
di Gustavo Cioppa*
4 settembre 2026
Il mondo politico non ha saputo mostrare un volto «unificato» dal dolore, dalla tragedia, dall’emergenza e dalla volontà di rispondere all’unisono
L’ingiustizia, ammoniva Martin Luther King, può essere perpetrata ovunque e il pericolo può manifestarsi in ogni luogo. L’incipit si ripropone sempre più spesso, perché con sempre maggiore frequenza le nostre città sono investite da ondate di criminalità, che le sconvolgono e le rendono temute dagli stessi abitanti: una blasfemia. Milano, il motore d’Italia, ha sempre avuto il suo lato oscuro di fondo.

Sicurezza, il lato oscuro di Milano
Ecco, infatti, che la cronaca elargisce a piene mani delitti e delinquenti. Cos’altro erano i bravi che minacciarono don Abbondio? E parlavano il dialetto milanese. E, per tornare a tempi più recenti, che dire del biscazziere Francis Turatello e del pluriomicida Renato Vallanzasca, che sparava sulla folla per indurre a fermarsi le auto della polizia che lo inseguivano?
Ebbene, quegli scelleratissimi criminali avevano le loro, pur infami, regole. E le regole, quale che sia il perimetro entro il quale operano, servono comunque a evitare il caos. Ma quali principi regolano l’agire delle cosiddette baby gang, infarcite di delinquenti italiani e stranieri, anche minorenni, le quali terrorizzano, giorno e notte, il cittadino che ha la sventura d’imbattersi in esse? Il Procuratore generale Pier Luigi Maria Dell’Osso, nel discorso d’inaugurazione del lontano anno giudiziario 2015, previde che le pandillas sudamericane avrebbero potuto fare la loro comparsa anche in Italia: e mai intuizione parve più fondata. Ecco, infatti, che la cronaca elargisce a piene mani delitti scellerati quanto, sovente, gratuiti.
La scorsa primavera, nella notte fra il 26 e il 27 maggio, presso la stazione Certosa di Milano, dopo un banale litigio, un giovane incensurato, che fuggiva lungo i binari, venne raggiunto e circondato da un nutrito gruppo di aggressori travisati, i quali lo uccisero con un fendente all’arteria femorale. Il padre dell’assassinato credette di poter riconoscere, fra gli assassini, il capo di una gang sudamericana. E subito fu un diluvio di distinguo, di polemiche e di strumentalizzazioni sul tema della sicurezza.
Né è andata diversamente per altri cruenti episodi che si sono susseguiti. Nella mattina del 4 luglio, in via Capecelatro, un uomo di cinquantacinque anni fu colpito alle spalle da una ventina di coltellate, senza una parola e senza un movente apparente. «Homo homini lupus». Uccide il niente.
Il mondo politico non ha saputo mostrare un volto «unificato» dal dolore, dalla tragedia, dall’emergenza e dalla volontà di rispondere all’unisono. Non ha potuto, perché non ha saputo. E ai cittadini non è rimasto altro che seguitare a sentirsi, uscendo di casa, in condizioni di semilibertà.
Esemplare, tuttavia, è la vicenda di Maria Luisa Iavarone, il cui figlio Arturo fu aggredito e gravemente ferito a Napoli. Dal dolore per quella tragedia nacque l’associazione Artur, fondata dalla madre per accompagnare i giovani verso la legalità e trasformare una ferita privata in un impegno civile. Non soltanto denuncia, dunque, ma educazione, responsabilità e volontà di ricostruire quei legami che la violenza tende a spezzare.
E allora? Dovremo affidarci al Leviatano di Hobbes? No, dice, con ragione, Locke. Sarebbe come affidarsi a un leone per sfuggire a un branco di lupi. Ebbene, conclude Rousseau, il contratto sociale si farà carico dei problemi comuni, compreso quello, improbo, della sicurezza. E dunque, dobbiamo arrivare a mettere in mora uno Stato che non sa difenderci? Dovremo arrivare, alfine, con Cicerone, ad ammonirlo: «Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?».
*ex magistrato