. La scuola e la famiglia appunto, come detto, ma anche e non da ultimo l’amore per il bello, un bello autentico, non quello dei social, e per il buono: l’amore cioè per la giustizia, la quale non è certo da ridursi a mero insieme di disposizioni di legge, quanto piuttosto da intendersi quale il laborioso e intenso impegno etico dell’essere umano, per creare un’opera perfetta, destinata a durare nel tempo. Proprio in tale ultimo assunto sta il significato autentico dei due caratteri propri della legge, ripetuti con insistenza in tutti i manuali giuridici: la generalità e l’astrattezza della norma. Una norma può infatti essere giusta se non discrimina, cioè se è generale, e se riguarda ogni ipotesi concreta suscettibile di essere ricompresa entro quella astratta. Di qui il carattere dell’astrattezza. Per fare questo lavoro occorre un’energia intellettuale notevole ed è questa quell’energia che i giovani devono scoprire e apprezzare, non già quella della forza bruta, che, proprio perché “bruta”, è “brutta”, ed è brutta perché insensata, illogica e lesiva in primo luogo per chi la pone in essere, poiché lo vedrà doversi giustificare avanti a un giudice, al cospetto della collettività. La chiave di lettura della vita sta proprio in questo: nell’amore verso il rispetto, l’educazione, la cultura, ossia verso gli altri, verso il prossimo, verso la comunità e verso la legalità. Si tratta di una forma di amore, comune al pensiero ateo e a quello credente, che non si impara attraverso l’esperienza del carcere, ma solo mediante una sentita riflessione con noi stessi. Di qui la centralità dell’autoriflessione e dell’autocritica (Socrate). In quel “conosci te stesso”, massima scolpita sul frontone del tempio di Delfi, sta tutta la più nobile sapienza umana.
Lo sport e la guerra costituiscono due forze in stretta dialettica, ma mentre il primo è “energia”, per definizione sempre positiva, la seconda è “forza” in senso negativo, è “brutalità”, è “violenza”. Molteplici sono le somiglianze, ma molte di più le differenze. Un conto è competere per un traguardo sportivo, ove, spesso peraltro in team, si realizza il bene di una comunità. Altro discorso è distruggere e cagionare atroci sofferenze ad altri esseri umani. Pensiamo ai tempi in cui viviamo…ove lo scenario internazionale è dominato dalle nefandezze della guerra, più che dai traguardi sportivi e dai valori etici di cui lo sport è intriso. Voglio pensare questo: che possano tornare presto la pace, la coesione, lo spirito di squadra e il sole, nei cieli ora dominati da caccia e da droni. Lo sport è sempre una vittoria. La guerra è sempre una sconfitta.
La guerra la disconosce e ne calpesta la dignità
(Pubblichiamo anche online l’editoriale del magistrato Gustavo Cioppa, estratto dall’edizione Estate 2025 del magazine cartaceo WikiMilano – per l’intera rivista: magazine.wikimilano.it)
Nell’articolo 33 della Costituzione è stata di recente introdotta una specifica norma sullo sport, che sancisce che “La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico in tutte le sue forme”. Del pari, anche sul piano delle grandi convenzioni sovranazionali, viene unanimemente riconosciuto il diritto allo sport come presupposto per il benessere psico-fisico dell’individuo, anche in forma di salute collettiva (arg. ex art. 32 Cost.). Lo sport è condivisione, è confronto, è impegno, dedizione, passione ed è indispensabile per la formazione dello spirito di squadra e del senso di gruppo, di appartenenza a una comunità. Lo sport è anche agonismo, certo, ma agonismo nel rispetto delle regole. Come la vita è in un certo senso, consciamente o inconsciamente, una gara, una sfida, una competizione, questa sfida viene sempre e comunque giocata nel rispetto delle regole, in primis quelle, principi generali dell’ordinamento, di correttezza e buona fede, principi universali cui devono ispirarsi tutte le condotte umane. Lo sport è allora competizione, ma competizione sempre leale. Il rispetto delle regole appunto: proprio tale aspetto consente di comprendere agevolmente la distinzione tra sport e