Lo sport e la guerra costituiscono due forze in stretta dialettica, ma mentre il primo è “energia”, per definizione sempre positiva, la seconda è “forza” in senso negativo, è “brutalità”, è “violenza”. Molteplici sono le somiglianze, ma molte di più le differenze. Un conto è competere per un traguardo sportivo, ove, spesso peraltro in team, si realizza il bene di una comunità. Altro discorso è distruggere e cagionare atroci sofferenze ad altri esseri umani. Pensiamo ai tempi in cui viviamo…ove lo scenario internazionale è dominato dalle nefandezze della guerra, più che dai traguardi sportivi e dai valori etici di cui lo sport è intriso. Voglio pensare questo: che possano tornare presto la pace, la coesione, lo spirito di squadra e il sole, nei cieli ora dominati da caccia e da droni. Lo sport è sempre una vittoria. La guerra è sempre una sconfitta.
Lo sport esalta la persona – 24/09/2025
La guerra la disconosce e ne calpesta la dignità
(Pubblichiamo anche online l’editoriale del magistrato Gustavo Cioppa, estratto dall’edizione Estate 2025 del magazine cartaceo WikiMilano – per l’intera rivista: magazine.wikimilano.it)
Nell’articolo 33 della Costituzione è stata di recente introdotta una specifica norma sullo sport, che sancisce che “La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico in tutte le sue forme”. Del pari, anche sul piano delle grandi convenzioni sovranazionali, viene unanimemente riconosciuto il diritto allo sport come presupposto per il benessere psico-fisico dell’individuo, anche in forma di salute collettiva (arg. ex art. 32 Cost.). Lo sport è condivisione, è confronto, è impegno, dedizione, passione ed è indispensabile per la formazione dello spirito di squadra e del senso di gruppo, di appartenenza a una comunità. Lo sport è anche agonismo, certo, ma agonismo nel rispetto delle regole. Come la vita è in un certo senso, consciamente o inconsciamente, una gara, una sfida, una competizione, questa sfida viene sempre e comunque giocata nel rispetto delle regole, in primis quelle, principi generali dell’ordinamento, di correttezza e buona fede, principi universali cui devono ispirarsi tutte le condotte umane. Lo sport è allora competizione, ma competizione sempre leale. Il rispetto delle regole appunto: proprio tale aspetto consente di comprendere agevolmente la distinzione tra sport e guerra. Infatti, nella guerra vi è una mera distruzione che prescinde dal rispetto delle regole di comportamento che vi sono in tutte le relazioni umane, comprese le competizioni sportive. Così, mentre l’attività sportiva è quasi sempre attività lecita, la guerra è sempre attività illecita e mai giustificabile. Lo sport è creazione, la guerra è distruzione, come rivela l’origine greca di questa parola: “polemos”. Ecco allora che rileva il profilo causale, come determinante: una causa lecita (lo sport) a fronte di una causa illecita (la guerra). Più in particolare, anche la giurisprudenza, con orientamento consolidato, concorda su questo: che un’attività sportiva, anche se in sé violenta, ma condotta nel rispetto delle norme che la disciplinano, non costituisce mai un illecito, il quale si verifica invece nel momento in cui il gesto agonistico trasmoda la regola di comportamento, finendo per farsi illecito, per costituire un’infrazione. La guerra è proprio questo: infrazione, violazione di regole. Lo sport, a differenza, è disciplina, è insieme di regole di comportamento. Lo sport poi non è solo una prestazione di risultato. È invece soprattutto un’obbligazione di mezzi, che presuppone, quali indefettibili postulati, il comportarsi correttamente, secondo buona fede, lealtà e autoresponsabilita. Tutto ciò nella guerra non vi è. Mentre infatti nello sport si punta a dare il meglio di sé, senza tuttavia danneggiare gli altri, la guerra è un danno in re ipsa. Confrontare lo sport e la guerra è allora un po’ come contrapporre il bene e il benessere psico-fisico al male, al dolore e alla sofferenza. Lo sport è creazione, è inclusione. La guerra, al contrario, è distruzione, è esclusione. Lo sport può allora fungere da antidoto alla guerra, proprio perché capace di unire e creare. La fiaccola olimpica non è allora un proclama simbolico e privo di ricadute pratiche, traducendosi piuttosto in un simbolo di unione tra tutte le singole comunità, verso l’unica e grande comunità universale. Ecco allora che, specialmente in un contesto storico di conflitti bellici particolarmente cruenti, lo sport può fungere da momento concettuale di aggregazione, come lo era stato in passato, anche in un passato molto antico, come quello delle Olimpiadi nell’antica Grecia, ove le ostilità tra le singole “poleis” venivano temporaneamente accantonate, per fare spazio a un momento di confronto agonistico secondo le regole della lealtà e nel rispetto degli dei (spesso venerati in occasione delle antiche Olimpiadi). Ecco allora che è forse doveroso recuperare questo profondo universo di significati e ricondurre ermeneuticamente la nozione di sport a quella di pace, come quando gli antichi romani veneravano il dio Giano bifronte, proprio per celebrare la fine di ogni guerra.