guerra. Infatti, nella guerra vi è una mera distruzione che prescinde dal rispetto delle regole di comportamento che vi sono in tutte le relazioni umane, comprese le competizioni sportive. Così, mentre l’attività sportiva è quasi sempre attività lecita, la guerra è sempre attività illecita e mai giustificabile. Lo sport è creazione, la guerra è distruzione, come rivela l’origine greca di questa parola: “polemos”. Ecco allora che rileva il profilo causale, come determinante: una causa lecita (lo sport) a fronte di una causa illecita (la guerra). Più in particolare, anche la giurisprudenza, con orientamento consolidato, concorda su questo: che un’attività sportiva, anche se in sé violenta, ma condotta nel rispetto delle norme che la disciplinano, non costituisce mai un illecito, il quale si verifica invece nel momento in cui il gesto agonistico trasmoda la regola di comportamento, finendo per farsi illecito, per costituire un’infrazione. La guerra è proprio questo: infrazione, violazione di regole. Lo sport, a differenza, è disciplina, è insieme di regole di comportamento. Lo sport poi non è solo una prestazione di risultato. È invece soprattutto un’obbligazione di mezzi, che presuppone, quali indefettibili postulati, il comportarsi correttamente, secondo buona fede, lealtà e autoresponsabilita. Tutto ciò nella guerra non vi è. Mentre infatti nello sport si punta a dare il meglio di sé, senza tuttavia danneggiare gli altri, la guerra è un danno in re ipsa. Confrontare lo sport e la guerra è allora un po’ come contrapporre il bene e il benessere psico-fisico al male, al dolore e alla sofferenza. Lo sport è creazione, è inclusione. La guerra, al contrario, è distruzione, è esclusione. Lo sport può allora fungere da antidoto alla guerra, proprio perché capace di unire e creare. La fiaccola olimpica non è allora un proclama simbolico e privo di ricadute pratiche, traducendosi piuttosto in un simbolo di unione tra tutte le singole comunità, verso l’unica e grande comunità universale. Ecco allora che, specialmente in un contesto storico di conflitti bellici particolarmente cruenti, lo sport può fungere da momento concettuale di aggregazione, come lo era stato in passato, anche in un passato molto antico, come quello delle Olimpiadi nell’antica Grecia, ove le ostilità tra le singole “poleis” venivano temporaneamente accantonate, per fare spazio a un momento di confronto agonistico secondo le regole della lealtà e nel rispetto degli dei (spesso venerati in occasione delle antiche Olimpiadi). Ecco allora che è forse doveroso recuperare questo profondo universo di significati e ricondurre ermeneuticamente la nozione di sport a quella di pace, come quando gli antichi romani veneravano il dio Giano bifronte, proprio per celebrare la fine di ogni guerra.
La l. 9 agosto 2024 n. 114 ha abrogato il reato di abuso d’ufficio: l’art. 323 del codice penale non esiste più. Questa notizia ha suscitato grande dibattito nell’opinione pubblica e non pochi Tribunali (Tribunale di Firenze, Tribunale di Busto Arsizio, G.U.P. di Locri, Tribunale di Bolzano, Tribunale di Teramo e Tribunale di Catania) hanno sollevato questione di legittimità costituzionale, oltre, di recente, alla rimessione alla Corte Costituzionale da parte della stessa Corte di Cassazione. In disparte al fatto che comunque alcuni tribunali, come quello di Reggio Emilia e la Corte d’appello di Cagliari, hanno invece ritenuto non fondato alcun preteso contrasto dell’abrogazione dell’art. 323 c.p. con la Costituzione, giova evidenziare che la scelta di abrogare una norma peraltro assai discussa e già sospettata di incostituzionalità come l’abuso d’ufficio, attiene alle scelte insindacabili del Legislatore.
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 95/2025, si è peraltro pronunciata sulle ordinanze di rimessione fatte dai predetti molteplici tribunali, concludendo per l’inammissibilità delle questioni e comunque per la dichiarazione di piena legittimità della l. n. 114/2024, perché non in contrasto con le Convenzioni internazionali in tema di contrasto alla corruzione.
Come non è sindacabile dibattere sul perché per un reato sia prevista una determinata pena o perché la legge abbia previsto un determinato istituto, così non dovrebbe essere sindacabile nemmeno la scelta legislativa di abrogare un reato, come nel caso in esame. Stante il principio di precisione nella descrizione del contenuto della norma penale, ai fini di un’esatta incriminazione, ne risulta come non sia auspicabile la genericità nella descrizione del medesimo precetto, siccome fatto dall’art. 323 c.p. -peraltro, sotto tale profilo, era stata sospettata la conformità alla Costituzione anche di altri reati, assai gravi, come l’incesto e lo stalking-.
Ma non è tutto: l’abuso d’ufficio ha vissuto alterne vicende, che testimoniano l’estremo tentativo di salvarne il carattere generico nella propria formulazione-il riferimento è all’inciso, introdotto dalla riforma del 2020 (d.l. 16 luglio 2020 n.76, convertito, con modificazioni, nella l. 11 settembre 2020 n.120), relativo alla “violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità”, inciso volto a supplire il generico riferimento alla “violazione di norme di legge o di regolamento”, nella versione antecedente-.
È evidente però che norme che non racchiudano margini di discrezionalità e che impongano al tempo stesso determinati precetti al pubblico funzionario non esistono, sia perché una legge per definizione contiene sempre un residuo margine di discrezionalità sia perché le norme di diritto pubblico che regolano concorsi, assunzioni e procedure a evidenza pubblica contengono quasi sempre precetti generali. Così, all’obiezione secondo cui ora, con l’abrogazione dell’abuso d’ufficio si consentirebbe di favorire determinati candidati in un concorso pubblico senza il rischio di incorrere in sanzioni penali (il noto tema delle “raccomandazioni”), si può agevolmente far notare come già esistano norme, nell’ordinamento, che reprimono duramente tali fenomeni (il reato di corruzione in primis).
Quanto poi al pericolo di una procedura di infrazione europea derivante dalla volontà dell’Unione di prevedere sanzioni penali contro l’abuso d’ufficio (il riferimento è all’art. 11 della proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sulla lotta contro la corruzione, che sostituisce la decisione quadro n. 2003/568/GAI del Consiglio), tale profilo di potenziale attrito giuridico è stato destituito di fondamento da parte della Corte Costituzionale, con la sentenza di cui sopra. È senza dubbio un dato lampante, ad ogni buon conto, che l’85 per cento dei processi per abuso d’ufficio già si arresta al momento delle indagini, concludendosi con l’archiviazione. Sono dati ufficiali quelli che raccontano di un reato che certamente meritava abrogazione: nel 2021 su 5.418 procedimenti definiti dall’ufficio Gip/Gup, le archiviazioni sono state 4.613, oltre appunto l’85 per cento, quota ben superiore al dato medio dei procedimenti penali (il 62 per cento).
È evidente allora che il reato di abuso d’ufficio da un lato impegnava cospicue energie processuali, mettendo in moto la macchina giudiziaria, dall’altro che ciò si rivelava il più delle volte una perdita di energie (con conseguente dispendio di denaro pubblico nella ricerca dei mezzi di prova, in primis le intercettazioni) e con l’attribuzione, spesso ingiusta, della qualifica di “indagato”. Sarebbe più opportuno, invece, procedere con maggiore celerità con reati con maggiori possibilità in termini di imputazione che porti a una sentenza di condanna. L’ auspicio resta allora questo: che, nonostante le critiche, abbiano a celebrarsi meno processi destinati a rivelarsi infondati, che le energie della complessa macchina burocratica della giustizia abbiano a concentrarsi su ipotesi di reato davvero fondate e che a molte persone possa essere evitata l’infamia di subire indagini poi destinate all’archiviazione.
di Gustavo Cioppa
Magistrato, già Procuratore Capo a Pavia e già Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
Liberi? Vigilati? Braccati? Sempre più spesso mi scopro a domandarmi se la nostra vita sia veramente una civiltà di uomini liberi. L’evoluzione culturale, il sistema democratico, il senso etico e giuridico che permeano il nostro ordinamento e il sistema Paese in generale hanno assicurato livelli di conoscenza delle dinamiche relazionali e di approfondimento dei meccanismi di monitoraggio, controllo, sanzioni e applicazione delle pene davvero elevati. Ogni sfera della nostra vita è oggetto di regole, limitazioni, controlli, garanzie, responsabilità. Questo dovrebbe tutelare l’individuo quale parte di una collettività civilizzata, tanto da consentire alle persone di esercitare la propria libertà senza ledere la libertà degli altri. Ma è davvero così? Le sfere più basilari e simboliche della libertà personale sono oggetto di continua violazione. La proprietà privata in concreto è scarsamente tutelata e prova ne sono fatti criminosi come furti, rapine, appropriazioni indebite, atti vandalici, danneggiamenti e altri reati, purtroppo molto diffusi. L’incolumità personale è un bene raro e prezioso, anzi il più prezioso di tutti: atti di violenza fisica e verbale sono all’ordine del giorno e troppo spesso restano impuniti o blandamente sanzionati in concreto. Ecco allora che, un po’ come nella libertà vigilata ci sono obblighi e prescrizioni, così la nostra vita viene spesso condizionata entro orari al di fuori dei quali non è sicuro uscire di casa, specie nelle grandi città, con conseguente limitazione alla nostra libertà di circolazione (cfr. art. 16 Cost.). Le regole sono innumerevoli, ma i correttivi di ogni atto di violazione delle stesse sono spesso difficili da applicare o di fatto poco efficaci. Il tema è ad esempio quello del generale clima di insicurezza che si prova nell’uscire di casa, per andare in vacanza e poi trovarsi la propria casa occupata abusivamente o depredata, per andare a fare la spesa o in farmacia ed improvvisamente essere coinvolti in una rapina, per uscire dalla porta della propria abitazione e incontrare tossicodipendenti, baby gang o persone armate, e ciò a causa di un’insufficiente apparato di protezione, nei numeri del personale delle forze dell’ordine e di polizia, ma non solo. Sembra, insomma, che il bene giuridico, “sicurezza pubblica”, siccome bene espresso dall’art. 4 del d.l. 14/2017, sia messo in pericolo. Il riferimento è, sotto un profilo penale, ai malfunzionamenti dell’apparato preventivo e cautelare, dovuti a insufficienti fondi stanziati. Penso ad esempio al tema del malfunzionamento dei braccialetti elettronici, che dovrebbero, almeno in teoria, tutelare la vittima di reati come stalking e violenza sessuale dall’avvicinamento del reo ai luoghi frequentati per lavoro, istruzione o vita quotidiana. Il tema è così pure quello dell’inadeguatezza delle strutture carcerarie e del sovraffollamento delle carceri, unitamente a episodi di abusi di autorità sui detenuti, che, sebbene privati della libertà personale a seguito della commissione di un fatto di rilevanza penale, non devono tuttavia esserne privati doppiamente anche nel contesto carcerario, né possono essere privati della propria dignità personale. Si renderebbe allora necessaria una formazione pedagogica ed etica degli operatori pubblici, nelle carceri ma non solo, anche negli uffici pubblici, affinché i servizi offerti alla persona e al cittadino siano servizi di qualità, facendo in modo da eliminare la percezione negativa della pubblica amministrazione. Il tema attiene anche alla libertà quale capacità di autodeterminarsi, di porsi regole, di essere “autonormati” e dunque più “autonomi”, ossia in grado di porsi un sistema di obiettivi, doveri, obblighi e limiti, compresa la regolazione delle proprie pulsioni. Il filosofo Seneca proprio su questo ci voleva far riflettere, chiedendoci: “siamo sicuri di essere realmente liberi, quando invece spesso siamo schiavi delle nostre passioni?”. Il tema del rapporto tra libertà autentica e libertà apparente diviene allora centrale, né possiamo sottrarci al dibattito demandando sempre la causazione delle nostre azioni a fattori esterni, come proponeva il filosofo Gorgia nell’ “Encomio di Elena”. Così, molti criminali fanno perno sulle nostre debolezze, spingendoci a commettere errori che ci costano cari: questo il caso dei narcotrafficanti, dei gestori delle rivendite di gioco d’azzardo, di chi ci istiga all’ubriachezza e ad assumere droghe, di chi, nel contesto della mala vita organizzata, ci vuole far convincere che aggregarsi alle organizzazioni mafiose sia più conveniente, che essere persone oneste non convenga, istigando l’idea che lo stesso sistema del Paese premi la corruzione e l’illegalità. Questi tristi problemi sociali, che si tramutano poi in fenomeni criminali, purtroppo ci sono, e l’attività delle Procure e delle forze di polizia per contrastarli non basta, a causa soprattutto della carenza di personale e di strumentazione tecnica. Il tutto, in un contesto urbano privo delle fonti di aggregazioni, cattoliche e laiche, proprie del recente passato del nostro Paese, sostituite da forme di conoscenza tra giovani per lo più negative e che non sono sorrette da un solido sostrato etico, come la movida e i rave party. Più in generale, è evidente come il contesto contemporaneo, nazionale ma non solo, stia attraversando un momento di forte criticità, ove la libertà personale incontra forti limiti, a partire dalla situazione del mercato del lavoro, posto che senza il lavoro, sul cui diritto si fonda la nostra Costituzione (art. 1 Cost. e art. 4 Cost.), vengono a essere pregiudicati i diritti fondamentali della persona, tra i quali la dignità, il diritto a una vita affettiva e familiare, il diritto all’iniziativa economica privata, il diritto al credito, il diritto alla proprietà di una casa, il diritto alla salute e all’istruzione, solo per citare i principali. Come è stato bene detto in dottrina (Bertolissi, Contribuenti e Parassiti), i diritti costituzionalmente garantiti esistono fintantochè sono finanziabili. Oltre a ciò, oggi si assiste sempre più alla diffusa presa di coscienza di essere poveri pur lavorando, passando dalla logica del lavorare per vivere (dignitosamente, si spera), al vivere per lavorare e con un continuo e progressivo ampliarsi della forbice sociale ed economica. Ci si può allora legittimamente chiedere se può parlarsi di “comunità civilizzata” e cosa debba intendersi per “comunità” e cosa per “civiltà”. Diffide e avvisi di conclusione delle indagini preliminari non pervenuti, cartelle fiscali impazzite, morti sul lavoro, furti di identità, insostenibilità dei costi della vita e per l’adeguata retribuzione per un’attività professionale, come una difesa in giudizio o una consulenza fiscale, unitamente a un mancato rispetto delle regole, come nell’ambito della pubblica amministrazione (assenteismo, lassismo, corruzione), ove i “furbetti” restano impuniti e i “liberi” restano incastrati. Ci si deve cioè chiedere se per potersi parlare di comunità, quale affermazione dei concetti di “società civile” e di “Stato” inteso come “Stato – comunità” siano sufficienti una comunanza di lingua, di tradizioni culturali, di sottoposizione a un medesimo sistema giuridico e politico, o se sia invece necessario qualcosa di più. Probabilmente, un requisito ulteriore, ma essenziale e primario, è quello culturale, quella “kultur” e quella “weltanshaug” di cui parlavano gli scrittori tedeschi dell’Ottocento, in primis Goethe. Ci si deve poi chiedere cosa debba intendersi per “civiltà”, se cioè esista una nozione di questo concetto valida a livello universale o se la stessa si strutturi in termini relativi e di geometria variabile, se cioè sia una nozione convenzionale e declinabile inevitabilmente secondo i tempi, il momento storico e il contesto sociale e politico di un determinato paese. Certamente, la mancanza di lavoro e il (in parte, per derivazione non trascurabile) clima di insicurezza non sono certo elementi né positivi né qualificanti per un Paese che si reputa civile. Così, il proliferare di molteplici reati, quali furti, rapine, spaccio di droga e violenze sessuali, come pure il pericolo dell’ulteriore espansione del fenomeno mafioso, deve mettere in guardia, unitamente a nuove forme di insicurezza, che si sperimentano ad esempio nel timore di aprire a chi ci suona il campanello di casa o di rispondere a una telefonata proveniente da un numero non salvato in rubrica, temendo frodi e furti. Il furto appunto, dicevamo…ma…il furto non è solo quello di un bene, per pochi soldi, dovuto spesso a situazioni di fame e indigenza, ma anche il più pernicioso furto di anime. Più pericoloso di chi ruba per fame è allora chi si finge tuo amico per anni e poi ti pugnala alle spalle, simulando ipotesi di reato a tuo carico, coinvolgendoti a tua insaputa in collusioni indebite o diffamandoti. La libertà si riconnette inevitabilmente alla questione della bontà intrinseca o, viceversa, della malvagità intrinseca, della natura umana. La libertà (quella autentica almeno) è infatti correlata alla bontà e all’altruismo. L’evidente mancanza di libertà autentica sembra allora derivare dalla seconda delle due opzioni. Al tempo stesso, l’essere umano ha dimostrato, nella storia, di saper combattere questa intrinseca malvagità, o meglio, difetto di bontà, probabilmente derivante dalla propria natura imperfetta più che a una forma di spontanea adesione. Poche allora sono forse state le persone davvero libere, forse i santi, forse persone laiche ma comunque caratterizzate da virtù non comuni, ma comunque poche. Senza volerci ora addentrare nell’accennata questione filosofico-teologica, è comunque evidente che l’era contemporanea si caratterizza per una libertà apparente, favorita da (un non più attuale) benessere economico diffuso, da una libertà nei costumi maggiore rispetto a quella passata, nonché al diffondersi dei social network, che tuttavia hanno comportato non poche problematiche (il proliferare di tradimenti che comportano poi separazioni e divorzi, l’affermarsi di furti d’identità e di forme di diffamazione via internet solo per citare le più note). Sta a noi allora recuperare la nostra libertà, sta a noi cioè la scelta e l’impegno a tornare liberi. Si palesa allora d’uopo una necessità di rigenerazione interiore, che richiede un ripensamento su noi stessi e sul nostro sistema di valori. Si pensi ad esempio al tema della frammentarietà del contesto ordinamentale presente, ove si possono annoverare un numero elevatissimo di d.p.r., leggi ordinarie, decreti legislativi, decreti legge e d.p.c.m. sempre più caotici e che tale confusione ingenerano, non facendo più comprendere la demarcazione tra principio e dettaglio, scrivendo norme complesse e prive di reale sostanza, intervenendo su aspetti accessori e non centrali, senza peraltro affrontare grandi sfide della modernità in modo organico, come l’intelligenza artificiale, la crisi del mercato del lavoro, il lavoro irregolare, stipendi irrisori e contesti ove vengono fatte figurare come libere professioni o collaborazioni coordinate e continuative, con conseguente assoggettamento fiscale a p.iva, situazioni che invece sono nella sostanza di lavoro subordinato, come pure il grave tema dell’evasione fiscale, che comporta una perdita di gettito che a sua volta si riverbera, in danno in primis dei contribuenti, in minori servizi. Sembra insomma che sia tutto da riscrivere, tutto da rifare. Probabilmente è così. La modernità sembra non funzionare, o meglio, funzionare in apparenza, dietro un vano produttivismo che però reca, anche se in modo larvato, i segni della sofferenza esistenziale. Una situazione di incertezza ben descritta nel celebre quadro “Il viandante nel mare di nebbia”. Sì, perché il nostro futuro, quale umanità, sembra incerto e tale proprio è a causa della perdita di noi stessi e dei contenuti e contorni etici che delineano la nostra ontologia. Così, la libertà è il tratto fondamentale dell’essere umano, come ci ricorda la dizione dantesca quali animali di libertà e d’amore, nonché gli attributi che la filosofia tomista ha da sempre attribuito all’essere umano quale immagine, sebbene imperfetta, di Dio. Ma non è tutto. La libertà non è solo “libertà di”, ma anche e in primo luogo “libertà da”. Così, la mia libertà non è solo quella di muovermi, di pensare, di studiare, di lavorare, di godere del mio tempo libero, ma è anche libertà da condizionamenti morali o materiali o psichici. Proprio in tale ultimo senso la legge penale punisce assai severamente gli asservimenti psichici, come la circonvenzione d’incapace, o materiali, come lo spaccio della droga, che ingenera una dipendenza che spesso conduce alla morte, o morali, come la corruzione. Non si deve allora mai cedere al compromesso morale. Per citare Falcone: “il vigliacco muore ogni giorno, il coraggioso una volta sola”. È allora necessario essere coraggiosi per essere liberi. È necessaria la rigenerazione del singolo per ottenere la rigenerazione della società civile. Altrimenti, si scapperà sempre da qualcosa, in primis dalle proprie paure, dalle proprie debolezze e insicurezze. La paura però va affrontata. Il tema allora diventa…quale valore si dà all’esistenza? Alla vita? La vita rappresenta solo un mezzo oppure un fine, oltre che valore in sé? Indispensabile diventa allora il ruolo del dialogo, dell’interrelazione, del criticismo (nella sua accezione filosofica), della critica (anche nella sua accezione di rimprovero severo), della messa in discussione, nonché, non da ultimo, il recupero dell’etica pubblica. Poichè infatti l’essere umano non è concepibile se non in relazione alla propria comunità di appartenenza, egli si completa solo tramite il costruttivo confronto con i propri simili – e questo è un discorso iniziato da Aristotele, con la sua celebre dizione di uomo quale animale sociale e proseguito con Hegel, che ha costruito il proprio sistema filosofico sul culto dell’etica pubblica e della comunità, di qui l’idea dello Stato-comunità -. In tal senso la tecnologia e i mass media, nonché i social network mostrano tutto il proprio carattere non solo insufficiente, ma anche fallace e nocivo, poiché essi consentono indebitamente di bypassare una fase logica indispensabile: quella del dialogo tra presenti. Ironico pensare un riferimento fatto da un filosofo contemporaneo al fatto che si diceva che gli interlocutori di Socrate “sudavano” quando venivano da lui interrogati. E allora, come può un magistrato che non ha fatto l’università della strada o che perlomeno non è vissuto nella società frequentando gli ambienti più disparati a comprendere se un’imputato è colpevole o innocente, se sta dicendo il vero o il falso? Il percorso si palesa lungo e non semplice, sempre ammessa e non concessa la volontà collettiva di intraprenderlo. È allora quantomai da porsi come repentina l’esigenza di una collettiva presa di autocoscienza sui problemi descritti e vertere tutti insieme verso un positivo cambiamento, recuperando il valore della cultura, dell’istruzione, dell’educazione, del rispetto, della scuola, dell’altruismo e dello spirito di gruppo, recuperando non da ultima la dimensione aggregante dello sport e delle iniziative religiose e laiche volte al costruttivo confronto. Certamente serve prevenzione, ma non solo la prevenzione delle Istituzioni a ciò deputate, ai sensi del r.d. 773/1931, ma un tipo di prevenzione comportamentale ed educazionale, che parta dalla scuola e dalla famiglia, ove deve esservi un dialogo effettivo, un vero e proprio contraddittorio sostanziale e concreto. Prima dell’azione preventiva, la quale prescinde dall’azione penale (art. 5 comma 1 d.l. 14/2017), ma che deve costituire comunque l’extrema ratio, è imprescindibile allora una rigenerazione spirituale dei giovani, e non solo dei giovani, una riscoperta del senso profondo e della bellezza della vita. Se, come diceva Shakespeare, noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, dobbiamo allora essere consapevoli del nostro potenziale spirituale, capace di sognare e far sognare, ove trovare e comprendere il senso della nostra libertà.
